Caro Goscinny

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Caro Goscinny,

mi piacerebbe molto farti gli auguri per i tuoi 90 anni, ma purtroppo sei andato stabilmente in ferie dalla vita quasi 40 anni fa. Sei stato l’uomo del pianeta che mi ha procurato il maggior numero di risate, e della migliore qualità, e non smetterò mai di esserti grato per questo. Sei stato uno dei grandi autori di fumetti del Novecento, e uno dei protagonisti della scena francese degli anni Sessanta, e non smetterò mai di esserti grato anche per questo.

Persino la tua biografia mi ha fatto sognare. Doveva essere magico crescere nella Buenos Aires degli anni Trenta, specie per uno nato a Parigi da una famiglia di ascendenza ebrea polacca. Mica che a Parigi, quando i tuoi se ne andarono perché tuo padre ricevette un’ottima offerta di lavoro laggiù, gli ebrei polacchi ci vivessero male, almeno per qualche anno ancora. È perché in quegli anni l’Argentina doveva essere un luogo incantato, specie per un bambino pieno di immaginazione quale dovevi essere tu. Non c’erano solo i tanghi di Gardel nell’aria, e quella sua misteriosa scomparsa, nel 1935, della quale ancora oggi non si è smesso di parlare; e figuriamoci allora! dai nove anni in poi ci sei cresciuto dentro, a quel mito che aleggiava nell’aria.

E poi leggevi Patoruzù, le storielle di quell’Indio così simpatico e potente, quasi un’anticipazione di Asterix, mi viene da dire. E l’Argentina di quegli anni era piena di fumetti, tra quelli che si producevano lì, quelli che arrivavano dagli Stati Uniti, lì come ovunque, e quelli che arrivavano solo a te, nella tua lingua di casa; franco-belgi, più che francesi – non era un gran momento, nel tuo paese d’origine, e qualche anno dopo sarebbe andata persino peggio, almeno sinché non ti sei messo in opera tu.

Crescevi, fumettisticamente, sulle tre più importanti tradizioni del mondo, al momento. Ne vivevi in prima persona due, quella francese e quella argentina. Avevi diciassette anni quando ti ha lasciato tuo padre; nemmeno diciannove quando tua madre ti ha trasferito a New York, dove abitava tuo zio, appena finita la guerra. Gardel era morto proprio tornando da lì, l’aereo schiantato sulle Ande per ragioni oscure. Un altro luogo mitologico, insomma, per questa e tante altre ragioni.

Poiché sembra che tu debba diventare americano, ti vogliono far fare il soldato. Non so bene perché tu abbia scelto, magari per evitare questo rischio, di rispondere alla chiamata francese, ma credo che avrei fatto lo stesso, non foss’altro per vedere finalmente il paese da cui provenivi. Da quel che si racconta, pare che già all’epoca riuscissi a far ridere persino i tuoi superiori. Poi, eccoti di ritorno a New York: un momento duro, difficile trovare lavoro. Si vivacchia con lavoretti, specie di pubblicità.

Io non so cosa darei per poter partecipare, o almeno assistere, alle cene in compagnia degli amici che ti eri fatto in quel periodo: Harvey Kurtzman, Will Elder, John Severin (e magari c’era pure Jack Davis, che se ne è appena andato). Erano tutti giovanissimi, l’impresa di Mad era ancora lontana, e nemmeno lavoravano ancora per Gaines e le sue edizioni EC. Solo dei giovani di belle speranze e pieni di buona volontà, per il momento, che si arrabattavano con agenzie pubblicitarie improvvisate, sperando nella buona sorte. Certo non avevano un’idea che tutti loro (Kurtzman soprattutto) avrebbero scritto la storia del fumetto – ma credo che ai loro incontri ci fossero molte, moltissime, inesauribili ragioni per ridere.

Tu sai bene come il modello di Mad sia stato poi copiato innumerevoli volte. Proprio mentre tu riaprivi la strada al fumetto francese con Pilote, quei sovversivi irriverenti di Cavanna, Choron e Fred si ispiravano proprio a Mad, per fondare Hara-Kiri, nel ’60. Concorrenza, sì, ma vi volevate bene, io credo: alla fin fine, avevate un target sufficientemente diverso, e autori sufficientemente in comune… Tu non c’eri già più, ma anche Il Male nostrano sarebbe arrivato da quella matrice lì: magari Kurtzman, da quel genio che è comunque stato, qualcosa sul far ridere potrebbe averlo anche imparato da te!

Certo che le vie della buona fortuna sono comunque imperscrutabili. Al ritorno da una vacanza a Parigi scopri da un passeggero francese del piroscafo che poco lontano da New York si è temporaneamente stabilito Jijé! Sì, Jijé, quello del Journal de Spirou dell’editore Dupuis, l’altra faccia del fumetto franco-belga, l’alternativa al Journal de Tintin di Hergé. E Jijé ne è l’anima, l’ispiratore profondo. Qualunque cosa sia venuto a fare in America, non è un’occasione da perdere.

Complimenti a Jijé, da cui andasti subito, per averti fatto capire che non eri destinato al disegno (insomma, non eri gran che, ecco) ma che le tue doti di sceneggiatore e umorista meritavano dei riconoscimenti. E complimenti a Jijé per averti fatto conoscere Franquin, che stava muovendo i primi passi con Spirou, e soprattutto Morris, che stava realizzando Lucky Luke, e con il quale l’amicizia iniziata lì sarebbe durata per sempre.

È stato sempre Jijé, vero, a raccomandarti alla World Press, agenzia che operava in contatto proprio con Dupuis, e che ti ha preso? Poi, nel ’51, ti hanno mandato a Parigi, quando hanno aperto la filiale dei Champs Élisées, a lavorare insieme con un tale Uderzo, con cui hai subito fatto amicizia.

A riguardare questa storia adesso, sembra di vedere le tessere precostituite di un puzzle che vanno una per una al loro posto, ma, in verità, mica lo sapevate voi cosa doveva succedere! Uderzo disegnava già per lo sceneggiatore Jean-Michel Charlier (che ancora era lontano dall’inventare Blueberry, per il ragazzino Jean Giraud), che tu avevi conosciuto l’anno prima durante un viaggio e che aveva già apprezzato un tuo lavoro.

Io credo che l’abbiate fatto un po’ apposta, nel ’55, a farvi cacciare tutti e tre dalla World Press, con la scusa del sindacato per rivendicare i diritti degli autori sulle opere. Mica che aveste torto! Ma facendovi licenziare eravate costretti a mettervi in proprio, a fare gli autori che diventano editori, con tutti i diritti inevitabilmente in tasca propria.

Ed è così che la storia del fumetto francese, pressoché ferma da quasi vent’anni, si rimette progressivamente in moto, per strappare la supremazia ai cugini belgi – con i quali, peraltro, non si smette di collaborare. Però, stavolta, eccoti a Tintin! Adesso si lavora, sì, anche troppo! La lista dei disegnatori che lavorano alle tue storie si fa lunga, molto lunga.

E poi, dal ’59, eccovi tutti a creare un settimanale parigino, Pilote. L’aria sta cambiando davvero! Pilote è una rivista per adolescenti, sì (proprio per gli adulti c’è, dal ’60, Hara-kiri), ma il livello è dall’adolescente in su, non dall’adolescente in giù. È per Pilote che crei, praticamente subito, con Uderzo, Asterix le Galois, insieme con non so bene quanti altri personaggi, sempre esilaranti. Il mio preferito, Asterix a parte, resterà sempre il mefitico visir Iznogoud, disegnato da Jean Tabary.

Va aggiunto che, come redattore e caporedattore di Pilote, ti dobbiamo anche la scoperta di una quantità di talenti, pronti a esplodere nel decennio successivo. Personalmente, ti ringrazio in particolare per Mandryka, Gotlib e Claire Bretécher, che senza il tuo sostegno non si sarebbero rafforzati abbastanza per fondare il mitico Echo de Savane.

E Asterix? Non è solo uno dei fumetti più letti al mondo; è anche uno dei fumetti più letti e riletti da me, che finisco per tornare sempre lì quando devo trovare esempi efficaci per parlare di umorismo. Non è solo la qualità delle battute a renderlo così godibile, io credo. È anche la capacità, che tu hai sempre avuto (e Lucky Luke ne è sempre stato un altro ottimo esempio) di costruire un ritmo comico che si accompagna a quello narrativo. Io lo imparo da te: il ridere è qualcosa che va montato progressivamente. La stessa battuta che strappa un sorrisetto quando arriva da sola, può provocare un uragano di risate se arriva dopo la giusta sequenza di altre battute. Bisogna costruire dei crescendo umoristici: incominciare piano piano, poi aumentare la portata e poi diventare sempre più surreali. Alla fine puoi metterci (quasi) qualsiasi cosa, e farà comunque ridere: ma se ci metti le cose giuste, farà ridere ancora di più.

Il ridere è qualcosa che di solito richiede la compagnia, e che si fa più volentieri in compagnia. È uno dei classici segni dello star bene insieme. Posso dire che, leggendo Asterix (ma anche Lucky Luke e Iznogoud) mi sono trovato un sacco di volte a ridere da solo, a voce alta, come se ci fosse qualcuno cui volessi comunicare la mia allegria.

So che almeno stavo ridendo con te, Goscinny, a cui va oggi il mio sentitissimo omaggio. Buon non compleanno, cappellaio matto!

db

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