Focus L'estate di Grant Morrison e Mark Millar alla guida di 2000AD

L’estate di Grant Morrison e Mark Millar alla guida di 2000AD

di Antonio Solinas

È il 1993, e Richard Burton, editor-in-chief di 2000AD, la storica rivista inglese nata nel 1977 e fucina di tutti i migliori talenti visti nel fumetto anglosassone da Alan Moore in poi, prende una decisione drastica. Decide di correre il rischio di mettere da parte per qualche tempo Tharg – il fittizio alieno responsabile della rivista, dietro cui allora si nasconde proprio Burton – per affidare la gestione (ma soprattutto i contenuti) del magazine fumettistico britannico per eccellenza a tre enfant terrible come Mark Millar, Grant Morrison e John Smith.

In realtà un’idea del genere non è del tutto inedita, in quanto nel 1983 la Marvel, in occasione del Comic-Con di San Diego, con gli editor alla fiera, aveva lasciato per un mese le redini agli assistant editor. Il risultato erano state alcune delle storie più atipiche mai prodotte dalla Casa delle Idee, come Alpha Flight #6 (nota per le 5 pagine “bianche” non disegnate da John Byrne), Fantastic Four #262 (in cui ancora Byrne fa un cameo come testimone nel processo a Reed Richards) o Amazing Spider-Man #248 (“Il ragazzo che collezionava l’Uomo Ragno”, scritta da Roger Stern, una delle storie più amate di sempre dell’Arrampicamuri).

Ma gli inglesi hanno la caratteristica di alzare sempre l’asticella e 2000AD si ricorda delle proprie antiche radici punk e anticonformiste (invero, da un po’ trascurate) e propone una soluzione ancora più radicale: 8 settimane, quelle estive, completamente in mano ai tre autori più irriverenti e fuori di testa in giro.

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In questo periodo, Morrison, più vecchio di quasi dieci anni rispetto agli altri due compari (lui è del 1961, Millar del 1969 e Smith del 1970) sta facendo da “mentore, consigliere e sponsor” a Millar. I due si sono conosciuti quando Millar faceva interviste per una fanzine locale, Fantasy Advertiser, e sono diventati molto amici (lo rimarranno fino al 2005, quando The Authority #28 diventerà motivo “ufficiale” della cessazione di ogni rapporto fra i due, con strascichi amarissimi).

La caratteristica principale della coppia di sceneggiatori è una perfetta sintonia nello humour un po’ demenziale, politicamente scorretto e fortemente british. Chi li ha visti bere insieme nei pub di Glasgow sa quale sia l’affiatamento dei due, e quante risate si facciano dicendo fesserie poco politically correct.

Dalla sua, l’inglese Smith ha come cifra stilistica un talento e un immaginario abbastanza simili a quelli di Morrison. Smith, che ha già avuto la consacrazione in patria con Devlin Waugh, unico fra i personaggi di 2000AD a essere in grado di detronizzare Judge Dredd nei sondaggi annuali per la miglior serie nel 1992, vive in un mondo fatto di horror, psichedelia, esoterismo e una spruzzata di pop. Suona familiare?

E così, a partire dal numero 842, datato 3 luglio 1993, in maniera “Big! Bad! Brutal!” (come scritto in copertina) inizia la cosiddetta “Summer Offensive”, ovvero l’iniziativa “offensiva dell’estate”. Il brillante gioco di parole, già dall’inizio, fa capire che non si tratterà di roba per deboli di cuore (come i benpensanti scopriranno presto), e i tre curatori si divertono ad alzare la posta, ognuno a modo loro, in un turbinio di cattivo gusto e violenza che, se non altro, scuote 2000AD da un’apatia che durava da troppo tempo.

Le serie presentate dalla Summer Offensive sono cinque: Judge Dredd – Inferno, scritta da Morrison/Millar e disegnata dal veterano Carlos Ezquerra (che, prevedibilmente, si becca ben 4 copertine estive su 8), due cicli di Big Dave (Target: Baghdad e Monarchy in the UK), scritti sempre dalla coppia Morrison-Millar e disegnati dallo straordinario Steve Parkhouse, la cupa Slaughterbowl, della coppia John Smith/Paul Peart, Really & Truly, di Morrison e Rian Hughes (che cura anche tutta la grafica della rivista, insieme a qualche sporadico intervento di Steve Cook) e la sottovalutata Maniac 5 di Millar e Steve Yeowell.

A livello di risposta di pubblico, questa “scossa” non riesce a dare gli effetti sperati, forse proprio perché troppo estrema per il pubblico, però i risultati dal punto di vista creativo sono interessanti, ancorché discontinui. Forse la maggior delusione è, stranamente, proprio Judge Dredd – Inferno, unico ciclo narrativo a superare l’Offensiva (dura 10 episodi). I due sceneggiatori scozzesi sembrano troppo in soggezione rispetto a un’icona come Judge Dredd e il risultato è una storia che sembra quasi fan fiction (in realtà la verità è che i due, in solitaria o in coppia, non riescono mai a dare il massimo, sul buon Giudice).

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Meglio, anche se probabilmente non totalmente riuscita, è invece Really & Truly, una strip in cui Morrison inizia a flirtare con la cultura dei rave (i risultati più interessanti di questa fascinazione si vedranno qualche anno dopo, in Vertigo, con opere come Kill Your Boyfriend e Invisibles). Il punto forte della serie sono i deliziosi disegni di Rian Hughes, che porta una sensibilità ispirata a Serge Clerque e alla new wave francese all’interno di una trama psichedelica, ripresa forse dall’elettronica “indie” di gruppi come Primal Scream e Happy Mondays, con abbondanti doppi sensi incentrati sulle droghe.

Molto interessante è certamente anche Slaughterbowl, una delle storie più accessibili di John Smith, autore dal talento cristallino ma a volte troppo poco focalizzato, ben valorizzata dal tratto classico di Paul Peart. Piena di sangue e raccapriccio ma anche divertente e ricca di colpi di scena, è una prova in cui lo sceneggiatore sembra voler in primis esagerare, battendo Millar sul suo campo (e riuscendoci per larghi tratti).

A proposito di Millar, Maniac 5 rimane una delle sue storie più apprezzate, soprattutto col senno di poi, dai lettori di 2000AD. Mai troppo amato durante gli inizi di carriera in patria, infatti, qui invece lo sceneggiatore riesce a dare dimostrazione di quella che sarà la sua cifra stilistica più matura: storie ingannevolmente semplici, personaggi moralmente ambigui, violenza “over the top” quando necessario, dialoghi ficcanti, ironia e affiatamento col disegnatore. Queste caratteristiche, in parte, vanno a confluire anche in quella che probabilmente è la serie più significativa dell’interregno estivo di Morrison, Millar e Smith: Big Dave.

È un fatto che le collaborazioni fra Morrison e Millar siano sempre più “millariane” che altro, e Big Dave non fa eccezione. Serie che ha sempre diviso il pubblico (c’è chi la ama visceralmente, addirittura arrivando a definirla la migliore di sempre di 2000AD, e chi la odia senza mezzi termini), Big Dave inizia il sodalizio creativo di Morrison e Millar. Un “team up” continuato, con alterne fortune, per le Big Two americane all’inizio della carriera USA di Millar, che permette a Millar di uscire una volta per sempre dall’ombra di Morrison.

La serie è un divertissement con protagonista “l’uomo più duro di Manchester”, un tamarro terrificante che rappresenta tutti i luoghi comuni sulla lower class del nord dell’Inghilterra. I suoi punti di forza, oltre agli spettacolari disegni di Steve Parkhouse, sono da una parte la grana grossa dello humour e dall’altra, paradossalmente, la sottigliezza di una critica anti-inglese (più che anti-britannica) portata avanti con notevole acume.

Anche se manca qualunque tipo di riferimento fantascientifico, a uno sguardo distratto Big Dave potrebbe sembrare una sorta di continuazione ideale in versione pikey delle granitiche sicurezze di Judge Dredd. Ma non è così, perché in Big Dave c’è un aspetto satirico prevalente, rispetto al Dredd del 1993, ormai molto più “borghese” e meno fascista degli inizi.

Certo, gli autori giocano ad alzare la posta in maniera assurda a livello di controversia (nel primo ciclo, Saddam e gli alleati alieni hanno un raggio per trasformare i nemici in checche, mentre nel secondo ciclo di avventure Diana Spencer e Sarah Ferguson sono due donnacce ubriacone, per dire), ma in maniera solo apparentemente curiosa sembrano anche prendere le distanze dallo sciovinismo, dall’omofobia e dall’ignoranza di Big Dave, che riflettono quelle di certa stampa dell’epoca (si veda la copertina del numero 843 per una conferma).

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Sono temi che accompagnano da anni l’analisi critica delle opere di Millar, spesso accusato di essere reazionario (al contrario di Morrison, anche lui comunque non estraneo alle polemiche), ma qui l’intento ironico da parte dei creatori è evidente. Esasperano le caratteristiche più ributtanti e tipiche degli inglesi (presentate apparentemente come pregi) e non perdono occasione per giocare con la mancanza di raffinatezza del personaggio. Big Dave, a fronte dell’inarrestabilità da macchina da guerra (nel primo ciclo di avventure fa fuori nientemeno che il nemico pubblico numero 1 Saddam Hussein!), resta fondamentalmente il “minimo comun denominatore” britannico, con le sue ossessioni da sottoproletariato urbano e una mai nascosta attitudine da parassita.

Come detto, il pubblico si divide nettamente, ma Big Dave due medaglie può appuntarsele sul petto: la prima è quella di tornare, unico fra i personaggi creati per l’Offensiva, dopo l’estate del 1993, e la seconda, persino più importante, è quella di aver fatto ridere di gusto persino un maestro riconosciuto del fumetto come lo scomparso Carl Barks.

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