Sotto i tetti di Paname

BANDE A PART(E) [capitolo 1]
Da Hara-Kiri alle Graphic Novel – storie di fumetti e rivoluzioni marginali

Dove si scopre che per amare Parigi non è necessario avere letto Adèle Blanc-Sec di Jacques Tardi, ma che se lo si è fatto la si ama di più.

Non a caso Parigi

Sono un individuo completamente inurbato. La mia felicità cresce sull’asfalto dei marciapiedi se mi muovo a piedi, o su quello della carreggiata se mi muovo in bicicletta. Lo stridore delle automobili, il continuo frastuono meccanico, il vociare dei passanti in una via affollata mi colmano le orecchie e il cuore, come il fruscio del vento tra gli alberi o il canto degli uccelli colma quelli di un amante della natura.

Come per René Goscinny, uno dei protagonisti di questa storia, anche per me la campagna non è che uno spazio inutile tra una città e l’altra.

Amo la strada cittadina, perché è l’unità minima della struttura sociale urbana, il luogo dell’incontro, del contatto umano. Un contatto basato sulla differenza. Per poter vivere la città occorre comprendere che essa funziona al meglio  quanto più complessa è la sua combinazione di diversità. Una città costruita sull’uniformità non funziona, diventa paese e muore. Lo sapeva bene Baudelaire, che costruisce la complessa struttura dei suoi versi proprio camminando per le strade di Parigi.

Je vais m’exercer seul à ma fantasque escrime,
Flairant dans tous les coins les hasards de la rime,
Trébuchant sur les mots comme sur les pavés,
Heurtant parfois des vers depuis longtemps rêvés
(Le soleil – Les Fleurs du mal)

Non è vastissima la zona dove Baudelaire si muoveva. Più o meno il 9° arrondissement, tra Boulevard de Clichy e Faubourg-Saint-Denis. I faubourg sono le strade in cui Baudelaire incontra tutta quella umanità derelitta e disperata che descrive poi nei Fleurs du Mal. Leggendo il suo capolavoro, ci si accorge che Baudelaire non mostra mai verso questa umanità nessun moto di pietà, nessuna compassione, perché come ha giustamente notato Walter Benjamin, si sente uno di loro.

Un film appassionante (mai girato)

Nell’estate del 1924 il governo fascista muove gli ultimi passi nei limiti dell’istituzionalità albertina. Non si è ancora trasformato in regime. Questo, anzi, potrebbe persino non accadere. Gli scenari sono tutti aperti. Tra giugno e agosto lo scandalo del delitto Matteotti ne ha compromesso l’immagine: tanto che  l’eventualità che Mussolini potesse rimettere nelle mani del Re il mandato di Primo Ministro era ritenuta abbastanza plausibile. Come poi andranno le cose è Storia: il fascismo ci metterà ancora poco meno di due anni, ma diventerà regime. L’ultima legge fascistissima è dell’aprile 1926, comporta lo scioglimento dei sindacati e il divieto di sciopero, e decreterà la vittoria definitiva del fascismo sulla democrazia liberale. Non è un caso che l’abolizione del diritto di sciopero sia l’atto definitivo di istituzionalizzazione del regime. E personalmente tendo a pensare che forse Gramsci aveva ragione, in quei giorni fatidici dell’estate del ’24, quando prospettò lo sciopero generale come unica soluzione possibile della crisi. Non andò così. E il regime fascista durerà vent’anni.

Bene. Cioè, no. Male.

Nonostante in quei mesi si decidessero le sorti dell’Italia e, in qualche misura dell’Europa, non so se sull’isola di Capri arrivasse o meno l’eco di questi avvenimenti; ma non credo. Capri era allora luogo di amena, ricca e spensierata villeggiatura: danarosissimi stranieri vi giungevano da tutto il mondo, trasformandola in colonia di turismo preminentemente sessuale. Il governo fascista, conscio dell’importanza di Capri per la benevolenza dei ricchi industriali stranieri (e di conseguenza dei loro governi) verso l’Italia e il regime, e quale fonte d’entrata di pregiatissima valuta, tollerò per tutta la sua durata la rilassatezza di costumi e il disimpegno politico dell’isola. Per tutta la durata del regime Capri restò una specie di zona franca: cosmopolita, colta, gaudente e libera dalle pastoie della bigotteria cattolica e del mito della virilità fascista.

Asja Lacis
Asja Lacis

Nell’estate del 1924 trascorrevano le vacanze a Capri anche Walter Benjamin e sua moglie Dora Kellner. Qui Benjamin conoscerà Asja Lacis, rivoluzionaria lettone e regista teatrale, per la quale lascerà la moglie e si avvicinerà al marxismo. In quell’estate soggiornava a Capri anche il suo amico Ernst Bloch, grazie all’insistenza del quale Benjamin intraprenderà la lettura di un testo fondamentale della metodologia marxista, Storia e coscienza di classe di György Lukács, uscito negli ultimi mesi del 1923.

In quel libro Lukács analizza, tra le altre cose, la reificazione dovuta alla trasformazione in merce, all’interno della società capitalistica, di tutte le funzioni umane. In ogni agglomerato umano dei paesi capitalistici, sia la fabbrica o la città, le attività e le relazioni tra i membri che li compongono, perdono la loro naturale essenza per assumere il carattere di merce. È chiaro allora che la questione non è più limitata, come vorrebbero gli esegeti del libero mercato, alla sfera economica, ma diventa (e si rassegnino coloro i quali questa parola scandalizza) ideologica e si estende alla società in tutte le sue manifestazioni di vita: a tutte le categorie sociali, culturali, religiose, artistiche, urbanistiche. Una città, infatti, è lo spazio prodotto dall’incontro tra la somma delle istanze sociali dei suoi abitanti e il funzionamento economico delle sue proprie strutture. Lo spazio urbano, come ci spiegherà Henri Lefebvre, è un prodotto sociale, o meglio: una complessa struttura sociale costruita su plus-valore e contraddizioni sociali, la cui forma cambia a seconda di come cambiano i processi di accumulazione del capitalismo.

Insomma.

Era da tempo che a Benjamin girava in testa il progetto dei Passages di Parigi. A partire da questa estate del 1924 comincia a raccogliere materiale. Se sfogli il suo bellissimo Sul concetto di storia (Einaudi) nella quinta sezione troverai un appunto (il C I, 9) in cui si chiedeva, pensando alla realizzazione dei Passages, se non sarebbe stato possibile trarre dalla pianta di Parigi un film appassionante.

Mappe e feuilleton

Jacques Tardi, tavola da "Adèle Blanc-sec vol. 2 - Le Démon de la Tour Eiffel"
Jacques Tardi, tavola da “Adèle Blanc-sec vol. 2 – Le Démon de la Tour Eiffel”

Non sarà un film ma sicuramente appassionante lo è, la fondamentale saga, un vero e proprio feuilleton a fumetti che Jacques Tardi, a partire dal 1976, trarrà (sviluppandone, come diceva Benjamin in quel frammento, le diverse configurazioni in successione cronologica) dalla mappa di Parigi: Le straordinarie avventure di Adele Blanc-Sec.

La lenta scoperta di Parigi e il suo dispiegarsi come metagrafia influenzale dal fortissimo carico ideologico sono i veri protagonisti di questo feuilleton (come d’altra parte, e forse anche più dichiaratamente, nelle indagini di Nestor Burma). Non è un caso che nella prima metà dei nove anni che separano l’uscita del nono episodio di Adele, Le Labyrinthe infernal, dall’ottavo, Le Mystère des profondeurs (entrambi raccolti, nella più recente edizione italiana, in un unico volume da Rizzoli Lizard), Tardi realizzerà quell’assoluta presa di posizione politica che sono i quattro volumi de Le cri du people (disponibile in italiano in due raccolte per Double Shot).

Jacques Tardi
Un’illustrazione di Tardi da “Le cri du people”

La data del 4 novembre 1911, con cui si apre il primo episodio di Adele Blanc-Sec (“Adèle et la Bête”) non è una data a caso. Quel giorno lì Francia e Germania firmavano il trattato di Agadir, con il quale i tedeschi rinunciavano alle pretese sul Marocco. Rinviando così di qualche anno quella guerra che governi e industriali dei più potenti paesi europei (immaginandosi ancora un conflitto di quelli ottocenteschi, rapido e circoscritto) desideravano da tempo. La firma di quel trattato (e fa niente se nel frattempo l’Italia era in guerra con l’Impero Ottomano per il controllo della Libia, e nei paesi balcanici ci si scannava per la spartizione di un po’ di territorio sottratto alla Turchia) fece tutti convinti che avesse ragione il più panglossiano degli esegeti del liberismo ottocentesco: un certo Norman Angell, che in un pamphlet dalla straordinaria fortuna, sosteneva che il capitalismo fosse incompatibile con la guerra e che il liberismo fosse l’unica via percorribile verso la pace.

In questi quasi quattro anni (dal 4 novembre 1911 al 28 luglio 1914) che precedono lo scoppio di quella che sarà chiamata Grande Guerra (e poi, dopo il 1939, Prima Guerra Mondiale) e che perfettamente esemplificano l’assurdità schizofrenica del sistema capitalistico, si sviluppano le vicende del primo ciclo, diviso appunto in quattro albi, delle avventure di Adele Blanc-Sec. Governanti ottusi incapaci di leggere e comprendere la (loro) contemporaneità. Imprenditori avidi e pervertiti più che perversi. Intellettuali liberisti e ottusamente ottimisti. Scienziati e medici arroganti e indifferenti. Ce n’è abbastanza di indizi per farci sospettare che quel periodo prebellico fosse un tempo caratterizzato dal sonno della ragione. E il sonno della ragione, lo sappiamo, genera mostri. È  proprio nel Museo di Storia Naturale, tempio della ragione e del darwinismo, che il 4 novembre 1911 – nel racconto di Jacques Tardi – il mostro si sveglia, portato alla vita da un mezzo scienziato mezzo stregone. E scatena il terrore sulla città.

Non a caso, Parigi.

Prosegue fra due settimane con il Capitolo 2: Una metafora illegittima.

Leggi gli altri capitoli di Bande à parte. Da Hara-Kiri alle Graphic Novel – storie di fumetti e rivoluzioni marginali.