L’amoralità del sopravvivere. Peppe Ferrandino tra fumetto e letteratura

Vi ricordate di lui? Alcuni di voi forse lo avranno apprezzato per certi fumetti neri, dall’inconsueta ambientazione italiana, apparsi su una rivista-meteora dal nome inequivocabile – Nero, già – uscita nei primi anni Novanta, ben prima del boom tarantiniano e dei Romanzi criminali. I più potrebbero ricordarlo per alcune (poche) sceneggiature di Dylan Dog, dagli splendidi titoli come “Vivono tra noi”, “Ti ho visto morire” e “Il signore del silenzio”. Qualcun altro potrebbe averlo scoperto in libreria, come autore del romanzo Pericle il nero (1993), da cui è stato tratto l’omonimo film del 2016 con Riccardo Scamarcio.

Ad ogni modo, se ve lo ricordate deve essere segno della vostra buona memoria, perché Giuseppe ‘Peppe’ Ferrandino non ama certo i riflettori. Da molti anni vive una tranquilla vita da scrittore (di romanzi) nella sua Ischia, lontano dai ritmi forsennati del fumetto popolare da cui proviene. Eppure, almeno fino agli anni Novanta è stato uno degli sceneggiatori italiani più importanti, capace di gestire con mestiere i generi più diversi e soprattutto di imporre, nella fase finale della sua carriera fumettistica, un discorso molto lucido e attuale sulla violenza, il crimine e l’amoralità dei ‘nuovi eroi’ dell’immaginario nero nazionale. Proviamo dunque a ripercorrerne la carriera, per rinfrescare la memoria e riannodare qualche filo intorno al suo originale contributo al fumetto nostrano.

Dylan, Larry e la tragica leggenda di Uskebasi

“Il Signore del silenzio” è il titolo dell’episodio numero 39 di Dylan Dog, uscito per la prima volta nel dicembre 1989 con i disegni di Giampiero Casertano, nonché l’ultimo scritto da Giuseppe Ferrandino. Nato a Ischia nel 1958, Ferrandino si era già distinto in Bonelli con alcuni episodi di Martin Mystère ed era poi entrato a far parte della squadra dell’Indagatore dell’Incubo, riuscendo in breve tempo (firmò in tutto solo tre episodi della testata) a imporsi nel cuore dei lettori quasi al pari del titolare Tiziano Sclavi.

“Il Signore del silenzio” è probabilmente il racconto di Ferrandino più apprezzato dai fan (per esempio nei forum Cravenroad7 o Comicus), e prende spunto dalla leggenda di Uskebasi, un vecchio saggio a cui si rivolse re Salomone per conoscere la verità dell’esistenza, la risposta alle domande difficili del mondo (chi siamo? dove andiamo? qual è il senso della vita?). Narra la leggenda che Uskebasi rimase in silenzio per oltre trent’anni, per poi comparire con un librone talmente enorme che il re lo affidò alla lettura di un nutrito gruppo di consiglieri. I quali però, sconvolti dai contenuti del tomo, si suicidarono uno dopo l’altro. Tutto ciò portò il re a decidere di non leggere più il libro e a condannare Uskebasi a un esilio eterno.

Leggi una storia completa di Peppe Ferrandino e Bruno Brindisi

dylan dog 39 peppe ferrandino

La copia che giunge nelle mani dei vecchi amici di Dylan, uccidendoli uno dopo l’altro, è in realtà una traduzione più recente in lingua italiana realizzata per conto di Cesare Borgia, il quale, come ingegnoso antifurto, pensò bene di impregnarne le pagine di un veleno capace di indurre in chi lo toccava un tale senso di disperazione da provocarne il suicidio. Chi interroga Uskebasi (o meglio il suo libro) è destinato quindi a morire senza poter raccontare ciò che ha conosciuto. La verità da tutti disperatamente cercata nel corso della vicenda è una illusione intoccabile, o forse ˗ come sostiene l’amico di Dylan, il coltissimo Lord H. G. Wells – «chi dice che esiste è un bugiardo».

Deuteragonista della storia è Larry Shelter, altro conoscente risalente alla gioventù di Dylan, i cui tratti spigolosi e femminei e la cui biografia poco limpida sono costruiti apposta per produrre antipatia nel lettore. Rivale in amore di Dylan, sappiamo che tra i due ci sono stati screzi pesanti (Larry afferma di avere rotto il naso a Dylan, il quale dice di avergli risposto con un calcio sui bassifondi), prima che partisse misteriosamente come mercenario per l’Africa, dove si suppone abbia fatto cose poco ammirevoli. Larry è ovviamente il principale sospettato da Dylan della catena di suicidi che coinvolgono i suoi vecchi amici, ma è evidente che non ha nulla a che fare direttamente con questi delitti. La sua figura, solitaria e ambigua, attraversa tutta la storia in maniera speculare a quella di Dylan Dog. Il suo punto di vista, realista e lontano da ogni interpretazione soprannaturale – che è ciò che guida invece l’indagine del protagonista – serve semmai all’autore per mostrarci il percorso da un punto di vista interiore, nel ricordo e nella biografia di un personaggio senza morale, costretto a fare i conti con se stesso, fino a giungere alla verità della sua fine.

Si può dire che “Il signore del silenzio”, più che una storia di Dylan Dog è la storia di Larry Shelter. Il cui mistero non viene spiegato al lettore, ma giunge invece inaspettato e indicibile a scardinare le certezze di questo soldato senza gloria. Un cane randagio per il quale il senso della vita è sempre stato tanto semplice quanto poco consolatorio: uccidere o essere uccisi.

Dog eat dog

“Il signore del silenzio”, come dicevamo, è l’ultima storia che scrisse Ferrandino per Dylan Dog. Ma il tipo umano da lui introdotto con la figura di Larry Shelter aveva bisogno, per svilupparsi, di spazi diversi rispetto a quelli sclaviani. Certo suona singolare la decisione di abbandonare la testata Bonelli proprio nel momento in cui se n’era acquisita la piena padronanza, ma se si guarda al percorso mutevole di Ferrandino, anch’esso per certi versi “randagio”, pare una scelta quanto mai coerente. L’inquietudine dello sceneggiatore ischitano è sempre stata visibile nel corso della sua carriera: passato dalle storie libere di Lanciostory e Skorpio a personaggi di successo come Sera Torbara e Zampino nella Collana Orient Express (con la supervisione lungimirante di Luigi Bernardi), erano seguite negli anni Novanta collaborazioni sempre più sporadiche con la rivista Comic Art e di nuovo con Eura Editoriale, che avevano più volte frustrato i lettori, rimasti in attesa di storie annunciate e mai pubblicate. Il suo ritorno, prima dell’addio definitivo al fumetto, coincise tuttavia anche con il suo capolavoro.

peppe ferrandino storia di cani

Storia di cani rientra nell’operazione di riscrittura del nero a fumetti ispirata ancora da Luigi Bernardi e condotta all’interno della rivista Nero pubblicata da Granata Press, della quale Ferrandino rappresentò senza dubbio una delle colonne portanti. Obiettivo della rivista, uscita dal 1992 al 1994 e per la quale Ferrandino scrisse la gran parte delle storie, era recuperare i grandi personaggi neri del passato – i “figli deviati” di Diabolik, le tante anime nere del fumetto italiano – dando loro una veste nuova, moderna, ancorata a sensibilità più contemporanee. Così recitava l’introduzione firmata dallo stesso Ferrandino, dal primo numero:

Il Nero è nato tanto tempo fa, così tanto che mò nessuno se lo ricorda. A voler fare i buffoni si potrebbe dire che pure la Medea di Euripide (roba di duemila e passa anni fa) era un Nero […] Negli anni sessanta di questo secolo, qualcosa accadde. Sappiamo tutti cosa. Dalle ceneri di Fantomas nacque Diabolik. E, alla buon’ora, eccoci col nero italiano. Kriminal, Satanik, Zakimort, Sadik e compagnia bella furono gli scuri campioni di un’epoca. Inutile parlarne, al riguardo se ne sono già dette tante. E comunque anche quell’epoca finì. Ebbene, udite udite, il nero tenuto da allora in ibernazione, vuole ora tornare a dire la sua.

Qualcosa nella formula, senza dubbio innovativa, non dovette però funzionare. Dopo soli otto numeri la rivista mutò parzialmente approccio diventando un contenitore di episodi più lunghi e autoconclusivi, per poi terminare la sua corsa alla dodicesima uscita. Ferrandino ci mise, nel bene e nel male, molto del suo, con uno stile per nulla immediato, tanto descrittivo negli avvenimenti quanto poco limpido negli intrecci, nel tentativo, non del tutto riuscito, di sviluppare storie adulte, complesse e realistiche mantenendo però il fascino e la portata simbolica dei personaggi seriali di partenza.

Ma è con Storia di cani che Ferrandino ripropone con più efficacia il suo approccio realistico e contemporaneo. Il personaggio ferrandiniano che avevamo incontrato con Larry Shelter, l’eroe sgradevole e senza morale preoccupato solo di sopravvivere, evolve nella figura di Mimì. Un piccolo delinquente dal cervello svelto, coinvolto nel rapimento del fratello di un boss della camorra ma capace di non cadere nelle trappole che gli vengono tese via via. Torna inoltre anche Antonio Zampino, nelle vesti di un mediatore stanco e disilluso, che subisce prima gli eventi per poi risolverli a suo favore con intelligenza. Entrambi i personaggi rappresentano l’evoluzione dell’eroe italiano secondo Ferrandino, che troverà poi pieno sviluppo letterario con la figura di Pericle: personaggi non realistici ma, proprio per questo, fortemente legati alla contemporaneità, attori assurdi di un paese assurdo. Come ha detto lo stesso autore, in un’intervista a Repubblica del 2008:

Al punto in cui è giunto il romanzo oggi, il personaggio di partenza deve essere il più assurdo possibile. Il grande romanzo di Balzac ha esaurito, in tutte le sue sfumature, le figure realistiche. A me, come scrittore, interessa che il gioco sia ancora più estremo.

L’elemento visivo/spaziale del fumetto consente però allo scrittore Ferrandino – coadiuvato nei disegni da Giancarlo Caracuzzo – di costruire una storia corale in cui la descrizione degli ambienti, il taglio delle tavole e delle inquadrature, la pluralità di punti di vista in scena contribuiscono alla costruzione dell’ambiente in cui i personaggi si muovono: un contesto talmente pericoloso che dovrebbero andarci a spasso solo i cani e, forse, nemmeno loro.

L’immersione nell’immaginario del fumetto crea una serie di rimandi indiretti con i personaggi del “fumetto nero” degli anni Sessanta e con gli eroi dei fumetti Bonelli, Tex in primis, a cui lo stesso Mimì si paragona nel corso della storia. Ma non è più Tex il modello cui guardare. Il vero riferimento di Mimì è, semmai, una figura sin troppo reale (nella sua assurdità) come Giulio Andreotti, abile politico capace di attraversare indenne decenni di Storia d’Italia, invischiato in vicende e connivenze mai del tutto (chissà) chiarite, la cui intelligenza gli ha tuttavia consentito di superare indenne ogni crisi, vincendo anche nei confronti di avversari più forti di lui. Proprio questa presa di coscienza rende Storia di cani un momento importante nella riflessione del fumetto popolare italiano. Altro che Dylan Dog: il mondo e l’Italia in particolare non sono più fatti per gli eroi di una volta; il cane ha preso il posto dell’eroe, e lo ha divorato.

Il nero di Pericle, vittima senza verità

Negli anni Novanta, l’eroe-cane stava conquistando terreno soprattutto al di fuori del fumetto. Il discorso ferrandiniano non sembrava troppo in sintonia con il fumetto popolare, ancora attaccato ai suoi eroi rassicuranti e, in fin dei conti, consolatori. Quello che in quegli anni si stava realizzando nel cinema di Quentin Tarantino (Le Iene uscì nel 1992) in Italia prese invece la forma del Romanzo Nero. Contrariamente a quanto accaduto nei Sessanta, l’anima buia dell’Italia avrebbe trovato nella parola scritta i suoi cantori più efficaci. Pubblicato originariamente nel ‘93 con lo pseudonimo di Nicola Calata, sempre per Granata Press, il romanzo di Ferrandino Pericle il nero fu poi tradotto e pubblicato in Francia (con il vero nome dell’autore) da Gallimard, dove ottenne un buon successo, richiamando in salsa partenopea la narrazione secca e le atmosfere cupe di autori come Jean-Patrick Manchette e Jean-Claude Izzo. Ed è con l’autorevolezza acquisita Oltralpe che il romanzo venne ripubblicato – senza pseudonimo, stavolta – per i tipi di Adelphi nel 1998, ottenendo finalmente maggior credito e attenzione.

Anche il protagonista di questa storia, Pericle Scalzone, è un tipico eroe-cane. Pericle è un ex attore porno al servizio di un piccolo boss della camorra per il quale si occupa di tenere a bada i rivali, arrivando al punto di sodomizzare le vittime più recidive. Partito come ubbidiente animale del boss, Pericle nel corso del romanzo compie un percorso di crescita che lo conduce, infine, a negare il gesto di crudeltà al quale era stato ammaestrato, per inseguire la possibilità di una redenzione nella normalità.

giuseppe ferrandino pericle il nero

In questo esordio letterario più ancora che nei titoli successivi (dove cambierà genere, dirigendosi verso un comico a tratti avventuroso e, purtroppo, meno interessante) Ferrandino porta avanti un discorso sulle dinamiche della camorra che più avanti troverà sbocchi fecondi (Gomorra di Roberto Saviano è del 2006). Non è un caso, forse, che il romanzo sia stato per anni in procinto di diventare film, fino alla recente trasposizione ad opera di Stefano Mordini (2016) con il protagonista interpretato da Riccardo Scamarcio. Nella versione cinematografica, tuttavia, la vicenda si svolge tra Belgio e Francia, forse per dare alla storia un respiro più internazionale, e forse anche per distanziarsi da una location ormai abusata, dopo il successo multimediale del brand Gomorra. Ma se la narrazione di Saviano ha un approccio giornalistico e documentaristico e si pone l’obiettivo di rappresentare una realtà esistente fatta di nomi, cognomi e luoghi riconoscibili, tanto più incredibili proprio in quanto reali e talmente capaci di intervenire sulla realtà da trasformare l’autore in un personaggio del libro che racconta, il punto di partenza di Ferrandino è un altro: il romanzesco, pur con forti e sentiti richiami alla realtà (“questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a luoghi esistenti è casuale” recita il disclaimer del romanzo).

Rispetto a una compaesana altrettanto schiva come Elena Ferrante (il cui primo lavoro, L’amore molesto, usciva anch’esso nel 1996), con la quale condivide anche le iniziali del cognome (e non osiamo cimentarci in un ulteriore tentativo di indagare sulle rispettive biografie), Ferrandino ha mantenuto – forse, suo malgrado – un profilo ancora più basso, mettendo in primo piano sempre la storia a scapito della realtà, a partire dallo sviluppo dei suoi personaggi. Personaggi ambigui, amorali, semplici nel loro agire ma, rispetto ad altri “cattivi” della fiction, mai del tutto afferrabili negli scopi e motivazioni.

Da Larry Shelter a Mimì fino a Pericle, il personaggio-cane di Ferrandino è essenzialmente un individuo sfuggente, di basso profilo, dotato di grande talento ma consapevole di vivere in un’epoca dove quelli come lui sono e saranno sempre vittime di sistemi più grandi e potenti. L’unica aspirazione possibile è sopravvivere, o all’opposto (che poi è lo stesso) fuggire. Non esiste eroe, insomma, nelle storie di Ferrandino, neanche un eroe negativo. Non esiste una verità nei personaggi e nei luoghi che attraversano. Non esistono motivazioni chiare o forti obiettivi da perseguire. Non esiste la grandezza dell’epica né un solo punto di vista.

Sono proprio queste caratteristiche a donare al libro di Ferrandino un romanzesco, eterno fascino. Come Javier Cercas ha così abilmente riconosciuto nel suo saggio dedicato al romanzo dal titolo Il punto cieco (Guanda, 2016), le storie migliori sono quelle che non rispondono con una verità ma, al contrario, inducono a nuove domande. Il punto cieco è quella parte dell’occhio che non è in grado di vedere. Per Cercas, il punto cieco rappresenta la metafora perfetta per individuare ciò che dà valore a tutti i grandi romanzi, l’insondabile mistero che caratterizza la follia di Don Chisciotte o le motivazioni di Achab; è questo mistero inesprimibile che fa sì che questi personaggi non smettano mai di parlarci ma ancora ci inducano a interrogarci sulle loro azioni e, in definitiva, sulla condizione umana. Da sempre nella scrittura secca e dettagliata di Ferrandino è presente questo punto cieco. Nei suoi personaggi così forti e così leggeri, in questi cani che lottano ogni giorno per liberarsi dalle proprie catene, c’è sempre un mistero che non si riesce a svelare. È questo mistero che ce li avvicina e che, dopo tanti anni, ancora ce li rende interessanti. Come Uskebasi mostrò a Salomone, ogni libro porta con sé una verità. Ma più che scoprirla, il senso della vita è continuare tenacemente a cercarla.

  • Luigi Serra

    Scusate, ma Quando la città dorme è stata scritta da Medda, Serra e Vigna, non da Ferrandino.

  • Fumettologica

    Infatti si tratta di “Vivono tra noi”, c’è stata una svista che abbiamo corretto. Grazie per la segnalazione. 🙂