‘Medicina Grafica’. L’esplosione creativa del fumetto medico-sociale

di Matteo Stefanelli e Gabriele Margara

Insieme all’evolversi dei temi e degli immaginari, il fumetto degli ultimi trent’anni ha visto arricchirsi – e di molto – il suo raggio d’azione. L’autobiografia dagli anni Novanta, il graphic journalism negli anni Zero, la nonfiction in genere (dalle biografie storiche alla divulgazione scientifica) hanno caratterizzato una progressiva espansione delle potenzialità narrative della Nona arte che ha contribuito a rendere questo settore, ancor più che in passato, autenticamente interdisciplinare. Proprio per queste ragioni, fra le tendenze che stanno segnando i nostri tempi, il Graphic Medicine (in italiano, “Medicina Grafica”), con il suo avvicinare il fumetto all’universo delle scienze mediche, ci sembra un filone ormai sufficientemente ampio per meritare attenzione.

il grande male david b

Salute, malattia, incontri ed esperienze medicali: Graphic Medicine si occupa di tutto questo, e la sua importanza crescente – per il mondo della medicina, così come per l’editoria di fumetti – sta attirando l’attenzione dei media. Per il New York Times, “Nella valigetta del medico è arrivato un nuovo strumento: i fumetti”. Il canadese The Star ha scritto che “I fumetti hanno qualcosa da insegnare ai futuri medici”. Secondo la BBC, “i fumetti online sulla malattia mentale stanno cambiando il modo in cui si parla di malattia”. Riferendo di un convegno sul tema, il Corriere della Sera ha sottolineato che i fumetti “superano i meccanismi inconsci di difesa che s’instaurano nel rapporto medico/paziente persino nelle malattie psichiche”. E mentre le iniziative intorno a questo filone si moltiplicano – dalle pubblicazioni accademiche ai workshop ai convegni – gli scaffali delle librerie accolgono “un piccolo boom di graphic novel su tematiche mediche”, come notava già nel 2010 il fumettista britannico Darryl Cunningham: dai lavori ‘pionieristici’ Il Grande Male di David B., Pillole Blu di Frederik Peeters, Stitches di David Small, Rughe di Paco Roca, Mom’s cancer di Brian Fies, ai più recenti La vita inattesa (di vari autori italiani), Marbles di Ellen Forney, Il Nao di Brown di Glyn Dillon, Psychiatric tales di Darryl Cunningham…

Di cosa parliamo quando parliamo di Graphic Medicine

Chiariamolo bene. Per Graphic Medicine intendiamo non un genere quanto un campo, un terreno sia di espressione che di applicazione del fumetto che ne interseca il linguaggio con i temi e gli obiettivi della healthcare, ossia l’ambito della “assistenza sanitaria” nel più ampio senso del termine: le iniziative, tecniche e forme volte alla “cura e tutela” della salute. Detto diversamente, Graphic Medicine è una prospettiva – in parte filone creativo, in parte etichetta a posteriori – che propone un nuovo modo di intendere il fumetto e le sue funzioni, includendo universi abitualmente distanti come l’educazione medica, l’informazione socio-sanitaria e la cura stessa dei pazienti.

Le origini di questa nuova sfera d’azione – ed efficace etichetta – sono abbastanza recenti, e possiamo farle risalire a un doppio movimento, messo in moto parallelamente da alcuni medici e alcuni fumettisti.

Da un lato, un primo contributo è venuto dalla affermazione della cosiddetta Medicina Narrativa. Disciplina che mette al centro l’importanza della narrazione all’interno delle pratiche cliniche, nasce allo scopo di colmare le lacune della Medicina basata sul progresso tecnologico e diagnostico ma non sugli aspetti empatici e relazionali tra medico e paziente. La Medicina Narrativa si è sviluppata in particolar modo a partire dagli anni Novanta, grazie soprattutto alla spinta di Rita Charon, che all’interno del Dipartimento di Medicina della Columbia University di New York ha fondato un corso di Medicina Narrativa e oggi è “considerata la madre del paradigma narrativo, fondamento delle medical humanities (Narrative Medicine: Honoring the Stories of Illness, 2006)”.

Inserendosi in questo filone, ma mettendo al centro il fumetto – e la propria fumettofilìa – alcuni medici anglosassoni hanno iniziato a selezionare, studiare e impiegare i comics nei loro studi e in alcuni interventi terapeutici. Intorno al 2007, in particolare, il medico (e fumettista) britannico Ian Williams ha coniato il termine Graphic Medicine, intendendolo come “un termine utile per indicare il ruolo che i fumetti possono svolgere nello studio e nella fornitura di assistenza sanitaria”. Successivamente, l’apertura del sito GraphicMedicine.org per opera dello stesso Williams ha favorito l’aggregazione di diverse figure professionali: medici, studiosi e docenti universitari, autori e artisti, assistenti sanitari, ma anche semplici appassionati di fumetto e medicina, che hanno iniziato a utilizzare, analizzare e re-immaginare il fumetto alla luce di questa nuova prospettiva.

La rete di professionisti radunatasi attorno al sito ha quindi iniziato a condividere su scala internazionale le proprie esperienze sul campo, rendendo i convegni annuali Comics & Medicine Conferences – a partire dalla prima edizione del 2010, a Londra – la principale piattaforma di incontro e confronto tra i diversi esperti e operatori. Fumettisti inclusi. Nel corso delle sette edizioni organizzate finora (la prossima si terrà in Scozia) hanno infatti partecipato autori di primo piano quali Linda Barry, Al Davison, Carol Tyler, Justin Green, Ellen Forney, James Sturm, Carol Tilley, David B., Joyce Brabner, David Small, Phoebe Gloeckner, Brian Fies, Scott McCloud, Darryl Cunningham…

graphic medicine

Nel maggio 2015, inoltre, l’editore scientifico Penn State University Press ha pubblicato il primo volume di una collana editoriale che intende presentare i principali studi e case histories in questo ambito. Il libro si intitola Graphic Medicine Manifesto, ed è stato scritto dai sei “pionieri” della Medicina Grafica: Ian Williams, Michael J. Green, MK Czerwiec, Susan M. Squier, Kimberly R. Myers, Scott T. Smith. Tra gli obiettivi della pubblicazione c’è l’idea di contribuire al superamento dei pregiudizi sul supposto infantilismo del fumetto attraverso una nuova chiave e, al contempo, sensibilizzare gli operatori sociosanitari al suo utilizzo sul campo.

In questi anni, insomma, il Graphic Medicine è divenuto non solo un campo di applicazione del fumetto, ma anche una sorta di piccolo movimento culturale trasversale, composto da figure professionali e artistiche che orbitano in varie forme attorno al medium. Oltre ai medici sostenitori e organizzatori delle Conferences (quali il dottor Ian Williams e il dottor Micheal J. Green), vi sono anche operatori e artisti che impiegano il fumetto nella relazione di cura e nella stessa formazione di nuovi professionisti.

Una delle caratteristiche più evidenti, e per certi versi sorprendenti, è che le opere che presentano queste storie di malattia – graphic novels, strips o webcomics che siano – offrono una notevole varietà di temi: i disturbi mentali e le psicopatologie, i traumi e le infermità fisiche, le dipendenze, la disabilità, la morte. E questi contenuti si sposano con le modalità espressive (e gli stili) più disparati: l’autobiografia, il reportage e l’inchiesta, la divulgazione scientifica, fino alla fiction vera e propria. Tuttavia, sebbene questa prospettiva abbia consentito di accendere una nuova luce su alcuni classici (dal Grande Male di David B. al Binky Brown di Justin Green), è anche vero che non tutti i fumetti che presentano temi come quelli sopra citati sono necessariamente definibili come Graphic Medicine.

Il punto determinante, nell’ottica della Medicina Grafica, è che queste opere offrano uno spazio dedicato appositamente e interamente alla storia del fronteggiamento di una malattia e, il più delle volte, della sua concreta rappresentazione grafica per mano dell’autore che ne ha fatto esperienza, in modo diretto o indiretto. Un insieme di motivazioni e obiettivi che rendono il Graphic Medicine un filone davvero prezioso, non solo dal punto di vista sociale, ma anche per le potenzialità che sembra offrire al linguaggio del fumetto.

Perché la Medicina Grafica è un campo importante

Dal punto di vista dei fumettologi e più in generale dei fumettòfili, quel che ci preme sottolineare è che la rilevanza del Graphic Medicine non ha a che fare solo con questioni di ordine culturale. Certo, la possibilità che il fumetto aumenti le proprie opportunità come strumento di “azione sociale”, grazie ai suoi crescenti usi divulgativi, didattici e persino clinici (fumetti realizzati da pazienti, all’interno di percorsi terapeutici concordati con i medici), è una risorsa ‘nuova’ che sta offrendo splendidi esiti. Anche sul piano mediatico e commerciale è un’occasione significativa, perché apre anche a nuovi pubblici e circuiti di diffusione. Ma il cuore della questione è un altro: il Graphic Medicine, grazie alle sue peculiari caratteristiche, si sta rivelando come uno dei più stimolanti territori per la creatività contemporanea nel fumetto internazionale.

PilloleBlu

I fumetti di Graphic Medicine autobiografici, in particolare, sembrano offrire una vera e propria frontiera avanzata per l’espressione artistica nel fumetto. Per diverse ragioni.

In opere come Stitches o Pillole Blu, per fare qualche esempio, il disegno permette all’autore un’operazione tutt’altro che banale: visualizzare il cambiamento del proprio corpo (o del corpo altrui) causato dalla malattia, non solo però attraverso la sua osservazione, bensì grazie al filtro della auto-percezione che ne coglie le implicazioni più profonde. Il risultato è un’esplosione di dettagli e metafore grafiche che provano a esprimere qualcosa di inesprimibile come le sensazioni, le intuizioni, le paure.

Alcune opere, tuttavia, sembrano andare persino oltre. In La parentesi di Elodie Durand o in Marbles di Ellen Forney, alcune sequenze chiave nel racconto della malattia sono legate all’atto stesso del disegnare. Il disegno – incerto, ‘brutto’, oppure astratto – si fa eco, se non autentica traccia, letteralmente, dei disturbi. Spinto all’estremo, sotto i colpi dello stress (fisico, cognitivo, emotivo) subito dall’autore, il disegno diventa LA sfida per eccellenza del fumettista malato/paziente: come continuare a disegnare? In che modo depositare sul foglio la propria condizione? Il segno del proprio “sé malato” può essere lo stesso del proprio “sé sano”? Come rappresentare un sé stesso diverso, colpito da cambiamenti che sono fisici ma anche (soprattutto) psichici o emotivi? Disegnare, insomma, diventa un modo a volte per testimoniare la propria esperienza, a volte per rielaborarla, altre ancora per condividerla ed esorcizzarla. Spesso, per rendere visibile qualcosa che altrimenti sarebbe impossibile visualizzare.

Il Graphic Medicine consente perciò di dare una forza straordinaria alla posizione del cosiddetto “narratore ferito”. Grazie a una possibilità che solo il disegno può offrire, come il trasmettere una empatia fra l’autore, la sua stessa materia espressiva – i segni stesi sulla pagina ‘direttamente’ dalle mani del malato (o ex tale) – e il lettore che assiste, al contempo, a un doppio spettacolo: quello della rappresentazione narrativa, e quello delle tracce grafiche dirette di una condizione eccezionale, spesso inesprimibile, come quella di una malattia.

Per mezzo del Graphic Medicine, allora, medicina e fumetto sembrano diventare qualcosa di più della somma delle loro parti. Il fumetto si fa mezzo efficace non soltanto per esprimere un disagio, ma anche per riflettere – con quella particolare forma di riflessione che è il disegnare stesso – offrendo un’occasione di testimonianza o introspezione profonda, per l’artista così come per il lettore. La sofferenza, la malattia e il loro fronteggiarsi quotidiano, così come le speranze e le risorse mentali, vengono comunicate attraverso una forma che consente una loro esperienza diretta – certamente più diretta di tanti linguaggi mediati da dispositivi tecnologici (cinema, tv, videogames) – permettendo così di accedere a un punto di vista personale che, senza il fumetto e al di fuori del foglio bianco, difficilmente potrebbe essere conoscibile.

Prossimamente: rubrica ‘Medicina Grafica’

La ricchezza di questo campo è dunque, a nostro avviso, qualcosa di unico. E per rendere conto di questa varietà e complessità, lungo il prossimo anno – e speriamo anche oltre – Fumettologica proporrà, una volta al mese, un percorso tra le opere di Graphic Medicine che ci sembrano fra le più rappresentative e interessanti per raccontare questo filone.

Le opere su cui ci concentreremo, in particolare, non saranno i “classici” come Il Grande Male, Pillole Blu o altri fra quelli che abbiamo ricordato o avremmo potuto ricordare. Preferiamo piuttosto segnalare fumetti e graphic novel inediti in Italia, allo scopo di allargare lo spettro e offrire qualche suggerimento utile – perché no – che sia di stimolo agli editori italiani. E ai lettori, naturalmente.

Buona Lettura.