Cosa dicono le prime recensioni di Jerusalem, il romanzo di Alan Moore

Nelle scorse settimane, Alan Moore – lo sceneggiatore di Watchmen e V for Vendetta – ha presentato il suo secondo romanzo, intitolato Jerusalem, appena pubblicato in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Un’opera mastodontica, ambientata nella sua Northampton e scritta nel corso di un decennio. Nella conferenza stampa di presentazione tenutasi a Londra l’8 settembre, Moore si è fatto notare anche per le critiche rivolte al mondo dei supereroi e per il suo ennesimo annuncio di ritiro. A pochi giorni da quella conferenza stampa, sono state pubblicate le prime recensioni di Jerusalem, e sembra non esserci unanimità: le reazioni infatti spaziano dall’entusiasmo più acceso alla completa delusione.

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Sono confortevoli per esempio le parole di Kirkus Reviews: «Fondete mentalmente James Michener, Charles Dickens  e Stephenk King e vi avvicinerete ai territori della sconfinata inventiva che Moore delimita nella sua opera più ambiziosa». E poi ancora, sui protagonisti della storia: «Moore imbastisce un mondo visto secondo diverse prospettive, da quella di avvizziti anziani mascherati a quella di reticenti bambini timorosi, passando per quella di adulti non troppo sicuri di sé alla ricerca di una certa quantità di felicità, o almeno di un po’ di sesso».

Secondo la recensione di Heidi MacDonald per Publishers Weekly, la sezione più particolare del libro – che è diviso in tre parti – è la terza, la più complessa, «scritta seguendo una serie di pastiche letterari, tra cui un’opera alla Beckett e un intero capitolo in un linguaggio inventato da Lucia Joyce, la figlia istituzionalizzata di James Joyce». Publishers Weekly definisce Jerusalem una sfida e una storia in grado di creare una nuova cosmologia, arrivando addirittura ad affermare che il romanzo «assicura a Moore un posto tra i grandi maestri della lingua inglese».

Anche Entertainment Weekly sottolinea il grande numero di riferimenti letterari, a partire da James Joyce, accostando Jerusalem all’Ulisse. Un tema comune tra il romanzo e lo stile fumettistico dello scrittore si può riscontrare invece nella peculiarità di alcuni personaggi: «Nei capolavori di Alan Moore – Watchmen, From HellPromethea, Miracleman, e potrei andare avanti tutto il giorno – c’è di frequente un personaggio che trascende il tempo e che osserva l’intera distesa dell’esistenza come se fosse una mappa del pianeta. Pensate al Dr. Manhattan o al folle William Gull. Da questo punto di vista, Jerusalem è l’apoteosi di Moore, una sinfonia quadridimensionale della sua amata città.». Tutto ciò rende Jerusalem uno strano testo che «plana sulle ali dell’immaginazione psichedelica dell’autore». 

Altrettanto entusiasta è la recensione di Nprche sottolinea come sia assolutamente da leggere questo romanzo in cui Alan Moore inserisce centinaia di personaggi, usando stili di scrittura diversi, passando da Joyce a Beckett, alla poesia. Il libro «è folle nel miglior modo possibile. Esagerato nel miglior modo possibile. Divagante nel miglior modo possibile. E’ pieno di cowboy e ragazzi morti, poeti ubriachi, storia, metafisica, strani cammei, tirate altamente personali contro qualsiasi cosa, dalla politica all’industria dei fumetti. […] Il tutto è come una sorta di piacevole sogno febbricitante».

Nat Segnit del New Yorker afferma invece che «il romanzo ha il potere immaginifico di una favola» e ci aiuta a capire il perché del titolo del libro: «Northampton è stata a lungo un centro di eterodossia politica e religiosa. Tra il quattordicesimo e il diciottesimo secolo, gruppi radicali come Lollardi, Livellatori e Antinomiani hanno frequentato la zona alla ricerca di un rifugio… di una nuova Gerusalemme. Oggi, la sua reputazione di triste città post-industriale la rende solo più aperta al dissenso». Inoltre, dalla lettura trasparirebbe un misticismo viscerale piuttosto evidente.

Il principale difetto rilevato nel romanzo sembra essere invece il linguaggio iper-descrittivo. In proposito, Stuart Kelly del Guardian scrive: «Ci sono molte cose magnifiche, ma il vero problema è il linguaggio. […] Jerusalem è un romanzo nel quale ogni cosa viene detta almeno due volte. Sono un fan del sesquipedale e non ho mai sostenuto il mantra “meno è meglio” sempre e comunque, ma bisognerebbe capire quando il troppo è troppo, e Moore non ci riesce». E del resto non ci si dovrebbe meravigliare del fatto che la lunghezza possa essere un problema, in un romanzo spacciato nelle dichiarazioni precedenti alla pubblicazione come “più lungo della Bibbia”. Infine, il consiglio del Guardian per leggere nel modo migliore questo libro è seguendo la logica di Walter Scott della “lodevole pratica del salto delle pagine”.

Anche Andrew Ervin, dalle pagine virtuali del Washington Post, fa notare la tendenza di Moore a dilungarsi troppo: «La prosa brilla in ogni pagina, non si può dire che sia priva di difetti. Alcuni interi capitoli, in particolare la sezione di Mansoul nel mezzo, li ho trovati del tutto soporiferi.» Nonostante questo, «l’umorismo, la saggezza e la compassione che proviamo per i suoi personaggi ci rende più semplice perdonare questi peccati». A livello di contenuti, Jerusalem «si crogiola nell’idea di eternalismo, la teoria secondo cui passato, presente e futuro coesistono nello stesso momento. Tutto quello che è accaduto a Northampton accade ancora».

Del tutto negativa è infine la recensione di John Semley per Macleans, secondo il quale il romanzo di Moore non mantiene le promesse. Questo perché «la prosa, sebbene spesso sembri ispirata, è in realtà debitrice del suo lavoro come sceneggiatore di fumetti: troppo descrittiva, troppo visiva, troppo impantanata nei dettagli». E poi: «La parte fantastica del libro – la spedizione in un reame chiamato Mansoul – è infantile in modo imbarazzante, come una favola (con vere fate, per di più) che vuol essere fatta passare per cruda e seriosa». In conclusione, «Jerusalem può anche essere un fallimento, ma è un fallimento della miglior specie: un flop epico».

Insomma, un’opera allo stesso tempo mastodontica e controversa. Per poterci fare un’opinione tutta nostra, però, dovremo ancora aspettare un po’. Rizzoli Lizard ha infatti di recente annunciato la data di uscita ufficiale del romanzo in Italia: 1 settembre 2017.

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