Black Mask Studios, la next big thing del fumetto americano

I presupposti potrebbero essere quelli del più surreale dei racconti, una roba alla Jennifer Egan. Prendi un chitarrista punk rock diventato negli anni un discografico dal conto in banca milionario, mettilo poi a lavorare con uno dei più importanti sceneggiatori di fumetti horror dell’ultima decade a un progetto nato dalla mente di un produttore/scrittore/regista/imprenditore dalla spiccata indole anarcoide e stai a guardare quello che succede. Da questo punto di vista, Black Mask Studios sembrerebbe tutto tranne che l’ennesima casa editrice indipendente messa in piedi nella cameretta di qualche nerd allo stadio terminale. O forse no?

Tutto parte da Matt Pizzolo, una di quelle personalità per cui è stato coniato il termine eclettico. Come vuole un certo tipo di epica post-moderna, il Nostro scrive le sue prime sceneggiature mentre lavora come commesso in un videostore. Il progetto a cui crede di più è Threat, racconto cupo e ultra-violento sulle culture giovanili di New York in un desolante post 11 settembre. Il film uscirà, prodotto dallo stesso Pizzolo (all’epoca ventiduenne) nel 2006, raccogliendo il plauso di molti e arrivando a guadagnarsi anche una menzione speciale al Rome Independent Film Festival. Il taglio è prettamente do-it-yourself, con un sacco di riferimenti al mondo hardcore, straight edge e al punk più ferocemente militante. Nonostante un budget inesistente, le ambizioni sono sfrenate, con un sacco di comparse e grandi set urbani. Viene rifiutata ogni forma di distribuzione tradizionale e si opta per un tour della pellicola di cinema in cinema, mentre una fitta rete di duplicazione della VHS viene fatta prosperare in skate park e negozi di dischi. La distribuzione in DVD arriverà solo più tardi, a titolo già affermato.

threat

Tanto per non farsi mancare nulla, gran parte della colonna sonora viene curata dai tedeschi Atari Teenage Riot, catastrofica band techno guidata dal produttore Alec Empire. La collaborazione continuerà con il video Rage, basato su materiale d’archivio raccolto durante le proteste dei gruppi no global di tutto il mondo. Tra i vari segmenti utilizzati spiccano le immagini dell’arresto dei musicisti in seguito alle manifestazioni del May Day di Berlino. Per capire che atmosfera si respirasse ai loro concerti basti vedere questo video, dove ai piedi del loro palco improvvisato poliziotti in tenuta antisommossa percuotono senza pietà i manifestanti.

Il nome di Pizzolo è ormai noto a tutti in determinati ambiti e la sua Halo 8, marchio ombrello sotto cui produce i suoi lavori, pare lanciatissima. Il passo successivo è l’acquisto dei diritti di Your Mom Kills Animals, controverso documentario sulle contraddizioni della PETA. Considerando da che tipo di ambiente provenga il Nostro, si capisce quanto una simile mossa sia tanto spiazzante quanto lucidissima, nel non volersi accodare a nessuna filosofia imposta dall’alto. Visto l’alto tasso di instabilità del materiale – tra i tanti possibili pregi del popolo animalista non mi sentirei di includere la capacità di incassare le critiche – i maggiori distributori (Netflix, Amazon…) si tirano indietro, costringendo la distribuzione a continuare la sua attività in maniera quasi clandestina.

Il grande passo però Matt lo compie con Godkiller, una sorta di motion comic all’ennesima potenza dove illustrazione tradizionale, effetti 3D e la solita infornata di ospiti celebri dal mondo punk rock si fondono per dare forma a un “film illustrato”. O almeno così lo definisce il suo ideatore. Comunque sia, la trama è presto riassunta: in un mondo post-apocalittico, un ragazzino deve trovare un nuovo cuore per la sorella. Il DVD vende benissimo e la Halo 8 si afferma sempre più, producendo di tutto. Da esperimenti folli come l’horror sui generis Pop Skull ad approfondimenti su Grant Morrison e Warren Ellis, senza disdegnare collaborazioni con Microsoft come per il documentario Ctrl+Alt+Complete.

Pizzolo pare incontenibile e non perde occasione per annunciare qualcosa di nuovo e incredibilmente innovativo. In un paio di anni passa dall’essere il ragazzo terribile del cinema punk a una sorta di simbolo delle nuove start-up tecnologiche. Fuori da ogni logica, tentacolare, sempre sul pezzo e impossibile da immaginare senza la rete. La rivista Wired lo prende in simpatia e comincia a dargli sempre più spazio. Il 13 ottobre 2001 annuncia proprio dalle pagine del periodico in questione l’inizio della campagna di crowfounding per l’antologico a fumetti Occupy Comics, progetto nato con l’idea di diffondere le idee della protesta nata sulle pagine di Adbuster e al contempo raccogliere fondi per supportare gli attivisti. Al progetto prendono parte, tra gli altri, Art Spiegelman, Alan Moore, Jimmy Palmiotti, Charlie Adlard, J.M. DeMatteis, Steve Niles, Ben Templesmith, Tim Seeley, Mike Allred, David Lloyd e Ryan Ottley. Roba da rimanerci secchi. Neanche a dirlo, la campagna si chiude raccogliendo quasi tre volte quanto richiesto.

occupy-comics

Il fumetto va così bene che si pensa di distribuirlo anche fuori dai backer di Kickstarter. Il circuito tradizionale va ancora una volta troppo stretto al Nostro, che decide di unire le sue forze con l’esperienza di Steve Niles e le capacità imprenditoriali di Brett Gurewitz. Il primo è il noto sceneggiatore di 30 Days of Night, miniserie horror candidata a tre premi Eisner e protagonista di una trasposizione cinematografica prodotta da Sam Raimi. Il secondo invece ha una storia un poco più interessante da raccontare.

Gurewitz nasce a Los Angeles nel 1962. Nel 1980 si unisce come chitarrista ai Bad Religion e ci rimane fino a scrivere un terzetto di mezzi capolavori. Suffer, No Control e Against the Grain codificano infatti in maniera definitiva il suono del punk-rock di matrice californiana. Nel frattempo, fin dal 1981, fonda la Epitaph Record per poter distribuire in maniera autonoma i dischi della propria band. Seguono un bel po’ di problemi di droga. Qualche tempo dopo, ripulito e libero da impegni musicali, decide di trasformare l’etichetta – fino a quel momento nulla di più di un indirizzo – in un progetto molto più ambizioso. La prima uscita è lo storico debutto delle L7 del 1988. Brett diventa un autentico imprenditore discografico e dimostra di saperlo fare nel migliore dei modi. Nel giro di poco mette sotto contratto un pugno di band sconosciute destinate a esplodere a livello internazionale. Offspring, Nofx, Rancid e Pennywise diventeranno l’antidoto perfetto al morente trend del grunge, costringendo gli adolescenti di mezzo mondo a girarsene con calzettoni di spugna fino al ginocchio e a sognare la California come un posto incantato dove skate e pop-punk sono la Bibbia.

Smash vende qualcosa come 11 milioni di copie senza passare da nessuna major, …And Out Come the Wolves si merita un platino e Punk in Drublic raggiunge il milione in tutto il mondo. I tour si susseguono senza tregua, e il merchandising delle band va a ruba. Brett sposta gli uffici in edifici sempre più grossi e non smette di investire in musica. Fonda nuove etichette discografiche, ne acquisisce altre, passa da produrre Tom Waits ai Leftover Crack. La stessa Epitaph si occupa sempre meno di punk-rock, sfumando verso generi più di grido, come l’emo e il post-hardcore, arrivando infine a mettere sotto contratto autentici giganti come i Weezer. E senza dimenticare di portare in cima alle classifiche band come gli A Day To Remember. Per come la si metta, Gurewitz sa fare il suo lavoro dannatamente bene, riuscendo a tradurre l’angst adolescenziale in qualcosa di orecchiabile, vendibile e divertente. Ed è proprio alla luce di questo fatto che ci si rende conto di quale sia il suo peso nel progetto Black Mask Studios.

black mask studios we can never go home

Perché alla fine si deve arrivare a parlare di fumetti, ed è proprio in tale contesto che si possono cominciare a tirare le somme. Perché va bene occupare Wall Street, le manifestazioni anti WTO e i manifesti di libertà individuale contro ogni forma di globalizzazione, ma se a pagare tutto c’è l’uomo che ha prodotto un video dove i Descendents se ne vanno in skate vestiti da preservativo non si veleggerà certo in zona Alternative Tentacles (etichetta di Jello Biafra, cantante dei Dead Kennedys). E i fumetti che ne usciranno saranno divertenti (molto), colorati (ancora di più) e spesso rozzi fino al limite dell’autoproduzione, ma del tanto antagonismo punk millantato fin dalla home page del sito non se ne vede traccia. E la cosa, sia chiaro, non è per forza di cose un male. Meglio divertirsi a cuor leggero per qualche minuto rispetto all’essere obbligati a prendere sul serio robe che probabilmente non avremmo ritenuto credibili neanche durante le occupazioni liceali dei sedici anni.

Prendiamo per esempio quella che è senza dubbio la penna di punta di tutta la casa editrice. Matthew Rosenberg è un ottimo scrittore, dotato di humor e della giusta sensibilità per scrivere storie giovanili. We Can Never Go Home è un minuscolo road movie incentrato su due adolescenti dotati (forse) di super-poteri. Fino a quando l’inquadratura rimane stretta sui due sedicenni in fuga dalla loro vita di provincia, il titolo rimane notevole. Quando invece la narrazione si apre, tutte le insicurezze dello sceneggiatore balzano subito all’occhio. Il respiro della vicenda si accartoccia e non si capisce più dove si vuole andare a parare. Semplicemente fantastiche le tavole di Josh Hood e Amanda Scurti, perfette nell’interpretare l’identità di Black Mask Studios, sospesa tra la presunta nobiltà dell’underground e una certa voglia di divertirsi. Dentro ci finiscono neri alla Charles Burns, tinte piattissime e squillanti, soluzioni dal taglio spiccatamente grafico come le pagine divise in decine (letteralmente) di vignette per rendere i dialoghi più serrati e un certo gusto facile facile per il design dei protagonisti.

Stesso discorso per il più recente 4 Kids Walk Into A Bank. Qui si parla di bambini e piccola criminalità, ma gli ingredienti sono bene o male gli stessi. Grande attenzione alla personalità dei protagonisti, umorismo, velocità di lettura e attenzione alla resa grafica. In questo caso viene coinvolto il talentuoso Tyler Boss, giovane autore di Brooklyn noto più che altro per una serie di storie autoconclusive pubblicate su Vice. Potrebbero bastare queste due righe di presentazione per capire lo stile del Nostro, vicino a un certo minimalismo tremolante tipico dei mini comics. Le sue cose migliori rimangono infatti altre – non trovandosi proprio a suo agio con la resa realistica dei protagonisti richiesta dalla sceneggiatura – ma il suo rimane comunque un lavoro godibile e dotato di personalità. Entrambe le serie citate meritano una lettura, sebbene abbiano il peso specifico di una canzonetta di punk-rock melodico da due minuti sputati.

Prima di questi due ultimi lavori era arrivato, sempre a firma di Rosenberg, il bizzarro Twelve Reasons to Die, progetto transmediale fortemente voluto dal rapper Ghostface Killah e prodotto – sia nella parte cartacea che in quella musicale – da RZA, leader del Wu Tang Clan e noto a chiunque per la colonna sonora di Kill Bill. In questo caso, ogni spinta adolescenziale viene esclusa a priori, preferendo incentrare la serie su di un incrocio tra horror, mistery e crime particolarmente sanguinolento. Nulla di trascendentale, nonostante la schiera di disegnatori celebri – Tim Seeley, Paolo Rivera, Francesco Francavilla, Ben Templesmith, Nate Powell – chiamati alle armi. Siamo dalle parti della classica serie di secondo piano targata Image, un po’ come tutte quelle della prima fase di Black Mask Studios.

Lo stesso Pizzolo prova a dire la sua con Young Terrorists, una sorta di enorme thriller fantapolitico a base di attentati, attivisti del fronte di liberazione animale, poliziotti sporchi e cattivi, teorie del complotto e crisi economica globale. In questo caso la parte grafica non svetta in nessun modo e lascia tutto il lavoro in mano allo sceneggiatore. Il titolo parte benissimo, raccoglie il massimo dei voti praticamente da ogni sito specializzato statunitense – fioccano i 10 su 10 come se nulla fosse – ma non riesce comunque a svettare sulla marea di altre testate che ogni settimana arrivano sul mercato.

black mask studios ballistic

Cosa che invece riesce benissimo a Space Riders di Fabian Rangel Jr. e Alexis Ziritt. Space opera a metà tra la psichedelia di Kirby e la brutalità di numi tutelari del nuovo underground statunitense come Benjamin Marra e Johnny Ryan. Anche in questo caso si parla di quattro numeri di rapidissima lettura, quasi improvvisati nella loro impalpabilità. Eppure l’immaginario strampalato che li riempie e la potenza delle tavole ne fanno forse il mio titolo preferito della casa editrice. Lo spirito punk e irriverente di tutta l’operazione si fonde alla perfezione con il concetto di narrazione seriale, creando davvero qualcosa che avrebbe poco senso fuori da questi territori. Non poteva andare meglio. Alla stessa maniera, ma con risultati più modesti, sembra essere partita Kim & Kim, serie young adult incentrata su due cacciatrici di taglie a spasso per il cosmo. Sul sito viene descritta come l’incrocio tra Tank Girl e Superbad. Nulla di che, ma potrebbe conquistarsi una nicchia di lettori che le altre case editrici ancora faticano a espugnare. La giovanissima età delle tre autrici potrebbe giocare a loro favore.

Oltre a esordienti e voci ancora poco affermate, Black Mask Studios è riuscita negli anni a dare spazio anche a miniserie scritte e disegnate da nomi già noti ai lettori di fumetti. Il co-fondatore Steve Niles non si discosta troppo da ambiti già battuti con il suo horror fantascientifico The Disciples, evocativo e ben strutturato come ci si aspetterebbe da un professionista con una lunga serie di lavori per le grandi major alle spalle. Più ardito invece l’esperimento di Darick Robertson (Transmetropolitan, The Boys), che con il suo Ballistic dà vita a un universo leggerissimamente sopra le righe tra malavita, pistole senzienti con una certa propensione alle droghe, isole di spazzatura e bio-tecnologia. Anche in questo caso la ricerca di un eccesso scanzonato e fine a se stesso ben si presta a incarnare lo spirito libero e vagamente strafottente di tutta la casa editrice. Un giorno poi, non si sa di preciso quando, arriverà sugli scaffali anche Sinatoro, di Grant Morrison e Vanessa del Rey. Si spera in anticipo rispetto alla serie televisiva per cui è stata opzionata dalla Universal ancora prima di mandare in stampa il primo numero. Non vorremmo rovinarci la lettura di quella che l’autore scozzese definisce come una delle sue migliori storie di sempre. Vale la pena specificare come quelle due volpi di Pizzolo e Gurewitz ci siano dentro come al collo, figurando come produttori esecutivi.

Quello di Morrison e della cannibalizzazione della sua ultima creazione è stato un caso di cui si è parlato molto, ma che mette bene in luce un’altra caratteristica della Black Mask: la capacità di fare parlare di sé. Basta dare uno sguardo al sito per capire come gli endorsement arrivino praticamente da chiunque. Senza contare un ufficio stampa in grado di raggiungere un gran numero di testate solitamente fuori dal solito giro dei siti di settore. Andiamo da Vice all’Hollywood Reporter, passando per io9 – praticamente la loro voce ufficiale – e tutti quei siti ossessionati dalla next big thing. Così la terza ondata di titoli della casa editrice – ormai definitivamente alle porte dopo qualche numero uno già in giro – pare avere già attirato un buon numero di attenzioni. Sia per titoli di ultra-attualità come Black – dove solo le persone di colore possono avere superpoteri – sia per i nomi coinvolti. Tipo l’esordio da sceneggiatrice di Adrianne Palicki, la Bobbi Morse di Agents of S.H.I.E.L.D. Alla faccia di tanti integralismi, pare che ogni mezzo sia buono, l’importante è far definire i propri fumetti come «important, and necessary» dal Washington Post. E raccogliere i frutti di quella che nei prossimi anni si prospetta come una delle fucine di idee più attive di tutta l’industria statunitense.