Bonten Tarō o l’arte del tatuaggio

Secondo il critico e studioso Kata Kōji, Bonten Tarō andrebbe annoverato tra i quattro migliori autori di gekiga dei primi anni Settanta. Accanto a lui, in ordine, troviamo Mizuki Shigeru, Shirato Sanpei e Kojima Gōseki, artisti che provenivano come lui dal mondo del kami-shibai (teatro di carta) e che avevano trovato poi il successo grazie al gekiga.

bonten taro

Nonostante la popolarità ormai raggiunta, negli anni Settanta Bonten Tarō si allontana dal mondo dei manga per approdare nell’universo dei tatuaggi: messi da parte carta e matite, inizia a utilizzare nuovi strumenti di lavoro (gli aghi) e nuove tele (il corpo dei clienti). Grazie ai suoi hada-e (disegni sulla pelle), l’artista ottiene nuova visibilità sui media (tv e giornali), venendo però al contempo dimenticato dall’industria del manga.

Per rendersene conto, basterebbe fare un salto in una qualsiasi libreria giapponese: le pubblicazioni che lo riguardano sono vergognosamente esigue e i suoi manga più conosciuti – quelli che lo hanno reso popolare tra la metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta – non sono mai stati ristampati in monografico. Fattore, questo, che ha precluso alle nuove generazioni la possibilità di conoscere la sua arte e di avvicinarsi al suo mondo.

Soltanto di recente, la casa editrice francese Lèzard Noir gli ha dedicato una raccolta antologica dal titolo Sex & Fury e al cui interno trova finalmente spazio un classico del genere gekiga: Gendai Furyō Shōjoden – Inoshika Ochō (Giovani delinquenti dei giorni nostri – Inoshika Ochō). Il motivo per cui questo titolo non risulterà così familiare è piuttosto semplice: in Occidente questo manga è conosciuto grazie alla versione cinematografica del 1973 diretta da Suzuki Noribumi, il celebre pink movie Sex & Fury.

Ma andiamo con ordine: chi è Bonten Tarō?

bonten taro manga gekiga

Nato il 5 gennaio del 1929, Bonten Tarō (all’anagrafe Ishii Kiyomi) ha fatto dell’arte e del disegno una ragione di vita. Sin dalla più tenera età, si avvicina al mondo dell’illustrazione e trova ispirazione in alcuni artisti (su tutti, Takenaka Eitarō). Dopo una breve parentesi nell’aviazione militare, Bonten Tarō scopre che il disegno può diventare una fonte di sussistenza e di sicuro guadagno. Grazie a un amico, conosce Kata Kōji, affermato autore che lo introduce nel mondo del kami-shibai. Da quel momento inizia l’amicizia con altri giovani artisti (Mizuki Shigeru e Shirato Sanpei) e le prime collaborazioni: Bonten Tarō come autore dei disegni e Mizuki Shigeru come colorista.

Quando ormai il kami-shibai aveva ceduto lo scettro dell’intrattenimento all’industria del fumetto, Bonten Tarō (che all’epoca si chiamava ancora Ishii Kiyomi) si improvvisa autore di shōjo manga per la rivista «Shōjo», riscuotendo un discreto successo. Per quasi dieci anni, realizza duecento tavole al mese, lavorando senza sosta e senza mai concedersi un attimo di riposo.

Il 1961 è un anno di rottura e di cambiamento. Bonten Tarō abbandona improvvisamente il mondo dello shōjo manga per dedicarsi anima e corpo all’arte del tatuaggio. Inizia un viaggio in giro per il paese, tra giocatori d’azzardo e delinquenti, guadagnandosi da vivere come tatuatore. Nel 1966, però, sente l’esigenza di tornare a esprimersi con carta e inchiostro, raccontando le storie violente e brutali che aveva appreso durante i suoi anni di vagabondaggio. Sono gli anni del boom del gekiga e Bonten Tarō ne diventa uno dei maggiori esponenti.

Agli inizi della sua carriera come autore di gekiga, Bonten Tarō sceglie come sinogrammi per il suo soprannome gli stessi usati per indicare “Brahman”, il nome della divinità che ha creato l’universo materiale (in giapponese, Bonten); col passare degli anni, però, sostituisce il primo sinogramma (Bon) con un altro () che significa “mediocre/comune” unito a “Ten” (, cielo). Da una parte la divinità creatrice, dall’altra un uomo comune che, grazie alla sua arte, riesce a creare un collegamento diretto tra il mondo terreno e quello divino.

Nel 1968 inizia così la sua collaborazione con la casa editrice Shūeisha e in particolare con la rivista «Shūkan Myōjō». Di lì a poco, viene chiamato a collaborare con altre riviste con alcuni racconti brevi (tanpen). Si specializza in storie a base di sesso e violenza, con una non celata propensione verso il grottesco. Scrive per «Manga OK», «Manga tengoku», «Manga pakku» e «Doyōbi manga», ma le serie più popolari le riserva per «Shūkan Myōjō»: Utsukushiki fukushū (Una meravigliosa vendetta, 1968), Onna irezumi-shi Ruri (Ruri, maestra del tatuaggio, 1969) e infine il long seller Konketsuji Rika (Rika la mezzosangue, 1969-1973).

Il temperamento di questa sua ultima eroina, ribelle e anticonformista, la trasforma in un simbolo del movimento studentesco: continuando a combattere, sempre e comunque, per i suoi ideali, Rika diventa l’emblema di quegli anni difficili e tormentati. Finite le avventure su carta di Rika, termina anche la carriera di fumettista di Bonten Tarō. Dopo solo sette anni, l’artista decide che è arrivato nuovamente il momento di dedicarsi ai tatuaggi.

bonten taro manga tatoo

Già dal 1970 ritorna al suo antico amore per i tatuaggi e partecipa a una convention a San Francisco. L’anno seguente il pugile Cassius Clay arriva in Giappone con un preciso desiderio: indossare un accappatoio da boxe in stile “puramente giapponese”. Grazie al wrestler Aoki Hiroaki (conosciuto anche col nome di Rocky Aoki), Cassius Clay conosce i manga di Bonten Tarō e rimane incantato dai tatuaggi di quei personaggi di carta. Chiede di poter incontrare l’artista: entusiasta del progetto, Bonten Tarō lo omaggia con un accappatoio da boxe le cui trame e colori si ispirano ai suoi tatuaggi.

Abbandonato ormai il mondo del manga, Bonten Tarō si dedica esclusivamente all’arte del tatuaggio, ne introduce le novità (come l’uso della tattoo machine) e regala al tatuaggio una nuova percezione nella società. Per lui, “i tatuaggi sono l’ultima moda”. La sua fama di tatuatore si spinge oltre le coste giapponesi e arriva alle orecchie di Charlie Sheen, il primo di una lunga lista di clienti. Inizia così una nuova vita professionale per un artista che soleva ripetere: “Ho un ago nella mano destra, la chitarra nella sinistra”.

bonten taro muhammad ali

Un ringraziamento particolare al Bonten Tarō’s Office (梵天太郎事務所) – nella persona di Katō Hiroshi – per avermi gentilmente permesso di usare le immagini di Muhammad Ali che corredano l’articolo.


*Paolo La Marca si occupa di letteratura giapponese moderna e contemporanea e di storia del manga. Insegna Lingua e Letteratura Giapponese all’Università degli Studi di Catania (facoltà di Lingue e Letterature Straniere e Dipartimento di Scienze Umanistiche) e Mediazione linguistica orale – Giapponese presso la Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Reggio Calabria. Ha un blog sul manga: Una Stanza Piena di Manga.

  • Sara Bersani

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