Dipingere le luci di New York: intervista a Giacomo Bevilacqua

Il suono del mondo a memoria di Giacomo Bevilacqua è senza dubbio la storia di un amore. Ma più che riferirci a un genere o alla trama del libro – che va scoperta tavola dopo tavola – l’amore che salta immediato agli occhi è quello per la città di New York, e per il desiderio di trasformare questo amore in un libro che parli dei personaggi tanto quanto dell’ambientazione, eletta coprotagonista. Il modo scelto per raccontare New York, da parte di un disegnatore come Bevilacqua, è stato quello di riprodurre i luoghi e le atmosfere tramite il colore e la luce.

Abbiamo parlato con l’autore di questo aspetto in particolare, trattandosi anche della sua prima esperienza di colorazione.

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È avvenuto prima il tuo incontro con New York, oppure volevi realizzare una storia a colori e hai deciso di ambientarla lì?

Complessivamente ho vissuto a New York per un anno, nell’arco di due. New York è una città che ti dà mille stimoli diversi che sta a te decidere di processare. Il desiderio di raccontarla, e di farlo a colori, è nato dalla frustrazione di non poter riprodurre quanto avevo visto e vissuto se non avessi utilizzato anche lo strumento del colore. Ho deciso di avvicinarmici perché volevo raccontare quella storia, ed era l’unico modo per farlo.

Posso anche dirti che la primissima immagine nata di questo libro è la tavola a pagina 65. Ho disegnato e colorato quella vignetta prima di avere un idea generale del progetto, addirittura prima di aver delineato il protagonista: sapevo che sarebbe stato lui e che sarebbe stata New York. Quello scorcio ha un senso particolare. Si trovava a pochissimi metri dalla casa dove vivevo con la mia compagna e tutte le mattine passavamo da quell’angolo, fermandoci a bere il caffè. È il primo particolare di New York che ho riprodotto.

Ogni libro che faccio è diverso dal precedente, sia per genere, che per stile. Mi piace imparare sempre nuove cose, con questo libro ho voluto sperimentare soprattutto il colore.

Come hai approcciato lo studio del colore?

Ho studiato sui testi di Betty Edwards, che mi sono stati consigliati sia da Gipi che da Gud. Li ho trovati illuminanti, portavo ovunque il tablet per esercitarmi sempre, mi è capitato di portarmelo dietro anche al mare in vacanza. Tutto il mio studio è stato sul colore digitale, non mi sono ancora avvicinato allo studio della pittura materica. Purtroppo è anche una questione di tempi lavorativi.

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Come hai lavorato su Il suono del mondo a memoria? Pagina dopo pagina o dando prima delle chiavi di colore?

Ho lavorato tavola dopo tavola. Ogni giorno passavo diverso tempo a studiare la tavola precedente, sia per dare un’uniformità di luce quando l’azione si svolgeva nello stesso momento, sia per dare uniformità alla sequenza delle tavole in generale. Studiata la paletta di colore della tavola, passavo ad utilizzarla per quella successiva. Quando ho iniziato il colore, tutte le matite erano già state completate.

Come si procede nel dare vita tramite il colore a un posto realmente esistente? Hai usato foto, riferimenti di qualche tipo?

Quando Bao Publishing mi ha approvato il progetto, ho preso al volo un biglietto per New York. Avevo un soggetto, ma assolutamente non tutto il materiale che mi serviva per comporre un intero libro. Pochi giorni dopo ero lì, ospite di amici. Ho fotografato tutti i luoghi che mi interessavano, da più angolazioni. Non avrei mai usato foto o riferimenti trovati in Internet.

Quindi ti sei basato sulle foto?

Per riprodurre i luoghi, ma assolutamente non per il colore. Tutte le foto che ho fatto erano in bianco e nero. La mia sfida, che un po’ richiama una parte della trama del libro stesso, è stata proprio quella di riprodurre i colori basandomi solo sulla memoria dei luoghi. E di riuscire a riprodurli fedelmente, anche rispetto al momento della giornata, non solo rispetto al tipo di ambientazione che volevo creare. Naturalmente ho dovuto a volte vedere dei riferimenti, quando riproducevo un particolare palazzo o struttura, e dovevo quindi farmi un’idea del suo colore effettivo.

Ho anche usato una funzione di Google Sketchup che permette di ricreare dei solidi, collocarli nello spazio e studiare la lunghezza delle ombre in un dato momento della giornata, per studiare la posizione del sole. Volevo insomma che il tutto fosse il più realistico possibile. Ma oltre a questo aiuto, non ne ho usati altri.

Mi ero talmente chiuso sul ricreare fedelmente le atmosfere, che per tutta la lavorazione del libro il Gaviscon è stato il mio miglior alleato per combattere la gastrite che mi sono provocato. C’è una tavola, la splash page di pagina 110-111, di cui esistono 63, e dico 63, versioni diverse. Il file finale pesava diversi giga.

Quella tavola rappresenta l’accensione delle luci dell’albero di Natale da Macy’s e la riuscita giusta doveva raccontare quello che mi interessava: mi piaceva l’idea che, sebbene occupasse una piccola porzione della tavola, l’albero fosse la parte più luminosa di tutta la splash.  Il resto delle luci, nonostante fosse una mattina di dicembre in pieno giorno, si sarebbero dovute comportare di conseguenza, e il difficile era dare all’atmosfera questo senso.

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I posti che hai inserito nel volume sono stati scelti per il loro valore cromatico o per una questione emozionale e di significato?

Soprattutto per il valore cromatico. Ogni quartiere di New York ha la sua particolare scala cromatica. Midtown ha i toni del blu, a causa della luce che viene riflessa dai palazzi. L’East Village ha toni caldi, dovuti alle pietre con le quali sono costruite le case, toni e materiali che volevo riprodurre.

Nel libro più di una sequenza è ambientata nel Metropolitan Museum, che evidentemente è un luogo a cui eri particolarmente legato. Possiamo dire che un quadro in particolare, la Giovanna d’Arco di Julies Bastien Lepage, è un vero e proprio personaggio del libro. Il quadro è riprodotto fedelmente, quindi in stile pittorico.

Il Metropolitan, assieme a Union Square, erano posti in cui passavo moltissimo tempo, e che ho voluto inserire per questo motivo nel libro. Quando mi sono accorto che quel quadro in particolare sarebbe comparso diverse volte all’interno del libro, ho deciso di farne una vera e propria riproduzione, il che ha voluto dire ridipingerlo (in digitale), pennellata dopo pennellata. È stato un esercizio utilissimo.

Ho voluto fortemente che all’interno delle tavole ci fosse lo stacco tra lo stile pittorico della riproduzione e quello più grafico delle vignette attorno. Avrebbe evidenziato anche un altro dettaglio per me importante: i personaggi del libro, e soprattutto i due protagonisti, sono disegnati con stile molto sintetico, anche più di altri personaggi di contorno, disegnati con un segno più realistico. Questo avrebbe accentuato ancora di più il valore narrativo del colore e non del segno, e anche il fatto che la città, assieme a loro, fosse protagonista.

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Cosa pensi degli effetti visivi digitali che si possono usare colorando digitalmente una tavola, come gli effetti di movimento?

Li ho usati un paio di volte nel libro, solo dove erano strettamente funzionali. In generale penso siano effetti cinematografici prestati al fumetto, quindi non li amo molto, e soprattutto non se ne debba abusare.

Nel fumetto c’è un’intera sequenza virata sul magenta, dal forte valore simbolico. Mi sembra di  intravvedere una citazione di  qualche film, è possibile?

No, nessuna citazione, anzi, è una caratterizzazione che sento abbastanza mia. Quando riproduco sequenze oniriche utilizzo sempre quel tono di magenta, che per me rappresenta appunto il sogno.

Quindi possiamo dire che Il suono del mondo a memoria sia stato anche un banco di prova, e una sfida.

Penso che ci sia un solo modo di imparare a fare i fumetti e crescere come autore: continuare a fare fumetti. Ed è quello che faccio cercando di produrre sempre volumi diversi, come Metamorphosis, che è uscito negli scorsi anni, come Il suono del mondo a memoria, o come i progetti a cui sto lavorando adesso, tra cui Lavender: sarà un horror psicologico in uscita per Sergio Bonelli Editore, e tornerò nuovamente a sperimentare con i colori.

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