Rumiko Takahashi, la regina dei manga

Tra i mangaka più celebri del XX secolo – e oltre – un posto d’onore spetta a Rumiko Takahashi. Nota come la creatrice di Lamù e Ranma, ha scritto e disegnato numerose serie di successo tanto da essere comunemente nota come la “regina dei manga”. Ripercorriamo dunque la sua carriera, cominciata oltre 35 anni fa.

rumiko takahashi

Da lettrice ad autrice (di shonen)

«Quando ero bambina leggevo anche gli shojo, ma preferivo gli shonen», ha confessato la Takahashi in un’intervista. Le sue letture giovanili spaziano da Doraemon di Fujiko Fujio a Dororo e W3 di Osamu Tezuka, da Spider-Man – nella versione ‘locale’ di Ryoichi Ikegami – ai manga sportivi come Rocky Joe di Ikki Kajiwara e Tetsuya Chiba. Ma i suoi preferiti sono sicuramente Devilman e La scuola senza pudore di Go Nagai, autore che ammira per la straordinaria capacità di passare dal comico al tragico mantenendo intatto il proprio stile.

La giovane Takahashi non si accontenta però dei prodotti mainstream, e segue anche Garo, rivista di manga ‘neri’ e spesso d’avanguardia, oltre che Big Comic Original, il cui target maschile aveva già negli anni Settanta un profilo più adulto e maturo (seinen manga). Oltre a essere una lettrice assidua e onnivora, la Takahashi sogna di diventare autrice. Mentre frequenta l’università, superando le obiezioni dei genitori e l’angoscia di un futuro incerto, si iscrive al Gekiga Sonjuku, corso di manga tenuto da Kazuo Koike, lo sceneggiatore di Lone Wolf and Cub o Lady Snowblood:

Nei sei mesi di scuola dovevo realizzare almeno una storia a settimana. Dovevo creare vignette e intere tavole basandomi sulle sceneggiature scritte durante il corso. Trovarmi insieme a tante persone con le mie stesse ambizioni è stato stimolante e mi ha incoraggiato a continuare per la mia strada. Gli insegnamenti che avevamo erano tutti di alto livello: alcuni li ho potuti capire ed apprezzare solo dopo tanti anni.

Kazuo Koike aveva concentrato gli sforzi dei suoi corsi sul manga gekiga, filone lontano dal tono tendenzialmente farsesco del manga tradizionale, caratterizzato da un approccio più realistico al disegno e alla narrazione, con noir, thriller ed anche opere storiche o introspettive pensate per un pubblico certamente più smaliziato, ‘occidentale’ e non infantile. Koike insisteva soprattutto su un punto: la forza di un manga sono i personaggi.

Lamù, l’aliena amata da lettori e lettrici

Dopo aver lavorato su piccoli progetti, nel 1978 viene pubblicata la prima storia di Urusei Yatsura (letteralmente ‘Gente fastidiosa’), meglio nota in italiano come Lamù. L’adolescente Ataru Moroboshi, definito “l’uomo più sfortunato del mondo”, è scelto per rappresentare l’umanità in una sfida cruciale. Un gruppo di alieni con qualche tratto divino, gli Oni, vogliono invadere la Terra ma desisteranno dal proposito solo se il ragazzo vincerà il loro campione. Si tratta della figlia del capo degli Oni, Lamù, che oltre ad essere molto bella è in grado di volare e arrostire con scariche elettriche chi la fa arrabbiare. Con uno stratagemma tanto astuto quanto scorretto, Ataru ha la meglio su Lamù, ma mentre festeggia la vittoria le lascia intendere di volerla sposare, Lamù accetta la proposta dell’umano, che da quel momento diventa il suo “Tesoruccio”, e si stabilisce in casa sua. Stravolgendogli la vita, naturalmente.

lamu rumiko takahashi

Inizialmente la serie doveva contare solo 5 episodi e Lamù, fisicamente ispirata alla formosa modella di bikini Agnes Lum, doveva apparire solo nel primo. Ma durante la lavorazione la storia prese una direzione inaspettata che portò l’autrice a cambiare idea:

Con Urusei Yatsura era mia intenzione creare una serie fantascientifica a sfondo comico, quasi una farsa. All’epoca non erano molti i manga di questo genere, quindi pensai di iniziare io questo nuovo filone. Però, mentre il fumetto veniva pubblicato, dalle lettere dei lettori scoprii che il loro interesse era concentrato soprattutto sull’andamento dei rapporti tra Lamù e Ataru. Questo all’inizio mi stupì, ma poi mi convinsi che si trattava di una cosa naturale.

La serie di fantascienza si trasforma in una commedia romantica. Di fantascientifico nella serie non c’è effettivamente quasi nulla, tanto che la stessa razza aliena di Lamù non proviene dallo spazio, bensì ha le proprie radici nel folklore giapponese, presso il quale gli Oni sono creature mitologiche – tra orchi e demoni – grandi e forti, con tanto di pancia, corna e zanne prominenti (il padre di Lamù ne è la rappresentazione più vicina, sebbene ironica).

Nel rispetto degli insegnamenti di Koike, il punto di forza della storia sono i due protagonisti, che a ben vedere nascono dal ribaltamento ironico di alcuni stereotipi. Lamù incanta tutti (i maschietti) con il suo bikini tigrato, ma ha il candore di una bambina; con i suoi poteri potrebbe fare qualsiasi cosa, eppure sogna di diventare la mogliettina di un adolescente poco brillante. Ataru non mostra nessuna dote particolare, eppure salva l’umanità; sbava davanti alle ragazze tanto da avere fama di “sporcaccione”, eppure non sa che fare quando si trova da solo con Lamù.

Intorno ai due, la Takahashi mette in piedi una tribù affollatissima di personaggi, molto ben caratterizzati, che in parte o in toto derivano anch’essi da tradizioni letterarie o folkloristiche tanto quanto da diffusi cliché sociali: dalla volpe mutaforma Kitsune al vecchietto malizioso Sakurambo, dal gatto gigante Kotatsu-Neko alla bella Asuka, che fugge gli uomini ma è anche una combattente fortissima. Come spiega l’autrice, la comparsa di un nuovo personaggio è il motore dell’azione:

Visto che il mio lavoro è serializzato, devo pensare a come farlo procedere. Quindi non lo pianifico ma penso cose tipo “Sarebbe interessante se un nuovo personaggio apparisse a questo punto”. Il mio dovere è creare un personaggio che non è mai apparso prima, ed è quello che cerco di fare. Mi affeziono a ciascuno dei miei personaggi, anche se alcuni ritornano di meno.

E proprio in questo, si potrebbe dire, c’è la cifra narrativa propria dello stile-Takahashi: concepire innumerevoli personaggi e intrecciare i loro modi di essere:

Ogni personaggio è connesso agli altri. Ognuno ha un ruolo da portare avanti… e una compatibilità con gli altri. I personaggi che hanno vita più lunga sono quelli che si mescolano meglio. Non li valuto semplicemente in base alla personalità che viene fuori. Se interagiscono bene nella storia restano, mentre quelli che non funzionano non li uso più.

lamu rumiko takahashi

Le vicende dei personaggi danno vita a episodi tendenzialmente autoconclusivi, in cui l’azione è condotta dalle gag rapide e incalzanti, in una sorta di comicità slapstick disegnata. Come accadrà per quasi tutti i lavori dell’autrice, la serie a fumetti diventa un anime nel 1981. Nello stesso anno Urusei Yatsura vince il prestigioso Premio Shogakukan sia nella categoria shojo che in quella shonen. Un riconoscimento a dir poco inusuale, che testimonia il traguardo straordinario della Takahashi: creare una serie che piace davvero a tutti, lettori e lettrici.

Il metodo di lavoro

Nel 1980, mentre Urusei Yatsura è in corso, la Takahashi comincia a lavorare a Maison Ikkoku, in italiano Cara dolce Kyoko. La serie racconta la storia d’amore tra uno studente che non riesce a superare l’esame d’ammissione all’università e l’amministratrice del suo condominio, abitato da gente bizzarra. Con un tono mai drammatico, perché stemperato dalle consuete gag, l’autrice racconta la crescita della relazione tra i due, fino al romantico lieto fine.

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In questo periodo la Takahashi consolida il suo metodo di lavoro e si diverte a descriverlo nelle brevi storie intitolate Kemo Kobiru no Nikki (Il diario di Kemo Kobiru) pubblicate su Shonen Sunday. La prima fase di lavoro prevede un confronto con leditor sullo sviluppo della storia. L’autrice non lavora su una sceneggiatura definita a monte, ma asseconda l’istinto del momento definendo i dettagli settimana per settimana. Questa scelta di fondo contribuisce a rendere il racconto più spontaneo, determina il carattere autoconclusivo degli episodi e rappresenta uno stimolo a introdurre sempre elementi (in genere personaggi) nuovi. Ma comporta anche alcuni limiti, come un intreccio narrativo poco complesso sulla lunga distanza e, in fin dei conti, quello che in molti hanno indicato come la principale debolezza del lavoro della Takahashi: un mancato ritratto in profondità dei personaggi, lasciati in balìa di piccole trame contingenti, aneddotiche e accidentali.

Restiamo però sul metodo di lavoro, emblematico della più fiorente industria del manga anni Ottanta, non senza qualche peculiarità. Nella seconda fase, l’autrice disegna a matita una bozza dell’intera storia. Facendo questo, definisce meglio il layout complessivo, detto nah-may, per poi ridisegnarlo completamente. Lavora con grande rapidità e di media è in grado di realizzare un nah-may di 18 pagine in tre giorni e di inchiostrarlo in due. Ma non rinuncia al perfezionismo, soprattutto all’inizio di una nuova serie, e non è raro che ridisegni la storia anche sette volte pur di ottenere il risultato voluto.

Vista la mole di pagine da completare, anche la Takahashi si avvale dell’aiuto di assistenti. Nel periodo di Urusei Yatsura e Maison Ikkoku sono due, e data la scarsità di mezzi l’autrice condivide con loro anche lo spazio vitale: tutte e tre vivono e lavorano in una stanza di circa 15 mq, e di notte la Takahashi è costretta a dormire nell’armadio… Col tempo, naturalmente, lo studio si è ingrandito e le assistenti sono diventate quattro; tutte rigorosamente donne, per evitare che la presenza di un collega potesse creare difficoltà o gelosie.

Ranma, un personaggio sia maschio che femmina

Nel 1987 la Takahashi decide di chiudere le due serie che l’hanno resa famosa. Lavora quindi a One Pound Gospel, dove racconta l’amicizia tra una suora e un pugile (portata a termine solo nel 2007), ma soprattutto si imbarca in un nuovo grande progetto. Pensa a una storia a base di kung fu, sia perché ama particolarmente i film di e con Jackie Chan, sia perché ha voglia di divertirsi disegnando scene di combattimento. In un’intervista ricorda:

Da tempo pensavo a una serie con un personaggio che fosse sia uomo che donna, e dato che la maggior parte dei miei precedenti lavori aveva come protagonista una donna, questa volta ho optato per un uomo. Avevo però un certo timore nel presentare un protagonista maschile di fronte a centinaia di lettori maschi, e così ho deciso di crearne uno che fosse metà uomo e metà donna.

ranma rumiko takahashi

Ranma Saotome è il figlio di un maestro di arti marziali. Durante un allenamento in Cina, cade nelle Sorgenti Maledette di Jusenkyo. Da quel momento in poi, ogni volta che si bagna con acqua fredda diventa una ragazza, per poi tornare normale solo con l’acqua calda. Una maledizione simile colpisce il padre, che però si trasforma in panda. I due tornano in Giappone per prestare fede a una promessa fatta al signor Tendo: una volta cresciuto, Ranma dovrà rilevare il suo dojo e sposare una delle sue figlie. La scelta cade dunque su Akane, anche lei esperta di combattimento ma refrattaria all’idea di avere un fidanzato. Akane e Ranma sono quindi costretti a vivere sotto lo stesso tetto e andare nella stessa scuola. La doppia natura di Ranma creerà ben presto scompiglio, nei più diversi contesti.

In Urusei Yatsura c’era già Ryunosuke, una ragazza costretta a vestire panni maschili: un cliché che attraverso la mediazione de La principessa Zaffiro di Osamu Tezuka era arrivato al manga direttamente dal teatro Takarazuka, dove anche i ruoli maschili sono interpretati da attrici. Ma la Takahashi fa un passo avanti, perché Ranma non si traveste, cambia letteralmente sesso. E tutto sommato, una volta fatti i conti con la bizzarrìa della situazione, questa condizione di “½” non è poi un vero problema: conciliare in sé due modi di essere diversi, più che una sottrazione è un valore aggiunto. E infatti, nel corso della serie, non solo Ranma, ma anche gli altri personaggi colpiti dalla maledizione delle sorgenti si rassegnano di buon grado alla loro situazione: da ragazzo, Ranma è un combattente forte e virile, ma da ragazza ripete spesso di essere più bella delle altre donne; suo padre si dà presto da fare trovando lavoro presso lo studio di un dottore come “panda di servizio”; e Ryoga, pretendente non corrisposto di Akane, riesce a farsi abbracciare dall’amata solo quando è un porcellino.

ranma rumiko takahashi

Più che ribaltare degli stereotipi, in chiave un po’ fiabesca Ranma ½ lavora sul tema della tolleranza, mostrando il bello di accettarsi per ciò che si è. Anche in questo lavoro, l’ironia è la chiave di volta: l’azione è fatta di combattimenti e gag che sconfinano gli uni nelle altre, come quando i protagonisti si rovesciano secchi d’acqua a vicenda – con le assurde conseguenze del caso – per avere la meglio, in una sfida di forza o in una scaramuccia sentimentale. Questa è forse la serie in cui la ricerca della risata e del divertimento raggiunge l’apice:

La prima ragione per cui faccio manga è perché è divertente. Leggere un manga e divertirsi, per me è questo l’importante. Questo è il punto di partenza. Non è semplice gioia di vivere, è il sapore dell’infanzia. Ho sempre pensato che c’è del divertimento nella lettura, ed è questo che il manga rappresenta per me. Sono convinta che a tutti piacciano i personaggi felici, ma se le cose si fanno serie, come per esempio quando un personaggio muore, voglio offrire al lettore una scappatoia.

Fedele a questa convinzione, i personaggi della Takahashi, non solo quelli di Ranma ½, sono eterni bambini e sembrano non prendere mai nulla sul serio. Del resto, gli stessi ideogrammi che compongono il nome Rumiko sembrano racchiudere questa filosofia: Ru (restare) – Mi (bello) – Ko (bambino).

La Saga delle Sirene, ovvero il lato oscuro del manga

A partire dagli anni Ottanta la Takahashi affianca alle serie lunghe diversi manga autoconclusivi, confluiti successivamente nelle raccolte Rumic World e Rumic Theater. Alcune di queste storie hanno un tono serio se non serioso, a tratti grottesco. L’autrice sembra ricollegarsi al suo lavoro come assistente di Kazuo Umezu, un autore decisivo, considerato il primo grande maestro del manga horror. Frutto di questa ispirazione è la miniserie horror Ningyo Shirīzu, in Italia Saga delle Sirene, realizzata tra il 1994 e il 1998.

il segno della sirena rumiko takahashi

Nel folklore giapponese chi mangia carne di sirena può diventare immortale. Yuta è un giovane che, dopo aver vissuto per secoli, vorrebbe tornare a essere un uomo normale. Salva la vita a Mana, e con lei si mette in viaggio incontrando altri uomini e donne la cui vita è stata sconvolta dal sogno dell’immortalità. L’idea alla base della storia è forte e netta: le creature sovrannaturali sono il pretesto per cui gli esseri umani scatenano il peggio di sé. Per una volta, la Takahashi rinuncia del tutto alla leggerezza della commedia. I personaggi di Ningyo Shirīzu non hanno niente su cui scherzare. Di fronte alla malvagità di uomini e sirene, Mana e Yuta riescono a preservare il loro animo intatto, così come il loro corpo riesce a guarire da ogni tipo di ferita, continuando a fare da spettatori di orribili tragedie umane che su di loro non sembrano lasciare traccia.

La serie, per la verità rimasta incompiuta, non convince del tutto e tradisce la fatica del lavorare allo sviluppo psicologico dei protagonisti in maniera più intensa e sistematica rispetto alle opere precedenti. Rappresenta però un’interessante eccezione nella carriera dell’autrice. Inquietante, cupa e lontana dai soliti toni e meccanismi farseschi, testimonia come anche la solare Takahashi abbia un lato oscuro:

Forse [la Saga delle Sirene] è stata una sorta di catarsi per me… Davvero non lo so. Semplicemente ho queste idee spaventose, a volte.

Il fantastico nel quotidiano: da Inuyasha a Rinne

Nel 2002 la Takahashi vince per la seconda volta il Premio Shogakukan come miglior shonen, questa volta con una serie iniziata nel 1996, Inuyasha. La giovane Kagome cade nel pozzo di un vecchio tempio scintoista e finisce nel Giappone del passato. Lì scopre di essere la reincarnazione di una sacerdotessa ed eredita la sua missione: proteggere un potente talismano dai demoni che vogliono impossessarsene. Suo compagno di avventure, nemico e alleato al tempo stesso, è Inuyasha, un mezzodemone (figlio di un demone cane e di un’umana).

inuyasha rumiko takahashi

Anche Inuyasha vive una condizione “di mezzo”: per quanto sia forte, con la luna piena perde poteri e orecchie canine diventando un semplice umano. Ma, a differenza di quello che accade in Ranma ½, soffre molto per questa situazione e spesso reagisce comportandosi male. La vicinanza di Kagome, l’unica capace di placarlo mettendolo letteralmente “a cuccia”, servirà a farlo crescere e a fargli capire che la sua vera forza sta proprio nella sua doppia natura. Dal canto suo, anche Kagome deve dividersi tra i suoi compagni di avventure e i suoi cari che la aspettano a casa. Spesso combina pasticci e non riesce a salvarsi da sola dai cattivi di turno, ma la sua purezza innata la rende in grado di compiere azioni che nessun altro può fare.

Koike sosteneva la necessità di cambiare per non perdere l’attenzione dei lettori. Ma a ben vedere Inuyasha non è un autentico cambio di direzione. È piuttosto la sintesi perfetta di tutte le anime della Takahashi, il punto in cui si incontrano le strade che aveva già sperimentato: il gusto per la gag e il florilegio di personaggi bizzarri di Urusei Yatsura, l’idillio romantico con lieto fine di Maison Ikkoku, i battibecchi sentimentali e i combattimenti di Ranma ½, lo scontro con il male assoluto della Saga delle Sirene. E ovviamente il sostrato storico-fantastico presente pressoché in tutti i lavori precedenti, ispirato alle tradizioni della fiaba e delle leggende popolari giapponesi. Questi ingredienti si fondono con una tale naturalezza da rendere Inuyasha un’opera pienamente matura, che incarna più di ogni altra la visione e lo stile della Takahashi.

La scelta di intrecciare il fantasy con la quotidianità giapponese è anche alla base di Kyōkai no Rinne, letteralmente Rinne del confine, l’ultima fatica della Takahashi cominciata nel 2009 e ancora in corso. Rinne Rokudo è un mezzo-shinigami (dio della morte). Con Sakura, ragazza che ha il potere di vedere gli spiriti, aiuta le anime dei defunti a salire sulla Ruota della Trasmigrazione. Rinne svolge questo lavoro per pagare un debito di famiglia, ed entra in conflitto con suo padre, capo di una società di damashigami, divinità dell’inganno che imbrogliano le anime portandole nell’aldilà prima del tempo.

 rumiko takahashi

I protagonisti non hanno la forza iconica della serie precedente: nonostante i capelli rossi e il variopinto haori (soprabito rituale), Rinne appare sicuramente meno caratterizzato di Inuyasha, mentre Sakura fa molta meno simpatia di Kagome. Ma anche loro vivono una condizione di mezzo, che li fa sentire inadeguati: Sakura deve fare i conti con un tipo di sensibilità che la rende diversa dalle amiche e Rinne, a causa della sua famiglia, si trova caricato di responsabilità che non dovrebbero pesare su un adolescente. Il confine su cui si muovono non è tanto la dimensione sospesa tra la vita e la morte, quanto quello che separa l’adolescenza dall’età adulta.

In una realtà in cui persino gli shinigami sono ricchi o poveri, incassano guadagni onesti o truffano i clienti, Rinne e Sakura devono già fare i conti con le dinamiche impietose del lavoro e della competizione. Per sapere come andrà a finire, e se i due riusciranno a crescere senza perdere sé stessi, non resta che continuare a seguire le loro avventure.

Sebbene sia la nostalgia generazionale per Lamù, oggi, a rappresentare il principale contributo di Rumiko Takahashi all’immaginario collettivo degli ultimi trent’anni, la sua lunga e multiforme carriera ci suggerisce le ragioni più profonde del suo successo. La Takahashi ha avuto il talento di creare storie che vanno oltre la distinzione – tradizionalmente molto rigida ed evidente – tra shojo e shonen. Ma, soprattutto, con i suoi personaggi e la sua ironia, ci ha mostrato che sentirsi irrisolti è normale, e può diventare l’inizio di una meravigliosa avventura da condividere con gli altri. Una lezione degna di una grande maestra del racconto popolare.

  • Cristian Maritano

    Bello come articolo complimenti#

  • “È piuttosto la sintesi perfetta di tutte le anime della Takahashi, il punto in cui si incontrano le strade che aveva già sperimentato: il gusto per la gag e il florilegio di personaggi bizzarri di Urusei Yatsura, l’idillio romantico con lieto fine di Maison Ikkoku, i battibecchi sentimentali e i combattimenti di Ranma ½, lo scontro con il male assoluto della Saga delle Sirene.
    E ovviamente il sostrato storico-fantastico presente pressoché in tutti
    i lavori precedenti, ispirato alle tradizioni della fiaba e delle
    leggende popolari giapponesi. Questi ingredienti si fondono con una tale
    naturalezza da rendere Inuyasha un’opera pienamente matura, che incarna più di ogni altra la visione e lo stile della Takahashi.”

    Descrizione perfetta!

    Non concordo invece riguardo a La saga delle sirene “La serie […] non convince del tutto e
    tradisce la fatica del lavorare allo sviluppo psicologico dei
    protagonisti” che trovo il suo vero e proprio gioiello, anche se la sua serie che amo di più è Inuyasha, e non certo per le storie d’anime, ma proprio come battle shonen avventuroso.