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Com’è “Il suono del mondo a memoria”, il primo graphic novel di Giacomo Bevilacqua

Passare due interi mesi senza parlare con nessuno. È questa la sfida che il giovane Samuel Page si è autoimposto. Una sfida alla sua misantropia e alla sua reticenza nell’affrontare il mondo a viso aperto, ma anche alla sua autodisciplina, all’umana capacità di rispettare le regole ferree che tutti noi ci autoimponiamo per far fronte all’insostenibile imprevedibilità dell’esistenza. Una sfida, in fondo, anche alla città che meno di tutte sembrerebbe prestarsi a un tale esperimento, la brulicante e indecifrabile New York, che il nostro eroe sceglie come ring per questo singolare confronto con se stesso, da cui conta di trarre, tra le altre cose, il materiale per il suo esordio come columnist sulla rivista di cui è fotoreporter e cofondatore.

Sono queste le premesse del fumetto recentemente pubblicato da Bao Publishing, Il suono del mondo a memoria, che segna a sua volta un esordio: si tratta del primo graphic novel (e prima prova a colori) di Giacomo Bevilacqua, fumettista noto al grande pubblico soprattutto per le strisce umoristiche di A Panda piace.

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suono del mondo a memoria bevilacqua

Da queste premesse prende avvio una vicenda in stile urban romance giovanile che grazie a un seducente impatto grafico riesce a farsi perdonare, sebbene solo in parte, una conclusione abbastanza scontata e una caratterizzazione dei personaggi che non sempre sa evitare il tranello degli stereotipi.

Il cielo e un frammento di skyline riempiono la prima tavola. Una splash page accattivante, che prosegue con uno sguardo a volo d’uccello sulla città, arriva fino alla porta di casa di Sam e si sofferma sullo schermo dello smartphone ai piedi del letto, stabilendo il ritmo e il clima emotivo della storia: una esplorazione insieme urbana e intima, in cui i dettagli di regia e di disegno sono al centro della scena. La composizione delle tavole predilige le grandi vignette orizzontali più ‘cinematiche’ ma è sostanzialmente libera, e alterna anche griglie regolari, o singole vignette che fluttuano al centro della pagina, immerse nel bianco (o nel nero) pieno. Il montaggio estremamente vario sospinge dunque il lettore, anche nei momenti in cui Bevilacqua segue i più banali episodi della quotidianità di Sam. Un ragazzo, questo, che è un ‘tipo urbano’ come ne abbiamo visti tanti: schivo e introspettivo, si sposta ascoltando musica con immancabili e onnipresenti cuffie integrali, lo conosciamo grazie a una classica scena di “sveglia-in-ritardo” e lo seguiremo in qualche café dove prova a lavorare, da buon reporter al passo coi tempi.

In linea con un protagonista stilizzato e un po’ prevedibile, non tutto, sul fronte del disegno, sembra avere “carattere”. Alcune soluzioni non brillano per originalità: una sequenza allegorica risolta con una infografica “8 bit”; l’apparizione onirica di una lei (e più avanti Sam stesso) con un “cassetto” nell’addome, come luogo di accesso simbolico all’interiorità; una scena di sussulto fisico-psicologico rappresentata con un volto e una linea che simula le onde di un encefalogramma; qualche metafora un po’ telefonata (i ‘meccanismi’ oscuri della città raffigurati da un insieme di ingranaggi). Per contro, la sequenza al centro del volume, in cui avviene l’incontro decisivo fra Sam e Joan, è gestita con un tocco registico e grafico di indubbia eleganza: un incidente stradale reso come un etereo volo e incontro fra sguardi, che si allunga in una sequenza di pagine mono-vignetta da picture book, e con il climax di una romantica simmetria tra Joan e Sam.

La forza visiva de Il suono del mondo a memoria si esprime al meglio quando gli scorci urbani arricchiscono le vignette con la loro profondità, e suggeriscono una languida malinconia grazie alla paletta di colori che accosta grigi e marroni con arancioni e gialli, suggerendo un’atmosfera da dolce tramonto metropolitano. I personaggi funzionano meglio dunque quando sono inseriti in questi fondali, più che abbandonati a primi piani (troppo) poco recitati, o quando interagiscono con oggetti – macchina fotografica, computer, metropolitana, e un certo quadro in un museo… – che Bevilacqua schizza con una cura per i dettagli che pare fatta, insieme, di attenzione tecnica e di vicinanza quasi affettuosa.

A fronte di un impianto visivo ricercato e, in alcuni passaggi, riuscito e in grado di emozionare, emergono alcuni limiti che ne guastano, almeno in parte, il sapore complessivo. Penso soprattutto alle due grandi, paradossali assenze di questo lavoro: la città di New York, e il silenzio.

suono del mondo a memoria

Dire che New York è assente in Il suono del mondo a memoria potrebbe suonare di primo acchito sorprendente. È innegabile che la Grande Mela costituisca lo sfondo costante dell’intera vicenda, continuamente riproposto attraverso i suggestivi paesaggi urbani di cui si diceva più sopra. Il problema è un altro: mentre sul piano grafico e quantitativo la città resta un magnifico scenario, la voce narrante non cessa di ricordare al lettore come New York sia un posto unico e speciale, e soprattutto come stia giocando un ruolo attivo nella vicenda. Sennonché, sul piano della narrazione effettiva, Bevilacqua non tiene dietro a queste dichiarazioni di intenti.

New York non acquista mai davvero il rango di personaggio che l’autore continua esplicitamente e insistentemente a rivendicarle: le avventure e i monologhi dei protagonisti sono talmente densi e incalzanti che non resta molto spazio per dare corpo e sostanza a questa rivendicazione. Gli episodi fondamentali della storia sono sempre ancorati a qualche elemento dello sfondo, ma c’è un chiaro squilibrio tra l’approfondimento dei veri protagonisti e l’approfondimento di quel che resta, per l’appunto, uno sfondo: di New York, Bevilacqua ci regala bellissimi paesaggi, riprese aeree, considerazioni – un po’ scontate – sulla sua vita brulicante, ma poche scene di quotidianità, poche ‘storie’. In sostanza, sono poche le concrete interazioni tra Sam e questa città che pure, come viene detto ripetutamente, lo starebbe cambiando drasticamente. Il risultato è che chi legge non ha elementi per apprezzare, se non superficialmente o attraverso luoghi comuni, gli slanci lirici e le digressioni concettose sulla città, che finiscono più che altro per disturbare, come un rumore di fondo, la fruizione della vicenda di Sam, ben più interessante in tutta la sua umana semplicità.

Il che ci porta all’altro grande assente di questa storia: il silenzio. Vera e propria premessa della vicenda (la sfida di Sam è innanzitutto una battaglia contro il linguaggio), il silenzio si trova di fatto relegato a pochissime scene. Se è vero che nelle eleganti tavole mute che aprono il volume Bevilacqua lascia effettivamente parlare le immagini stesse, il protagonista prende presto la parola, nella forma di una narrazione in costante dialogo con il lettore (un inizio che trae forse ispirazione da film come Io e Annie). Da questo momento in poi, il testo si ferma solo saltuariamente, giusto per tirare il fiato. La preoccupazione sembra quella di dire moltissime cose in uno spazio relativamente contenuto: i dialoghi sono ridotti sì all’essenziale, ma ciò non impedisce al testo scritto di “rompere il silenzio” in altri modi, con numerosi monologhi interiori e una complessiva sovrabbondanza di didascalie, parole, idee, riflessioni.

suono del mondo a memoria

I problemi con questa profusione di parole sono principalmente due. Innanzitutto, essa impedisce almeno in parte al lettore di apprezzare davvero il ruolo delle immagini, che è il punto di forza – e un tema centrale – del fumetto di Bevilacqua. Si lascia tantissimo spazio alle immagini, ma è raro che la narrazione si astenga dall’accompagnarle con qualche considerazione. L’immagine è subito tradotta in prosa, o ridotta a fondale per la prosa.

Per di più, la riflessione de Il suono del mondo a memoria sa essere tanto ricca e suggestiva quanto, a tratti, approssimativa e dispersiva. Il fumetto sembra volerci dire qualcosa sui ricordi e l’indifferenza, sul caso e la razionalità, sul cambiamento e sul lutto, sulle ambizioni e sui progetti, sul silenzio e sulla musica, sul ritmo e sulla fotografia, su New York e sulle relazioni umane, e su cento altre cose ancora. Gli spunti interessanti non mancano, ma alla fine del racconto è fatale riconoscere che questo turbinio di suggestioni, purtroppo, fatica a trovare unitarietà e coerenza, sicché le idee meno sviluppate finiscono solo con il distrarre il lettore da quelle veramente importanti.

Il suono del mondo a memoria
di Giacomo Bevilacqua

Bao Publishing, 2016
179 pagine, 21,00 €

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