L’ultima storia di Superman secondo Alan Moore, 30 anni dopo

Pubblicata nel settembre 1986 sulle testate gemelle Superman (#423) e Action Comics (#583), Che cosa è successo all’Uomo del Domani? (Whatever Happened to the Man of Tomorrow?) segnò la fine di un’epoca. La storia di Alan Moore e Curt Swan rappresentava infatti un sentito requiem al periodo che, nella storia del fumetto americano, prendeva il nome di Silver Age. Ma era anche l’ultima storia di Supes disegnata da Swan, storico artista DC Comics che tra gli anni Cinquanta e Ottanta aveva legato il proprio nome alle pubblicazioni dell’Azzurrone (realizzando anche alcune guide per gli altri disegnatori).

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La ‘necessità’ di questa storia scaturì da Crisi sulle Terre Infinite, conclusasi qualche mese prima. Tra il maxi-evento azzera-continuity e la nuova serie Man of Steel, infatti, c’era spazio per un numero di commiato, per salutare in maniera adeguata la versione pre-Crisi del personaggio. Un ultimo addio prima della damnatio memoriae. Ma a chi affidare un compito tanto importante?

L’editor DC di allora, Julius Schwartz, aveva le idee chiare: avrebbe dovuto scriverla Jerry Siegel. Esatto, il creatore del personaggio, quello che aveva ceduto i diritti per 130$ e una stretta di mano, e che dal 1959 era tornato alla DC come semplice sceneggiatore. Siegel, tra le altre cose, aveva già scritto un racconto immaginario sulla morte di Superman, pubblicato nel 1961 sul numero 149 – e disegnato proprio da Curt Swan. Ma problemi di diritti impedirono al povero Siegel di scrivere l’ultima storia della sua creatura. Schwartz si rivolse quindi al giovane Alan Moore, strampalato sceneggiatore britannico che si era distinto in patria e oltreoceano con robetta come Marvelman, V for Vendetta, Swamp Thing. E che nel 1985 avrebbe pubblicato un paio di storie proprio di Superman, come Per l’uomo che ha tutto, con Dave Gibbons, e un crossover con la Cosa della Palude.

Che cosa è successo all’Uomo del Domani? è un imaginary tale, ossia una storia fuori continuity. Immagina quale sarebbe potuto essere l’esito narrativo – la fine – del Superman Silver Age, che da lì a poco sarebbe stato rimosso per sempre dell’Universo DC, e rimpiazzato dalla nuova versione di John Byrne. Moore decise così di sfruttare l’enorme libertà compositiva per imbastire la storia definitiva del supereroe. La trama è molto semplice, e adatta a essere sviluppata in soli due albi. In un prossimo futuro, un giornalista del Daily Planet si reca da Lois Lane per raccogliere la testimonianza sugli ultimi giorni di Superman, morto da tempo. La donna, sposata a un brizzolato meccanico di nome Jordan Elliot, inizia così a raccontare come gli storici villain dell’Uomo d’Acciaio abbiano improvvisamente lanciato un’offensiva finale contro il povero Clark.

Il ritmo è veloce e assai compresso, in piena tradizione Golden e Silver Age. Nel giro di otto tavole, infatti, muore Bizarro, e l’identità segreta di Kal-El viene rivelata in mondovisione. Il resto della storia è un’ecatombe: in una cinquantina di pagine, durante uno spettacolare assedio alla Fortezza della Solitudine orchestrato dal perfido Mister Mxyzptlk, perdono la vita tutti i nemici e i comprimari, con l’eccezione di Lois Lane, Perry White e la moglie Alice. E Superman? Anche se non ne vediamo il corpo, ci viene raccontato da Lois che è probabilmente spirato tra i ghiacci del Polo dopo aver perso i poteri, per sua stessa volontà, per mezzo della Kryptonite gialla. Il motivo dell’apparente suicidio di Superman è da ricercarsi nelle ultime parole dell’eroe, che dopo aver ucciso Mxyzptlk dichiara: «I killed him, Lois. I intended to kill him! […] I broke my oath. I killed him.» («L’ho ucciso, Lois. Volevo ucciderlo! […] Ho infranto il mio giuramento. L’ho ucciso.»)

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Il significato ultimo della storia è racchiuso dal titolo, in maniera più visibile nella versione inglese. Whatever Happened to the Man of Tomorrow? gioca infatti sulla tensione semantica tra il simple past di ‘happened’, che esprime la distanza un’azione remota e perfettiva, e il senso del futuro trasmesso da ‘Man of Tomorrow’. Non è quindi un present perfect, che mantiene un legame attivo con il presente, ma un simple past, che relega l’azione in un passato concluso. Una modulazione temporale che mal si sposa con l’idea stessa di ‘Uomo del Domani’.

Questa contraddizione in termini introduce il nucleo tematico dell’opera, ossia l’impatto simbolico e metatestuale prodotto dalla parziale violazione delle formule di genere. Che cosa significa tutto ciò? Per capire cosa intendo dobbiamo fare un passo indietro, e considerare la nozione di “Revisionary superhero narrative”, codificata da Geoff Klock in How to Read Superhero Comics and Why (2002). Nel suo studio sul fumetto angloamericano, Klock identifica Il ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller e Watchmen di Moore e Gibbons – il cui primo albetto esce proprio nel settembre 1986 – come i primi due esempi di ‘revisionismo supereroistico’. Si tratta cioè di storie capaci di articolare “a strong misreading” della propria tradizione poetica. Fumetti in grado, in altre parole, di raggiungere un grado di autoconsapevolezza tale da innescare la sovversione delle aspettative del lettore. Chiunque abbia anche solo una minima dimestichezza con i due graphic novel citati sa bene di cosa stiamo parlando.

In Che cosa è successo all’Uomo del Domani?, tale processo è solo parziale. La storia si pone infatti nel fertile terreno tra il rispetto delle formule e delle convenzioni della Silver Age – anche gli aspetti più ingenui e infantili –, e la revisione secondo i dettami del fumetto anni Ottanta. Per certi versi, sembra anticipare lavori successivi di Moore, come 1963 o Supreme. Ma anche le opere di Grant Morrison, che ha costruito una felicissima carriera sulle ibridazioni tra estetica realista e assurdità fumettosa. Tra l’altro, non possiamo non vedere come il pluripremiato All Star Superman (2005-2008) sia un’opera fortemente debitrice delle suggestioni derivate da Moore.

Ciò che più funziona in Che cosa è successo all’Uomo del Domani? è lo straniamento indotto dall’inserimento di dinamiche esogene – leggi: la morte – all’interno di una diegesi che ‘odora’ ancora di ingenuo escapismo anni Sessanta. Non siamo in Watchmen, dove tutto sembra reale o almeno verosimile. Qui ci sentiamo, almeno in apparenza, ancora nella Silver Age. Al meccanismo contribuiscono anche i classicissimi disegni di Swan, che nella memoria storica dei lettori del 1986 è l’artista di riferimento della loro infanzia. Come scrive Paul O’Connor su Sequart, «Disegnati dal classico disegnatore di Superman Curt Swan, questi albi hanno l’aspetto di un qualsiasi numero di Superman degli anni Sessanta o Settanta… ma c’è qualcosa di contorto e oscuro, se si va oltre quell’impressione superficiale da Silver Age. Come in un film di David Lynch, c’è disfunzione dietro la facciata patinata, che inizia a creparsi quando i nemici più balzani di Superman – personaggi come Bizzarro, il Giocattolaio e il Burlone – rivelano insolite tendenze omicide». La domanda che ci facciamo non è quindi «che cosa è successo a Superman?», ma che cosa è successo al mondo intorno a lui. Come si chiede l’eroe stesso, «I have bad feelings about this. Bizarro, the Prankster, the Toyman… They were all just nuisances before. What turned them into killers?» («Ho una brutta sensazione. Bizarro, il Burlone, il Giocattolaio… Erano tutti piccole seccature, finora. Che cosa li ha trasformati in assassini?»).

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Attraverso la violazione delle formule del genere, Moore mette quindi in scena una duplice tensione. Da una parte, tra il fumetto naïf del secondo dopoguerra e il nuovo corso dei comics, sempre più oscuri e violenti. Superman è il relitto di un’epoca passata, un eroe incapace di coesistere con le nuove dinamiche, a cui rimane solo l’oblio. Dall’altra parte, Moore pone in essere il contrasto tra la dimensione mitica e quella romanzesca del fumetto supereroistico, secondo le categorie elaborate da Umberto Eco in Apocalittici e integrati (1964). Superman, il mito sempiterno che non uccide e non viene ucciso, compie qui un passo nella dimensione del ‘consumo’ narrativo, che è propria della narrativa romanzesca. Fa qualcosa che non dovrebbe fare. Liberatosi così dall’incantesimo, è quindi libero di infrangere l’ultimo, grande tabù della serializzazione fumettistica. Quello di morire.

O, meglio, di invecchiare. Perché ci viene rivelato, attraverso uno sconvolgente colpo di scena dell’ultima pagina, che Clark Kent non è passato a miglior vita. Ha ‘solo’ abbandonato i poteri, cioè la propria identità primaria, in favore di un’esistenza prosaica al fianco della donna che ama. Con tutti i pregi e i difetti, compreso quello di diventare un brillante signore di mezza età di nome Jordan Elliot. Tra l’altro, la rivelazione finale mette in discussione l’affidabilità del narratore interno, ossia Lois. Il fatto che abbia mentito – ha dichiarato in maniera esplicita che non si hanno più notizie di Superman – apre la possibilità che anche altre parti del racconto, o forse il racconto intero, siano una menzogna.

In questa portentosa reinvenzione dell’immaginario supereroistico, Moore mette in luce le potenzialità e nel contempo i limiti del genere di riferimento. Ne dimostra la maturità estetica e narrativa, in un gioco autoriflessivo che erode e nel frattempo rispetta le convenzioni dello schema iterativo. L’opera diventa polisemica, fruibile da lettori diversi con diverse preparazioni. Allo stesso tempo, il fumetto di supereroi più mainstream rimane vincolato da dinamiche editoriali e narrative che possono essere aggirate solo con personaggi ‘derivati’ all’interno di produzioni autoconclusive (pensiamo a Watchmen o Miracleman). Oppure, come nel nostro caso, in storie immaginarie. Ma, d’altronde, come ci ricorda la didascalia iniziale di Che cosa è successo all’Uomo del Domani?, non lo sono forse tutte?