La terra dei figli di Gipi, tra totem e tabù

Dopo la storia che non è una storia, ma due o più, di Unastoria, Gipi torna a raccontare una storia che è davvero una, e fila diritto dall’inizio alla fine. Solo che la fine, stavolta, c’è già stata. Anzi, la Fine, la Fine del mondo. La palude pure c’era già stata, nelle storie di Gipi, e anche già associata all’Apocalisse: ne Le facce nell’acqua, i protagonisti sono scappati dalla guerra, e stanno in un casotto in mezzo all’acqua, mentre sopra di loro passano i bombardieri che vanno a scaricarsi sulla città. Non è chiaro se le facce, che vengono scorte a mezzo metro sotto l’acqua, siano reali o frutto della suggestione del luogo.

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la terra dei figli gipi

Nel libro uscito a ridosso di Lucca Comics & Games 2016, la palude è La terra dei figli, un luogo terribile, abitato da una sfilacciata comunità di pochi sopravvissuti, che si guardano in cagnesco e diffidano l’uno dell’altro, perché le risorse sono scarse e spesso avvelenate. Non è chiaro in che cosa sia consistita l’apocalisse, ma il mondo che conosciamo noi non c’è più, e quello che resta è miseria, ignoranza e durezza. La durezza necessaria che il padre insegna ai figli affinché siano in grado di sopravvivere, e i figli – protagonisti della storia – non sanno nemmeno cosa sia una carezza, e non conoscendola credono di non sentirne il bisogno.

Questa volta la storia è davvero una storia, che fila dall’inizio alla fine come una sorta di romanzo di formazione, ma davvero ci si continua a domandare, leggendola, se questo incubo possa avere veramente una fine, o se non sia piuttosto destinato a perpetuarsi per sempre, un orrore dietro l’altro, perché la Fine c’è già stata, e questo è quel poco che rimane. Sulla pagina di apertura, prima che la vicenda dei due ragazzini abbia inizio, campeggiano queste parole: “Sulle cause e i motivi che portarono alla Fine si sarebbero potuti scrivere interi capitoli nei libri di storia. Ma dopo la Fine nessun libro venne scritto più.”

In un certo senso, quindi, questo non è un libro. Non c’è un narratore; solo immagini autonome, come quelle di un film. Ma tutto, nella storia, gira attorno a un libro, il diario del padre, che i figli non sanno leggere, perché la scrittura è un sapere che il padre ha evitato di insegnare loro – ma che hanno bisogno di sapere che cosa dice, quale sia stata la loro origine, che cosa il padre sentiva veramente per loro…

Gipi Terra dei Figli

Il diario verrà poi scambiato con un altro libro, il libro sacro di una setta i cui membri sono quasi tutti analfabeti a loro volta. Come a testimonianza che nella terra dei figli sono le parole dei padri a comandare, in un’ennesima incarnazione del freudiano Totem e tabù, cui è impossibile non pensare quando si leggono queste pagine.

Teniamo anche presente che, nella carriera di Gipi, prima di questo c’è stato Bruti, il gioco di ruolo con i cavalieri del medioevo, che è a sua volta una demistificazione dei romanzi cavallereschi e delle favole disneyane che ne conseguono. Anche in Bruti non ci sono che personaggi ignoranti e devastati, separati dalla cultura quanto sono separati dalla bellezza. Ma almeno quello è esplicitamente un gioco, dove si gioca anche a ribaltare il luogo comune. Diverte perché si gioca, e perché tutto è differente da come ci è sempre stato presentato.

Qui invece c’è una storia, non un gioco; e non c’è un medioevo da operetta da ribaltare. C’è qualcosa che, nella sua fantasticità, appare tristemente simile a quello che può accadere in certe periferie degradate del mondo, separate dalla cultura non meno che dalla bellezza; quando nemmeno gli affetti sembrano trovarvi spazio. La strada che i figli, abbandonati a se stessi, sono portati a compiere è piena di pericoli e scarsa di prospettive. Noi, che nella storia siamo loro, ma insieme restiamo anche noi stessi, ci ritroviamo continuamente a gridare: “Non lo fare! Non lo fare!!”; pur sapendo che, buttati in quella situazione, non potremmo che farlo anche noi.

La terra dei figli
di Gipi
Coconino Press, 2016
288 pagine, 19,50 €

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