Il successo di Lucca C&G, senza sorprese perché non servono

Se c’è una misura in grado descrivere la ‘grandezza’ di Lucca Comics & Games, potrebbe essere l’enormità del silenzio post-manifestazione. L’edizione 2016 ha totalizzato oltre 500.000 presenze in cinque giorni, ha fatto sfondare ogni record di fatturato anche per diversi editori presenti – ho raccolto stime con segno + in doppia e persino tripla cifra (il boom di Bonelli, va detto, è frutto però di un aumento delle referenze incomparabile col 2015) – e ben pochi hanno avuto da lamentare insoddisfazione o un sentimento di “calma piatta”. Eppure, ad oggi, di analisi, ‘bilanci’ o commenti articolati – al di là dei tanti brandelli su questa o quella pagina Facebook – se ne sono visti ben pochi.

Il fatto è che Lucca C&G è ormai un successo scontato, un caos normalizzato (secondo una retorica ricorrente: un’esperienza survival), un picco di attività – e di aspettative – digerito tanto dagli operatori quanto dal pubblico. Anzi, pre-digerito: i successi più attesi somigliano sempre più ai successi effettivi sugli stand, le code per le dediche alla visibilità mediatica delle campagne marketing, la partecipazione negli incontri al ‘calore’ (e alla rarità della presenza) nei confronti degli autori ospiti.

Lucca Comics japan town

Il consueto affollamento di Lucca Comics & Games. Foto di Filippo Aiazzi, via Flickr

Zerocalcare, Mirka Andolfo, Don Alemanno, Sio: lungo l’arco delle ultime edizioni il fumetto italiano in particolare ha visto ‘esplodere’ a Lucca un nuovo protagonista (peraltro “fenomeno web”) all’anno. Cosa che invece, a questo giro, non è avvenuta. Dobbiamo intenderlo come un segnale di indebolimento del festival come ‘antenna’ o, piuttosto, di crisi del concetto di “fumettista fenomeno del web”? Più no che sì: le ‘sorprese da festival’ sono frutto di contingenze storiche, e non solo della maturazione live di prodotti, autori o pubblici formatisi online, lontani dal circuito dell’editoria consolidata. La ridotta imprevedibilità dei successi di questa annata non è tanto importante per l’assenza di singoli maxi-successi (che pure conta, perché spinge a creare notizie/racconti/analisi sulle ‘grandi novità’ di un’edizione), quanto perché mi sembra un sintomo della maturazione delle politiche editoriali e di marketing degli operatori. Detto in maniera brutale: le sorprese diminuiscono perché gli stessi editori e lettori non le desiderano più. Ma la spiegazione non è “il pubblico, signora mia, è sempre meno curioso”.

In sintesi, la mia tesi è questa. Lato editori: la crescita del canale librario ha portato sempre più operatori a cambiare strategie di programmazione, arrivando a spalmare i lanci nelle settimane (mesi) precedenti; Lucca C&G non è più la sola piattaforma decisiva, ma una delle tante risorse (commerciali e di marketing) disponibili. Lato lettori: il pubblico cerca sempre più informazioni per tempo, online, e fa di Lucca C&G non più il momento per elaborare ‘in progress’ le proprie strategie d’acquisto, bensì – se mi passate il neologismo – una “festa del picking” dei prodotti (talvolta davvero in senso tecnico: si ritirano volumi già prenotati e/o pagati), particolarmente efficace per la incomparabile vastità di offerta ma anche per il corredo dei contenuti a valore aggiunto (dediche, incontri, spettacoli) e per il puro piacere della situazione festiva.

Insomma: se a Lucca i lettori fumettòfili arrivano sempre più preparati, altrettanto vale per gli editori, che il proprio pubblico lo hanno preparato nei mesi precedenti, a colpi di annunci, campagne, lanci (in questo processo entra naturalmente l’informazione, Fumettologica inclusa, che in questo senso fornisce una sponda operativa a entrambi). Che una volta conclusa Lucca C&G non ci sia molto da aggiungere non è che la più ovvia delle conseguenze.

Su Lucca Comics non c’è quindi più niente da dire? Non esattamente. Anzi. Internazionale, per mezzo delle parole di Francesco Boille, ha lanciato uno dei pochi argomenti generali possibili: quale idea di cultura esprime, nel complesso, l’offerta di contenuti e autori. Boille ci è andato giù diritto, parlando di infantilismo. Linus invece (nel numero in uscita a breve), con il sarcasmo di Raffaele Ventura, ha sottolineato la polarizzazione culturale – e persino logistica – tra la componente nerd ‘canonica’ e quella hipster, che a LC&G a volte si toccano e a volte manco si vedono. Su Doppiozero Francesco Giai Via ha descritto LC&G come vero e proprio modello alternativo ai Saloni del Libro in crisi d’idee. Analisi acute e tutt’altro che snob, che si distinguono per la pertinenza degli spunti, svettando sul rumore di fondo dei soliti argomenti alla i nerd hanno vinto.

Accanto ai numeri, allora, e alle grandi questioni trasversali, provo a ripercorrere alcuni aspetti di questa Lucca Comics & Games 2016, fra quelli hanno girato bene e quelli che hanno mostrato difetti. In forma di 8 frammenti dal diario di una Lucca Comics – la mia – senza (troppe) sorprese.

bao publishing lucca comics

Una foto dello stand Bao Publishing, via Facebook

1. La sorpresa più sorpresa di quest’anno ha riguardato gli stand degli editori, che hanno presentato un look più curato e attraente. Merito in primis di Bao Publishing, che ha costruito uno stand davvero piacevole, studiato nei dettagli scenografici e nell’illuminazione per creare una accattivante atmosfera da interni (“Grand Hotel”, lo hanno chiamato). Per chi fosse entrato al Padiglione Editori principale, in piazza Napoleone, ci sarebbe stato quasi il rischio di sentirsi in una ‘banale’ fiera internazionale del libro. Lo avreste mai detto? Con persino un coup de théâtre: al centro della tensostruttura si trovavano statua e lampioni della piazza stessa, inglobata – per la prima volta – a beneficio non solo degli spazi vivibili, ma di un colpo d’occhio più ricco e originale. Anche Saldapress si è distinta bene, con uno stand sormontato “all’americana” da enormi poster. C’è ancora chi descrive le differenze tra Lucca C&G (o le fiere di comics tout court) e Monsieur Le Festival d’Angoulême partendo proprio dagli stand. Di qua una tradizione di tavoli e rivestimenti in pellicole adesive o forex, di là i Casterman o Gallimard allestiti come una grande e bella libreria, o i Soleil (anni fa) come una specie di discoteca, eccetera. E invece quest’anno è arrivata la sorpresa: anche gli editori italiani – anche le fiere italiane di fumetto – sono in grado di progettare contenitori sia pratici che piacevoli. Chiamatelo pure marketing esperienziale; o forse era l’ABC, per un serio evento fieristico da centinaia di migliaia di visitatori paganti. Comunque sia, era ora. Evviva.

2. Finalmente una vera e propria attrazione fieristica con il fumetto al centro. Ovvero, una installazione performativa di puro intrattenimento, costruita con cura e ingegno. La Dylan Dog Experience ha sinceramente gratificato molti visitatori, fra il pubblico a caccia di esperienze da gita a Gardaland. Io stesso ne ho apprezzato la cura scenografica, la professionalità degli attori, la messa in scena di temi e scene-chiave della serie Bonelli. Ok, diciamolo: lo studio di Dylan era semplice, ma proprio ganzo. La brevità – solo due stanze – mi pare un limite evidente quanto superabile (il progetto, mi dicono, prevedeva più stanze, ridotte per ragioni organizzative). Meno evidente e meno spiegabile il senso della sala introduttiva pre-performance, che suggeriva un immaginario insolito per DD – da laboratorio scientifico e sci-fi distopica – che nella performance non veniva però sviluppato. Peccato, inoltre, per la caduta di stile sul finale, con un invito sfacciatamente commerciale (circa “fermatevi a fare acquisti al bookshop Bonelli” all’uscita) pronunciato dallo stesso attore ancora in scena, un istante dopo l’ultima battuta recitata. Superfluo, e davvero anti-climax.

Una foto della Dylan Dog Experience. Foto di

Una foto della Dylan Dog Experience. Foto di Roberto Manfredi, via Facebook

3. L’anno del 50° anniversario dal primo Salone lucchese è stato anche quello della riconciliazione fra Lucca C&G e Rinaldo Traini, animatore dei suoi primi 25 anni circa, poi oppositore, e ora nuovo alleato che lascia in dote un ricco fondo documentale e lo storico Palmarès degli Yellow Kid, finalmente pronti al ricongiungimento con i Premi Gran Guinigi.  È stato anche l’anno dell’annuncio del cambio di direzione, da Renato Genovese a Emanuele Vietina, suo vice ormai da tempo. Genovese ha dato forma all’idea – e alla squadra – vincente che ha reso Lucca C&G il più grande festival di cultura pop europeo, in grado di mettere insieme editoria/videogames/audiovisivi, contenuti e cazzeggio, consumatori e business, artisti, turisti e fanboy. Di festival e fiere ne ho visti, e continuo ad amarne alcuni più di altri, ma dubitare della fertilità di Lucca C&G mi pare oggi impossibile. Per Genovese penso fosse difficile immaginare un congedo più felice: il successo numerico, la riconciliazione con l’avversario, il lascito in continuità a un valente collaboratore. Chapeau.

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Dall’incontro tra Frank Miller e Milo Manara al teatro del Giglio, via Facebook

4. Gli ospiti? Che questo sia stato l’anno di Frank Miller non c’è dubbio. Ma gli autori ospiti stimolanti, alla prima ospitata festivaliera italiana o raramente incontrabili in dibattiti pubblici (e/o variamente memorabili), sono stati numerosi.

Guascone dell’anno: Frank Cho. Le sue battute da gradasso ne hanno confermato l’innegabile intelligenza e prontezza di spirito. In uno stile da “americanaccio” che fa sempre bene all’alchimia dei panel, ha riscaldato l’atmosfera raccontando in particolare i dettagli del caso Wonder Woman che lo aveva visto protagonista alcuni mesi fa. Le sue schermaglie con lo sceneggiatore Greg Rucka sono diventati gustosi aneddoti da insider e battute da autentico panel beast. A dire il vero Cho ha forse un po’ esagerato, se DC Comics, dopo avere letto quanto da noi riportato e rilanciato da vari siti americani, ha voluto smentirlo.

Rompiballe dell’anno: Joan Cornellà. Il trentacinquenne spagnolo ha fatto la richiesta più bizzarra che mi sia mai capitato di sentire, da parte di un autore ospite: partecipare a un incontro senza obbligo di parola, senza doversi mostrare in volto, con la possibilità di vederlo disegnare dal vivo. Risultato: uno Showcase niente male. A sbarrare la vista al tavolo dove era seduto si trovava un pannello con la scritta “art in progress”; una videocamera riprendeva dall’alto, proiettando su schermo le sue mani disegnanti; e proprio disegnando in questo modo Cornellà, autore di fumetti ‘muti’, ha in qualche modo ‘risposto’ alle richieste del pubblico. Furbetto. Ma oggettivamente piacevole.

Enigma dell’anno: Kaoru Mori. Al narcisismo smisurato del fumettista-medio, quest’anno si è contrapposto l’atteggiamento di una mangaka. La talentuosa autrice di Emma ha accettato di apparire in un solo incontro pubblico, e a patto che fosse impedita qualsiasi ripresa video o fotografica (visitatori e giornalisti hanno dovuto riporre i telefoni in bustine sigillate). Alle rigide richieste dei giapponesi non ci si abitua mai, è vero. Tuttavia la sorpresa è stata scoprire una donna sì con qualche fissa (si è presentata in kimono e chignon) ma sostanzialmente affabile e culturalmente aperta: ha affermato di apprezzare Jiro Taniguchi e persino gli italiani Barbucci & Canepa. Il suo voler evitare le foto, per impedire la personalizzazione della sua bellezza femminile, suona come una posizione non solo bizzarra ma – almeno nel fumetto – unica. Forse persino trasgressiva.

Artigiano-artista dell’anno: Casty. La mostra a lui dedicata è stata senza dubbio la più emozionante del 2016, perché la ‘normalità’ delle sue pagine è in realtà anche la cifra del suo talento: tavole tanto semplici quanto formalmente precise, e in grado di offrire un’idea di fumetto Disney sempre più rara: sognante, immaginifica, visionaria. Gli aneddoti dimessi sulla sua carriera – di cui ha citato, come autentico picco emotivo, la prima telefonata ricevuta da Cavazzano – hanno dato una ulteriore rappresentazione della preziosità del suo lavoro. Come ha ben sintetizzato Francesco Boille, “un poeta del fumetto d’autore che ha però conservato il senso ludico”.

Gentleman dell’anno: Milo Manara. Nel dialogo con Frank Miller si è dimostrato qualcosa di diverso da un autore di lungo corso e fama mondiale: un creativo in grado di cogliere la misura del contesto, aiutando l’altro ospite a dare il meglio. Alla mia domanda rivolta a entrambi, «quali autori del passato ritenete siano stati importanti per il vostro lavoro?», ha perfettamente colto l’importanza ‘storica’ dell’occasione: sentire Miller parlare dei grandi maestri italiani. E ha risposto, con signorile gentilezza, «non voglio rubare spazio, e mi limito a una risposta secca: Alex Raymond». Il che ha permesso a Miller di dilungarsi su Dino Battaglia e Sergio Toppi, con quell’acume e pertinenza che in tanti speravamo.

Frank Miller. La sua presenza a Lucca è stato uno dei progetti più inseguiti ma anche più complessi, tra quelli perseguiti dall’organizzazione negli ultimi 3-4 anni. Gli va dato atto di essersi prestato con generosità, nonostante gli acciacchi, e senza nemmeno questionare su qualche evitabile gaffe. La sua ironia su Donald Trump, e sulla sua percezione come ‘falco’ repubblicano, sono state schiette e spassose, anche nei momenti più informali. Sarebbe stato bello parlare insieme di fumetto italiano ancora più a lungo. Perché quel che è riuscito a dire di Dino Battaglia penso abbia reso l’idea di un pensiero estetico che, messe da parte le – legittime – polemiche sul suo quadro ideologico, ha un’idea ricca e ambiziosa del fumetto-in-quanto-tale. Da un campione della transizione del fumetto da artigianato popolare a oggetto di sofisticate operazioni di licensing, penso resti uno splendido esempio di lucidità e coerenza creativa.

L'inaugurazione delle mostre. L'esposizione dedicata a Frank Cho. Foto Mr. Tigher, via Facebook

L’inaugurazione delle mostre. L’esposizione dedicata a Frank Cho. Foto di Mr. Tiger, via Facebook

5. Quel che c’è da dire sulle 5 mostre principali (Casty, Zerocalcare, Kamimura, Cho, Cornellà), in fondo, è quel che già si è detto molte volte: la qualità è buona per alcune, piatta per altre, le location adeguate ma poco emozionanti. Il mio bilancio pende per il bicchiere mezzo pieno, e non penso – come ha scritto Boille – che la questione sia legata alla scarsa presenza di “fumetto d’autore”. Ho pochi dubbi però sul fatto che alle mostre manchi ancora qualcosa, in estensione e in profondità.

1) In estensione, nel senso della rappresentatività delle opere e degli autori esposti. Perché questo autore e non un altro? E perché questo autori oggi, e non ieri o domani? Le domande di fondo, quando si decide cosa e chi esporre, sono sempre queste. In questo senso trovo che la scelta più azzeccata sia stata quella di Kazuo Kamimura, mangaka che per certi versi è stato ‘scoperto’ in Italia proprio nell’ultimo biennio, grazie al coraggio dell’editore (J-Pop) e alla competenza del traduttore (peraltro il ‘nostro’ Paolo La Marca). La mostra dedicata a Casty è parsa una sorta di retrospettiva in omaggio a una grande carriera, e per questo, sebbene si sarebbe potuta allestire anche alcuni anni fa, certamente un’idea centrata. Le altre, invece, non mi sono parse altrettanto “rappresentative dell’aria che tira” in questo 2016. Lo stesso Zerocalcare, di cui spero arriverà presto una grande mostra in un ampio contesto espositivo extra-festival, non penso avesse necessità di questa vetrina lucchese.

2) In profondità, ovvero: mancano vere mostre-evento, monografie uniche per rarità dei materiali e ambiziose per progettualità o allestimento, in grado di renderle prodotti espositivi di livello internazionale. Lucca offre certamente buone mostre, ma potrebbe offrire le-migliori-mostre-del-mondo, almeno intorno a certe opere o autori. Zerocalcare, ad esempio: splendida l’idea di destinare una sezione ai suoi flyer, manifesti e volantini politici; ma perché non farne il cuore, invece di relegarla a porzione? Perché una ottica ‘introduttiva’ a un’opera che è già molto nota, e non invece scegliere una chiave di lettura e seguirla ‘spremendola’ concettualmente per bene? Kamimura ha assolto bene alla funzione di mostra “di ricerca”. Penso però che sia utile, in un contesto come quello lucchese, offrire anche ricerca sull’oggi e indagare qualche tendenza “periferica” che potrebbe, chissà, diventare mainstream domani. Oppure, iniziare a progettare piccole ma ambiziose mostre collettive che offrano letture trasversali – tematiche, stilistiche, storiche – al fumetto presente o passato.

Uno scatto dalla Self Area.

Uno scatto dalla Self Area.

6. E le location, incluse le nuove? Alcune non hanno convinto. La nuova Area Pro era spaziosa ma un po’ isolata, spesso semideserta. La sala stampa era piccola. La nuova sede della Self Area, in una delle tante splendide chiese lucchesi sconsacrate, aveva invece una gran bella personalità. Niente male sedersi, per sostare o chiacchierare, sugli scranni in legno di un coro. Tuttavia, sia per le dimensioni più contenute che in passato [ERRATA: lo spazio era maggiore, ma gli stand in lieve decremento], sia per la collocazione decentrata, la location in Chiesa dei Servi ha penalizzato – pur senza drammi – le piccole etichette presenti, in particolare quelle meno note.

Ma le autentiche rivelazioni tra i luoghi del festival, almeno dal mio punto di vista, sono state due: Japan Town e Teatro del Giglio. La prima perché vasta, organizzata, bizzarra negli accostamenti di atmosfere (una ex caserma ristrutturata e il “Giardino degli Osservanti”, con passaggi fra i cortili quattrocenteschi della Chiesa di S. Francesco), camminabilissima e ricca di quella varietà fra prodotti di consumo, di design, tecnologici, giochi e artigianato DIY che produce il senso di una grande festa. Il Teatro del Giglio perché si è rivelato perfetto per alcuni spettacoli e incontri. Non ultimo il dialogo tra Frank Miller e Milo Manara: la mia nitida sensazione è che si sia svolto davvero nel posto giusto, per calore, spettacolarità e per liturgia. A pensarci bene, ad Angoulême il teatro cittadino è da tempo la sede degli incontri o spettacoli più memorabili. Bello sapere che anche su questo fronte ormai ci siamo.

7. Uno dei fronti su cui ancora non ci siamo, invece, resta quello della Cerimonia di premiazione. Che ha ripresentato tutti i problemi di cui si è detto negli anni passati: passerella estenuante, toni ironici spesso ingiustificati, improvvisazione, gaffes. Non è un bel ritratto di cosa il fumetto sia, ma nemmeno di cosa sia Lucca C&G: la Cerimonia non riesce a rappresentare davvero i soggetti e le forze di cui è espressione. E sul palco non bastano la flemma di uno Stefano Benni o l’indulgenza di uno Zerocalcare per salvare la performance.

Quel che mi permetto di segnalare quest’anno, allora, sono due elementi. Uno il consolidamento di una prassi: i videomessaggi di saluto e ringraziamento da parte dei premiati. Quasi tutti davvero brillanti, e la parte più bella dello spettacolo. Takashi Murakami si è rivelato surreale e spassoso, seduto in un quadretto campestre che ha strappato un sorriso a tutti. Taiyo Matsumoto si è superato: schivo come potremmo immaginarlo per le sue opere, non ha inviato un video bensì ma una “lettera disegnata”; semplicemente perfetta. Albert Uderzo ha invece fatto arrivare un testo (letto da Marco Lupoi) da vero maestro: un tributo sentito all’Italia, come luogo delle sue origini, e a Lucca come luogo ispiratore. Applausi meritati.

Un altro elemento, ma in negativo, è stato il momento iniziale della “foto di gruppo”. Una cinquantina di autori – fumettisti, scrittori, gamers – si sono schierati sul palco per ricevere una ‘medaglia’; fino a quando non è stato chiamato l'”ospite speciale”. Era Frank Miller. Che è giunto acclamato, giustamente – se non fosse per la scarsa eleganza formale del vedere un singolo autore innalzato su tutti e davanti a tutti, riducendo cinquanta protagonisti a mere comparse. I mugugni in sala non sono mancati.

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Una immagine di Frank Miller dalla Cerimonia di premiazione. Foto di Mr. Tiger, via Flickr

8. E veniamo al capitolo Premi. Diciamo che quest’anno l’esito dei Premi Gran Guinigi è stato particolarmente insoddisfacente, per due diversi ordini di ragioni: per i disequilibri sul fronte dell’offerta editoriale (niente editori major “da edicola” come Bonelli e Panini; assenza di uno dei rari editori di ricerca, Canicola; ben quattro premi a un solo editore, Bao), e per lo strabismo storico su alcuni autori. Su questo secondo fronte, sarò netto: penso che premiare Neil Gaiman nel 2016, e come migliore sceneggiatore (per Sandman Overture) sia stato sbagliato sia nel merito che in prospettiva storica. I verdetti di una Giuria sono sempre opinabili, e in questo nulla di male. Inoltre, va detto che l’assenza di Panini – e quindi anche Disney – è stata frutto del “gran rifiuto” da parte dell’editore stesso. Ma sinceramente mi chiedo perché opere come Ut di Corrado Roi (Bonelli) o Viaggio a Tokyo di Vincenzo Filosa (Canicola), tra i progetti più ambiziosi e apprezzati dell’ultimo anno, non abbiano trovato posto nemmeno tra le candidature. Il lavoro di sceneggiatura su Overture, in particolare, non rappresenta né un vertice nella carriera di Gaiman, né una eccellenza nella produzione del 2016. E questa mi pare una scelta davvero ai limiti dell’inspiegabile.

Come è andata, dunque, questa edizione 2016 di Lucca Comics & Games? Nessuna sorpresa: è stato il consueto frullatore di prodotti, esperienze, incontri, energie.

Lucca C&G è oggi visitata da persone che non la percorrono tutta, o non la consumano per interno. Un po’ perché è oggettivamente impossibile soprattutto per chi trascorre una solo giornata (o due). Un po’ perché questo è il prisma del consumo dei contenuti, oggi: cose diverse, o anche cose vicine, o anche le ‘stesse’ cose, ma viste da un punto di ingresso che varia molto a seconda del canale di accesso e distribuzione. Lo ha capito molto bene, ormai, Bonelli Editore, che ha sparso i propri contenuti – in particolare Dylan Dog, Dragonero, Orfani – in diverse aree della fiera.

Così è, se vi pare: la domanda da porre in futuro per descrivere il festival non sarà più “come è andata Lucca C&G”, ma “quale Lucca C&G descrivere e analizzare”? Raccontare “Lucca Comics & Games tutta” non è ormai più possibile, a un analista come a un partecipante o agli organizzatori stessi. La scarsità dei bilanci complessivi è figlia di questa complessità, e non possiamo che prenderne atto. Serenamente.

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