Tōkyō Kaidō, il lato pop di Mochizuki Minetarō

Quando si parla dei maestri più rappresentativi della new wave del manga è impossibile non citare Mochizuki Minetarō. Estroso, eclettico, a tratti geniale, Mochizuki esordisce nel mondo del fumetto nel 1985, lo stesso anno in cui un altro grande maestro contemporaneo, Iwaaki Hitoshi, si faceva conoscere dal grande pubblico. Entrambi appartengono a una generazione di artisti (tra cui anche Egawa Tatsuya e Kiuchi Kazuhiro) che ha contributo in maniera decisiva a formare i canoni del fumetto per adulti (il seinen manga), svincolandolo dalle atmosfere cupe e tragiche del gekiga per trasformarlo in una lettura più scanzonata, frizzante, a volte conturbante, ma pur sempre distensiva e piacevole.

tokyo kaido Mochizuki Minetaro

Quando Egawa Tatsuya disegnava le avventure del popolare Be free! (1984-88), Mochizuki era alle prese con il suo primo grande successo dal titolo Bataashi kingyo (1985-89), mentre Kiuchi Kazuhiro continuava a raccogliere consensi con Be-Bop-Highschool (1983-2003).

Anche il disegno tentava di allontanarsi dal serioso modello proposto dal gekiga, prediligendo un tratto sporco, abbozzato, a volte rotondeggiante e caricaturale, ma pur sempre incisivo. La consacrazione di Mochizuki arriva con Dragon head (1994-99), vincitore nel 1997 della ventunesima edizione del premio Kōdansha: da allora, ogni sua nuova pubblicazione non ha mancato di catturare l’attenzione del pubblico e della critica, portandolo negli anni a sviluppare un originale senso artistico oltre che narrativo. È passato con disinvoltura dalle commedie spensierate (Bataashi kingyoOchanoma), ai drammi carichi di paure, ansie e inquietudini (Zashiki onnaDragon head); dalle commedie spassose ai limiti del nonsense (Maiwai) agli adattamenti di celebri romanzi (Chiisakobe).

tokyo kaido

A fare da spartiacque nella sua carriera, ci ha pensato Tōkyō kaidō (2008-09), una miniserie in tre volumi – assurda e volutamente provocatoria – che è anche un simbolo di un’urgenza al rinnovamento, di un taglio netto col passato. Non a caso, proprio con questo manga, Mochizuki ha deciso di non firmarsi più con il nome scritto in kanji (峯太郎), prediligendo la trascrizione in katakana (ミネタロウ). Anche lo stile, più arioso e minimal, si rivela essere squisitamente pop, lontano dagli inquietanti chiaroscuri di Dragon head.

Il titolo proposto da Mochizuki sfoggia un termine piuttosto insolito, kaidō, usato per indicare quei bambini dotati di una forza fisica o di un talento/abilità particolarmente sviluppati e fuori dal comune. I quattro protagonisti della storia (due bambini e due adolescenti) sono – ognuno a suo modo – speciali. Per questo motivo, la società (ma spesso anche la famiglia) li ha respinti, rinchiudendoli in una clinica specializzata in cure per pazienti affetti da problemi celebrali.

tokyo kaido Mochizuki

Chi sono i quattro protagonisti? C’è Hashi, un diciannovenne che non riesce a mentire; c’è Hana, una ragazza che cerca di raggiungere l’orgasmo incurante del luogo e delle persone che la circondano; c’è Mari, una bambina di sei anni che vive in un mondo in cui non riesce a vedere e a interagire con gli esseri umani; e infine c’è Hideo, un bambino di dieci che crede di essere Superman e afferma di essere in contatto con gli extraterrestri.

A fare da contorno alle loro vicende, c’è un corollario di comprimari piuttosto assortito: c’è il dottor Tamaki a cui piace travestirsi da donna; c’è il direttore della struttura sempre impegnato a nascondere la calvizie; e infine il sorvegliante della clinica, un uomo in stile Village People (baffi, pantaloncini corti e occhiali da sole) che imita Chuck Norris.

Una volta terminata la lettura del fumetto, ci si chiede: chi sono i pazienti e chi le persone normali? Il finale offre una risoluzione un po’ affrettata e ambigua, in cui si mescolano visioni oniriche ed extraterrestri. Il senso di esclusione e di rifiuto provato dai protagonisti, viene abilmente raccontato attraverso due manga disegnati da Hashi. Più che il racconto principale, infatti, sono questi due brevi manga a catturare l’attenzione del lettore e a trasmettergli disagio e alienazione: nella loro estrema semplicità, danno voce alle ingiustizie e le sofferenze patite da tutti coloro definiti “diversi” o “malati”.


*Paolo La Marca si occupa di letteratura giapponese moderna e contemporanea e di storia del manga. Insegna Lingua e Letteratura Giapponese all’Università degli Studi di Catania (facoltà di Lingue e Letterature Straniere e Dipartimento di Scienze Umanistiche) e Mediazione linguistica orale – Giapponese presso la Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Reggio Calabria. Ha un blog sul manga: Una Stanza Piena di Manga.

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