I libri e gli scrittori preferiti da Alan Moore

In occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo JerusalemAlan Moore ha rilasciato una lunga intervista al New York Times per la rubrica “By the book”, nel corso della quale il creatore di V for Vendetta e Watchmen ha rivelato molto dei suoi gusti in fatto di libri, citando i propri autori preferiti, quelli che lo hanno ispirato e che lo ispirano ancora e dichiarando, inoltre, alcuni dei suoi punti di vista in fatto di generi letterari.

L’intento dell’intervista è stato quello di approfondire il personaggio di Moore, la sua interiorità, attraverso i libri e le letture che hanno caratterizzato la sua esistenza fino a questo momento. Una sorta di “siamo ciò che mangiamo”, ma in versione letteraria.

Alan Moore

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Alla domanda «quali sono i libri attualmente presenti sul tuo comodino?», Alan Moore ha risposto di non averlo nemmeno un comodino, e di non leggere prima di andare a dormire. Ma se dovesse citare alcuni titoli, che andrebbero a comporre la sua “pila” personale sul comò, di certo non mancherebbero Playing the Bass With Three Left Hands di Will Carruthers; Content Provider di Stewart Lee; Hacker, Hoaxer, Whistleblower, Spy, una brillante e lucida relazione sull’evoluzione del movimento Anonymouus e LulzSec, redatta da Gabriella Coleman; So You’ve Been Publicly Shamed di Jon Ronson; e altri due o tre volumi — Consider the Lobster, A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again e Both Flesh and Not — di David Foster Wallace.

Di quest’ultimo — che Moore definisce un «vero e proprio diamante della letteratura americana moderna, che s’insinua nel segno della tradizione di Thomas Pynchon, Robert Coover e Gilbert Sorrentino» — è l’ultimo grande libro letto da Moore: Infinite Jest. Riguardo al romanzo, Alan Moore ha dichiarato:

Non c’è nulla che non m’impressioni: il suo flusso d’invenzione satirica; la sua prosa intensa che evoca perfettamente la deriva di una coscienza moderna travolta dal dettaglio; e la sua particolare struttura, costruita in modo che l’intera esperienza sembri ruotare su se stessa in attesa di risolvere con un capitolo culminante che però in realtà non esiste e, quindi, dà al lettore la possibilità di crearsi da sé un finale.

Parlando delle future letture che desidererebbe intraprendere, Moore ha affermato di voler leggere qualche opera critica o biografica sempre su David Foster Wallace, al fine di testare la sua ipotesi, in via di definizione, che vede una particolare, desolante, interpretazione dell’espressione “morte e tasse” al centro dell’ultimo romanzo incompiuto dello scrittore, Il re pallido. Poi, forse, un po’ di poesia.

Oltre a Wallace, tra gli scrittori — romanzieri, poeti, giornalisti, critici — per cui ha profonda stima, Moore annovera Thomas Pynchon, Robert Coover, Neal Stephenson, Junot Díaz, Joe Hill, William Gibson, Bruce Sterling, Samuel R. Delany, Iain Sinclair, Brian Catling, Michael Moorcock — la cui trilogia attualmente in corso di pubblicazione, Whispering Swarm, considera sorprendente —, Eimear McBride, Steve Aylett — in particolare per il suo scritto Heart of the Original —, Laura Hird, Geoff Ryman, M. John Harrison e Amy Jump.

A proposito dei generi letterari, ammette di essere molto più felice quando, nei suoi lavori, può estraniarsi da un genere preciso, preferendo mescolarne tanti in una volta sola, in accordo con la teoria secondo cui «la vita umana è una molteplicità simultanea di generi diversi».

Sulla scrittura di genere, Moore ha le idee chiare:

Ci possono essere notevoli piaceri nell’affrontare un genere. Il primo è nel violentarlo e trascenderlo e usarlo per parlare di qualcosa di completamente diverso. Alcuni sovvertimenti, paradossalmente, possono anche servire a rinvigorire le convenzioni stantie che si ha intenzione di modificare o dileggiare. Si può utilizzare questo modus operandi con tutti i generi, se si ha abbastanza ingegno.

jerusalem

Parlando più nello specifico di Jerusalem, lo scrittore ha dichiarato che sono state molte le letture intraprese durante il decennio in cui vi ha lavorato:

Mentre scrivevo, ho letto pochi romanzi, tra i quali The Vengeance of Rome di Moorcock e il primo volume della monumentale trilogia Vorrh di Brian Catling. A quel punto ho deciso che forse sarebbe stato meglio non leggere qualsiasi opera di narrativa ben scritta fino a quando non avessi finito il romanzo, per non sottopormi al tormento inutile del «forse avrei dovuto scrivere più in questo modo». Di conseguenza, negli ultimi anni ho letto molta saggistica. Molti lavori del prolifico Iain Sinclair, tra cui Ghost Milk, American Smoke e Black Apples of Gower. Poi The KLF: Chaos, Magic and the Band Who Burned a Million Pounds di John Higgs, oltre che Stranger Than We Can Imagine. Ho anche letto un pila di libri di Slavoj Zizek, come The Year of Dreaming Dangerously e Living in the End Times. La maggior parte delle mie letture, negli ultimi anni, hanno riguardato ricerche per i miei lavori. Di queste, poche erano pertinenti a Jerusalem. La maggior parte delle ricerche per il libro le avevo concluse prima di iniziare a scriverlo.

Jerusalem — commenta Moore — è stato ispirato da un singolo libro, distribuito a livello locale nel 1987 dal Northampton Arts Development e intitolato In Living Memory — Life in ‘The Boroughs’, scritto a più mani tra cui quelle del suo caro amico Richard Foreman. Il volume è composto in gran parte di interviste fatti agli abitanti più anziani del suo quartiere natio, molti dei quali conosciuti durante l’infanzia e diventati, poi, i personaggi più memorabili del libro. Secondo Moore, «se qualcuno riuscisse a rintracciare una copia di questo meraviglio libretto, sarebbe sorpreso di scoprire quanta poca, improbabile narrativa ho dovuto recuperare per Jerusalem».

Moore cita poi i volumi più preziosi appartenenti alla propria biblioteca, alcuni dei quali, per rarità e pregio, potrebbero stupire molte persone, come The Star in the west del capitano Fuller, co-firmato da Aleister Crowley, e la prima edizione di The House on the Borderland di William Hope Hodgson. Di quest’ultimo volume lo scrittore confessa di possederne cinque o sei edizioni diverse, tra cui la versione Arkham House con la copertina di Hannes Bok.

Ma tra tutti i libri da lui posseduti, qual è l’unico che Moore salverebbe in caso di incendio? Il dizionario della lingua inglese di Random House regalatogli da sua moglie Melinda, di certo.

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