Corto Maltese, lo straniero

Difficile sfuggire al fascino delle storie e dei personaggi di Hugo Pratt, Corto Maltese per primo (ma tutt’altro che unico). Un fascino che si fa sentire persino nelle storie che non scriveva lui, nell’Argentina degli anni Cinquanta. Il sospetto che questo fascino si basi sulla sua capacità grafica ha, proprio per questo, evidentemente un fondamento. Ma non è tutto lì.

C’è un filo comune al Sgt. Kirk scritto da Hector Oesterheld e al Corto Maltese interamente prattiano. Sarà perché la sorte ha avvicinato Pratt a sceneggiatori che gli assomigliavano, o sarà perché da questa vicinanza Pratt ha imparato strategie non più in seguito dimenticate, e messe acutamente a frutto; o sarà forse un po’ l’una e un po’ l’altra cosa. Di fatto il disertore Kirk è un Occidentale che vive con gli Indiani, uno straniero, insomma, un po’ come il marinaio nato a Malta che fa l’avventuriero nei mari del sud, e che poi si ritroverà in sud-America, in Cina e Siberia, in Africa, in Irlanda, in Turchia e ancora altrove, ma mai e poi mai a Malta o davvero a Venezia, se non nei sogni.

corto maltese cristante saggio

Questa identità di escluso, di diverso, di appassionato dilettante della non appartenenza, amichevole con gente di ogni cultura, però mai davvero a casa propria, sempre sul punto di partire di nuovo e mai di ritornare, questa identità di irrimediabile straniero, insomma, si trova al centro dell’indagine di Stefano Cristante nel libro Corto Maltese e la poetica dello straniero. L’atelier carismatico di Hugo Pratt (Mimesis 2016).

Non ha naturalmente torto, Cristante, a iniziare sottolineando il sentimento di estraneità del medesimo Pratt, nato a Rimini, cresciuto a Venezia e poi in Etiopia (da genitori a loro volta di ascendenze particolari e del tutto diverse tra loro), emigrato in Argentina per un decennio e infine destinato al successo in Italia ma soprattutto in Francia. È Pratt, prima di tutto, a rivestire la figura dello straniero irredimibile, anche se in lui una radice c’è, quella Venezia che ricorre costantemente come sogno – ma una città, a sua volta, fatta di innumerevoli pezzi di Oriente, e di altri mondi che la Storia ha ricostruito a suo modo, in piccolo, tra i suoi canali.

La vita di Pratt si trova ricostruita minuziosamente in queste pagine, e non è difficile vedere rispecchiato il suo personale rapporto con il mondo (un rapporto di partecipazione appassionata e insieme di inevitabile distacco) nei personaggi che, uno dopo l’altro, escono dal suo pennino: Kirk, Ernie Pyke, gli americani di Ticonderoga e di Wheeling, Anna, gli Scorpioni, gli antieroi del Sertao e del grande Nord – per non dire di Corto, ovviamente.

hugo pratt

Dalla vita di Pratt si passerà poi, nel libro, a quella dei suoi personaggi, sino alla loro reincarnazione dopo la morte del loro autore, alla ricerca delle tante dimensioni che una poetica dello straniero può assumere. Personalmente, pur continuando a rimanere affascinato anche dal segno grafico di Pratt (una dimensione che Cristante non indaga specificamente) trovo in questo libro una buona spiegazione del perché Corto Maltese e i sui fratelli fumettistici abbiano sempre avuto un impatto su di me.

Lo straniero è per definizione colui che non appartiene a un luogo, colui che lo vede in un modo in cui chi ci vive non lo potrà mai vedere. Lo straniero è colui che sconta, con la non appartenenza, una dimensione di conoscenza altrimenti impossibile, una dimensione che può spingere verso qualsiasi avventura, alla ricerca di una fortuna che gli possa ridonare una appartenenza, oppure perché, quando questa dimensione diventa esistenziale, è l’avventura stessa l’unica appartenenza possibile. È una dimensione, questa, cui appartengono i profeti, ma, evidentemente, anche i gentiluomini di ventura, i quali – quando non sono come Garibaldi – si riducono a essere anti-eroi, protagonisti ideali di una anti-epica, cioè di un’epica che ha perso l’ideale, e che pagherebbe qualsiasi cosa per poterlo riavere. L’epica appartiene ai popoli e vive dei loro ideali; agli stranieri è concesso solo desiderarla.


Daniele Barbieri è tra i principali studiosi del fumetto in Italia. Semiologo di formazione, si occupa in generale di comunicazione visiva, ma anche di poesia e di musica. Insegna presso l’ISIA di Urbino, l’Accademia di Belle Arti di Bologna, lo IUAV di S.Marino. Tra i principali volumi pubblicati: Valvoforme valvocolori (Idea Books, 1990), I linguaggi del fumetto (Bompiani, 1991), Nel corso del testo (Bompiani, 2004), Breve storia della letteratura a fumetti (Carocci, 2009, nuova ed. 2014), Il pensiero disegnato (Coniglio, 2010), Guardare e leggere. La comunicazione visiva dalla pittura alla tipografia (Carocci, 2011), Il linguaggio della poesia (Bompiani, 2011), Maestri del fumetto (Tunuè, 2012). Il suo blog è: Guardare e leggere.

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