Quando il fumetto underground racconta la morte: Special Exits di Joyce Farmer

In un senso tutto particolare, Special Exits è un’opera oscena, o quantomeno scandalosa.

In questo corposo graphic novel, uscito negli Stati Uniti nel 2010 e da poco pubblicato in Italia da Eris Edizioni, la fumettista americana Joyce Farmer racconta la storia degli ultimi 4 anni di vita di una coppia di simpatici (ma a tratti insopportabili, com’è naturale) vecchietti, i coniugi Drover, e della figlia Laura, che sceglie di restar loro accanto e prendersene cura fino al momento fatale, nel tentativo di garantire loro una fine dignitosa e una partenza il più possibile serena.

È la storia dell’esperienza provante che l’autrice ha vissuto in prima persona all’inizio degli anni Novanta, documentandola minuziosamente in una serie di episodi a fumetti realizzati sull’arco di più di 10 anni e rimasti a lungo nei suoi cassetti, fino alla decisione di  farli confluire in un romanzo vero e proprio. Un progetto caldamente incoraggiato nientemeno che da Robert Crumb, che di Special Exits fu subito entusiasta, appoggiandone personalmente la pubblicazione e non risparmiandosi lusinghieri (e forse un po’ esagerati) accostamenti con Maus di Art Spiegelman.

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Proprio pensando all’arte di Crumb possiamo trovare una chiave di lettura interessante dell’opera di Joyce Farmer, e del particolarissimo effetto estetico che essa esercita sul lettore. Come certe vignette di Crumb, rimaste celebri per i contenuti sessualmente espliciti e il gioioso edonismo che le permea, anche Special Exits ha qualcosa di scandaloso. Si potrebbe addirittura sostenere che in una società come quella attuale, dove il sesso e l’edonismo sono più che sdoganati, e anzi onnipresenti, le scene spinte di Crumb possono ormai in molti casi far sorridere più che scandalizzare, laddove invece Joyce Farmer ci mette davanti a ciò che davvero è per noi osceno: il corpo degli anziani, la malattia, la morte.

Chiariamo subito il senso preciso di questa oscenità: la vecchiaia e la morte sono certo argomenti delicati, ma la semplice scelta del tema non basterebbe da sola a fare di Special Exits un’opera che “sfata un tabù”, come pure si è scritto in molte entusiastiche presentazioni del libro.

Più che l’argomento, è infatti la maniera in cui esso è trattato a spiazzare il lettore: Farmer racconta il declino fisico e mentale dei suoi genitori perdendosi nei più infimi (ed intimi) dettagli, senza risparmiarci nulla delle piccole difficoltà quotidiane che progressivamente sopraggiungono, delle divagazioni sconclusionate, degli episodi senza importanza. Il tutto concedendo pochissimo al sentimentalismo, con l’onestà disarmante tipica di molti fumetti underground americani: è divertente ad esempio notare le assonanze con i fumetti autobiografici di Joe Matt, che seppur con toni decisamente più leggeri condividono con Special Exits la spiccata mancanza di pudore e la totale esposizione della vita privata.

Alcune scene spiccano per crudezza, e in qualche caso gli elogi all’originalità dell’opera sono meritati: non si tratta di episodi rappresentati spesso, nel fumetto come in altri media. Su tutti, valga l’esempio delle numerose scene in cui Laura si occupa dell’igiene dei due anziani, e di sua madre in particolare: molto più dei voluttuosi amplessi tra corpi giovani e formosi che troviamo nelle opere convenzionalmente definite “pornografiche”, è il corpo nudo e grinzoso di questa vecchia signora ormai incapace di alzarsi e costretta a sedere costantemente nella sua sporcizia ad urtare la sensibilità pubblica, a poter davvero sconcertare lo spettatore contemporaneo, così come è la totale assenza di ogni autocensura a rendere la narrazione di Farmer genuinamente scandalosa, quando il disegno si sofferma impietosamente su seni penzolanti e coperte puzzolenti.
specialexits1Una scandalosità che si acuisce nel momento in cui ci volgiamo dalla forma al contenuto della storia, poiché forse ancor più di questa schiettezza delle immagini, di questa profusione, a tratti non richiesta, di particolari, ciò che risulta davvero straniante è il fatto che da un tale maniacale documentarismo non venga fuori alcuna morale, alcuna idea, alcuna tesi: se Special Exits è (in un senso assolutamente positivo) una lettura disturbante, ciò non è tanto perché parla della morte e della vecchiaia, ma perché rappresenta la morte e la vecchiaia senza in fin dei conti parlarne, senza dirne nulla.

Vero è che l’autrice ha dichiarato di voler raccontare una storia emblematica, che oltrepassasse la dimensione meramente autobiografica (così si spiega la scelta di una protagonista inventata); vero è anche che Farmer non si nega il piacere della digressione storica (attraverso i racconti dei genitori) e qualche momento di violenta critica al personale medico degli ospedali e alle case di riposo. Pur con tutti questi elementi, però, Special Exits non dieventa mai uno “studio di caso”, un fumetto “a tesi” sulla morte e la vecchiaia.

Questa storia di lento e inesorabile declino fisico (cui fa perfettamente eco il lento ed inesorabile ritmo narrativo del fumetto, scandito dall’invariabile griglia ad 8 vignette) è messa davanti al lettore nuda e sgraziata, con un filo di humour come unico schermo protettivo, esattamente come dev’essere accaduto alla stessa Farmer, che ne fu protagonista. Proprio questo aumenta la forza inquietante dell’opera: l’autrice ci costringe a pensare a cose a cui non amiamo pensare, senza neanche offrirci la superiore scusa del ragionamento, della disputa intellettuale.

Non si cerca di dimostrare niente, e anche la scelta decisiva dell’intera vicenda, il rifiuto delle cure in fase terminale e il ricorso ad un programma di assistenza che permetta al malato di finire i suoi giorni in casa propria e senza accanimento terapeutico, non diventa mai l’oggetto di un dibattito argomentato, e viene restituita nella sua dimensione assolutamente personale.

Del resto, la trama stessa del fumetto, permeata di maliconica drammaticità, manca di veri e propri conflitti: nel suo difficile percorso, Laura incontra perlopiù familiari comprensivi, amici disponibilissimi, genitori riconoscenti, istituzioni sostanzialmente accondiscendenti… Mancano quasi del tutto i contraddittori, i contrasti e le polarizzazioni indispensabili a fare di Special Exits un’opera interessante per lanciare un dibattito, magari per riflettere sulle questioni sociali, culturali e politiche sollevate dalla gestione del fine vita: l’opera tradisce ad ogni pagina la sua originaria natura di catarsi artistica, di esercizio privato di elaborazione del lutto, rilevante per un lettore che non sia l’autrice stessa soltanto in virtù di una connessione eminentemente emotiva con la vicenda e i personaggi.

Questo aspetto del lavoro di Farmer ne costituisce per certi versi il limite: al lettore poco empatico o eccessivamente distante dalle situazioni rappresentate non si offrono molti altri appigli per affezionarsi alla storia, la cui lettura è tra l’altro abbastanza impegnativa. Una differenza importante con il già ricordato Spiegelman, che grazie ad un colpo di genio stilistico (la rappresentazione degli ebrei come topini indifesi e dei nazisti come dei gatti altezzosi) offriva anche al lettore più freddo un pretesto subliminale per affezionarsi ai protagonisti di Maus.

Cionondimeno, per poco che si riesca a stabilire una connessione con i protagonisti della storia, non si può allora che apprezzare, in Special Exits, questa umiltà di fondo, questo rigore documentaristico, questo rifiuto di censurare una volta di più la morte e la vecchiaia nascondendole nel rassicurante involucro del dibattito sulla morte e sulla vecchiaia.

Special Exits
di Joyce Farmer

Eris Edizioni
208 pagine, b&n – 17€