Il ricordo, l’assenza, la vita: “La casa” di Paco Roca

La sincerità emozionale con cui Paco Roca si immerge nella realizzazione del suo ultimo lavoro, La casa, vale da sola la lettura di questo volume. Tre fratelli si ritrovano nella casa di campagna per rimetterla in sesto e venderla dopo che il padre è mancato in seguito a una lunga malattia. Le tensioni che si generano fra i tre si mescolano ai ricordi legati al luogo e alla figura paterna, rinsaldando in questo modo il loro legame. Ciascuno ha problemi personali, paure e rimpianti che si trascina dietro e che, inevitabilmente, finiscono per scontrarsi con quelli degli altri: José, il primo ad apparire, insegue i suoi sogni d’artista inimicandosi la famiglia stessa, Vincente, il fratello maggiore, è colui che vive il peso di aver preso una decisione troppo intensa da essere sopportata da solo, Carla è la più giovane che apparentemente sembra aver affrontato bene il dramma della perdita salvo scontrarsi inevitabilmente con Vincente.

la casa paco roca tunué

Sin dalle prime pagine, è evidente come Paco Roca abbia la chiara intenzione di intersecare passato e presente in un flusso di coscienza in cui la memoria è l’epicentro di un terremoto emozionale di notevoli proporzioni. Come già in Rughe, si parte da una situazione evidentemente autobiografica: dopo la morte del padre l’autore spagnolo si è immerso in un’esperienza creativa che ha i connotati della catarsi.

Paco Roca, dunque, torna un po’ alle sue origini: abbandonata l’importante ma non completamente riuscita ricerca storica de I solchi del destino, sfodera le sue armi migliori, proponendo da una parte un comparto emozionale in grado di commuovere in una forma diretta, senza compromessi né furbate, come spesso avviene in storie di questo genere, e dall’altra un desiderio di sperimentare in termini narrativi (passato e presente si mescolano fluidificandosi in un solo moto narrativo) e grafici (la scelta di optare per una struttura della pagina orizzontale e non verticale).

Si può tranquillamente affermare che La casa sia in qualche misura la summa del lavoro svolto da Roca fino a qui, composto da tre precise direttive. La prima riguarda il desiderio di offrire al lettore un’esperienza in cui la componente “intellettuale” sia prevaricata programmaticamente da quella emozionale. Il che non significa che nelle storie di Roca non ci sia una strutturazione concettuale e autoriale, anzi, semmai la scelta di coinvolgere innanzitutto il cuore di chi legge, piuttosto che la mente, è una priorità che, almeno personalmente, trovo sincera, trasparente. 

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La seconda direttiva è quella composta da un elemento chiave della sua produzione letteraria: il sogno. Opere come Il gioco lugubre e Le strade di sabbia espletano una volontà nel delineare il surreale come linguaggio attraverso cui sperimentare. Là l’elemento onirico entrava nella realtà (e nelle storie dei personaggi) quasi infiltrandosi di nascosto, in La casa sfiora delicatamente una realtà solo apparentemente monotona, scossa dalla tragedia del vuoto emozionale che emerge dopo la scomparsa del padre dei tre.

La terza direttiva riguarda il rapporto con il passato. In L’inverno del disegnatore e ancora di più ne I solchi del destino, Roca tratteggiava un fil rouge che unisce inequivocabilmente passato e presente (e perché no, anche il futuro). In La casa il passato s’incastra con il presente formando una narrazione unica, senza soluzione di continuità. Le tre direttive si ritrovano, dunque, a incrociarsi in quest’ultima fatica di Paco Roca che, probabilmente, si pone come tra i suoi migliori lavori assieme a Rughe.

Elemento cardine, a partire dal titolo, è la casa a cui il padre è tanto legato. Frammenti del suo passato ci portano a viverne la costruzione. Ogni mattone, ogni elemento è un ricordo. Ogni ricordo è un’analisi indiretta della vita, delle sue difficoltà, siano esse sociali, economiche, esistenziali. Nella casa confluiscono l’amarezza del fallimento e la dolcezza di una vita passata insieme alla propria famiglia. I tre figli, anche e soprattutto attraverso lo scontro, si riscoprono più uniti di prima e grazie al ricordo sono in grado di elaborare il lutto. Roca sembra suggerirci che un luogo non è mai solo un ambito spaziale, ma il contenitore di emozioni e ricordi.

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La grandezza de La casa sta anche nel ritmo del racconto e nel voler scardinare un po’ di stereotipi proprio con la semplicità. Per l’apparato concettuale e per il suo riflettere sulle sfaccettature dell’esistenza La casa è accostabile a Gli equinozi di Cyril Pedrosa, vincitore del Gran Guinigi a Lucca nella categoria Miglior Graphic Novel (davvero strana l’assenza dell’ultimo Roca quantomeno nei nominati).

Nella postfazione Fernando Marìas sottolinea, giustamente, come la sequenza iniziale sia qualcosa di memorabile e in effetti è così. In quelle prime pagine Roca è riuscito a condensare tutto: la fragilità della vita, la decadenza dell’abbandono, la tristezza di un addio, l’istinto di andare avanti e ricominciare, nonostante tutto.

La casa
di Paco Roca
traduzione di Bruno Arpaia
Tunué, 2016
125 pagine, 16,90 €