Locke & Key, o quando l’horror passa per le scelte individuali

È il 1984 quando Joe Hillstrom King scrive il suo primo script per un fumetto. È una storia di Spider-Man che il dodicenne invia alla Marvel. Verrà rifiutata ma il ragazzo riceverà indietro la sceneggiatura con una nota scritta a mano dall’editor in chief Jim Shooter. Se conoscete il papà di Joe, Stephen King, sapete bene che le lettere di rifiuto svolgono un ruolo importante nella nutrita mitologia di aneddoti e ricordi che lo scrittore si diverte a raccontare nelle sue introduzioni o nei suoi libri autobiografici. E per la famiglia King una lettera di rifiuto è sempre l’occasione per imparare qualcosa di nuovo. Il problema è che Joe non riesce a decifrare il contenuto di quella lettera. Probabilmente non c’è scritto nulla di buono, ma lui lo prende come un incoraggiamento. E infatti Joe Hill finirà davvero a scrivere, vent’anni dopo, una storia per Spider-Man Unlimited.

locke key joe hill recensione

Dopo due romanzi e una raccolta di racconti, lo scrittore torna al fumetto nel 2008 con un lavoro più complesso e di ampio respiro: Locke & Key. Pubblicata da IDW tra il 2008 e il 2013 (in Italia è stata pubblicata da Magic Press tra il 2010 e il 2016, con la traduzione di Stefano Formiconi), la serie ha raccolto due vittorie ai British Fantasy Awards e un premio Eisner a Joe Hill come Miglior sceneggiatore.

L’idea di base di Locke & Key è molto semplice: esistono delle chiavi magiche che ci permettono di sfruttare abilità che normalmente gli esseri umani non hanno. Chi ne fa uso può diventare un gigante, aggiustare cose rotte, cambiare sesso, diventare un ectoplasma, aprirsi il cranio per guardare il cumulo di ricordi (e decidere eventualmente di buttarne via qualcuno). Ma l’idea rimarrebbe tale, ovvero una buona trovata e stop, se non ci fossero dei personaggi a incarnarla e metterla in gioco. E infatti la prima cosa per cui la scrittura di Hill si fa notare è la capacità di sfruttare l’approccio high concept del plot per poi mutarlo gradualmente in un low concept (senza però mai perdere di vista l’intreccio). Come ha dichiarato in una recente intervista:

Un’idea è soltanto la sostanza adesiva che si utilizza per attaccare il lettore a un personaggio. Ma la colla non dura per molto tempo e se il lettore rimane lì appiccicato, lo fa solo perché gli importa del personaggio. È quasi come una Juicy Fruit, la gomma da masticare migliore e peggiore allo stesso tempo. Al primo morso ha un gusto così buono, ma il sapore svanisce dopo 30 secondi e tu rimani lì a masticare un disgustoso grumo di cemento. Certo, un buon concept può essere un poco più interessante di una confezione di Juicy Fruit, può essere più gustoso, ma credo che tutte le sostanze nutrienti si trovino nei personaggi. La sostanza di queste persone rappresenta per il lettore un pasto nutriente. Per questo motivo in Horns le scene davvero buone, quelle che portano i personaggi dove sono, non è quando Ig scopre che gli stanno spuntando un paio di corna sulla fronte, ma quando si lascia con la sua fidanzata. Perché a quel punto, tu sei così profondamente ed emotivamente coinvolto nel loro rapporto, in quanto si amano davvero l’un l’altro ma poi cominciano a dirsi delle cose terribili. E tu pensi che le cose non potranno andare peggio di così, e invece peggiorano costantemente. Come un incidente d’auto in slow-motion.

La gestione dei personaggi in Locke & Key è in effetti del tutto simile a un incidente d’auto in slow-motion avvenuto nel mondo reale e non su uno schermo. Joe Hill tortura al rallentatore la famiglia Locke, li fa sprofondare nel dolore (la morte violenta del padre), gli dà una via facile per la felicità (le chiavi), li fa perseguitare da un demone, rivanga nel passato, mostra qualche spiraglio di felicità per poi ribaltare la situazione e farli ripiombare nel dolore. Non è però un gioco. Hill prende sul serio il percorso emotivo di ogni personaggio e gli costruisce un cammino pieno di pericoli e insidie ma in cui è sempre ben visibile una felicità reale e raggiungibile, a patto di affrontare un percorso di redenzione (l’unico esentato è il piccolo Bode, l’anima innocente e pura della storia).

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È in questo aspetto che emerge in Locke & Key il punto di vista etico di Stephen King. Parlare di Joe Hill senza tirare in ballo l’ingombrante figura paterna è praticamente impossibile. E non solo perché lo scrittore lo ha sempre preso come punto di riferimento letterario (nel suo NOS4A2 ci sono citazioni ma anche rimandi diretti ai libri del padre) ma perché prosegue quel discorso etico che King porta avanti sin dal primo libro.

Nell’etica kinghiana non esiste netta separazione tra bene e male ma piuttosto tra scelte giuste e scelte sbagliate. Ricordate la diatriba tra King e Stanley Kubrick sull’adattamento di Shining? Tutta la questione ruota attorno al fatto che il Jack Torrance di Kubrick é cattivo di natura, mentre quello di King decide di esserlo. È su questo terreno che si muovono tutti i personaggi della serie, dai protagonisti a quello più insignificante. Nel corso della storia ciascuno di loro fa delle scelte, le cui conseguenze si ripercuotono prima o poi nella vita reale. Questo dà la possibilità a Joe Hill di non avere eroi nella sua storia, ma personaggi fragili, dolenti, che per perseguire una pace interiore ed esteriore fanno cose sbagliate e cose giuste.

Così mentre ci fa provare compassione per i personaggi, al contempo li fa punire in maniera naturale dalla vita, come se queste punizioni fossero la conseguenza diretta e inarrestabile dei loro errori. Il male vero è sempre nelle scelte individuali e non è un caso che qui l’incarnazione del male non faccia poi così paura. Certo, nel primo arco narrativo Dodge è un villain completo, spaventoso e spietato, sottilissimo nei suoi giochi psicologici. Ma con l’avanzare della storia il lettore trasferisce le sue paure da Dodge alle chiavi. Sono le chiavi e il loro potere a spaventarci e attrarci, perché danno possibilità illimitate che non si sa bene come gestire.

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Le chiavi modificano il mondo, lo rendono diverso e spesso migliore, tant’è che il loro utilizzo modifica anche la gabbia della tavola, che evita la rigidità classica per abbandonarsi a sperimentazioni affascinanti e rischiose. Complice di Joe Hill nel lungo percorso di Locke & Key è il disegnatore cileno Gabriel Rodriguez. I due insieme hanno creato una regia dinamica, capace di mutare non solo in base alle esigenze della storia, ma soprattutto di cambiare facendo riferimento alla percezione della realtà dei protagonisti.

Nel primo volume la regia si concentra principalmente su due temi: i personaggi e il paesaggio. Ai primi Rodriguez destina inquadrature ravvicinate, spesso stringendo sui particolari del loro volto, mentre i paesaggi sono integrati nella narrazione con tavole a tutta pagina, visioni panoramiche e viste a volo d’uccello. Questa differenza di inquadrature traduce visivamente l’inadeguatezza dei Locke nella cittadina di Lovecraft e va piano piano a esaurirsi quando i tre fratelli si integrano.

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In realtà Rodriguez ha la possibilità nel secondo volume di unire le due differenti scelte di regia in un’unica soluzione: per la prima volta i Locke usano la Chiave Apritesta su Bode, e Rodriguez ci stupisce con una splash page che si apre sul ricco mindscape (mai termine fu più appropriato) del bambino, ma al contempo riesce a gestire i giganteschi volti stupefatti di Tyler e Kinsey che guardano il cranio scoperchiato del loro fratellino.

Questa è la prima occasione che Rodriguez coglie per stupirci, ma non è l’unica. Per esempio nel quinto capitolo de La corona delle Ombre (il terzo volume della serie) per evidenziare gli effetti della Chiave Gigante, il disegnatore elimina ogni vignetta per occupare tutto lo spazio della tavola con i combattimenti tra un enorme Tyler e i mostri di ombra. In questo caso Rodriguez infonde alle tavole un’epica staticità, con richiami vintage a certe copertine fantasy.

A questo punto subentra anche un certo gusto citazionista dei due autori, che però non risulta mai essere fine a sé stesso. Non è un caso infatti che le due citazioni più evidenti nella serie, coincidano anche con due dei momenti più emozionanti della serie. Il primo capitolo del quarto volume è dedicato alla perdita dell’innocenza di Bode. Hill e Rodriguez lo raccontano sovrapponendo su due piani i soliti disegni (anche se in questo caso un poco più splatter) con lo stile di Bill Watterson e del suo Calvin & Hobbes. Non c’è nessuna strizzata d’occhio in questa operazione, perché questo è l’unico modo per investire lo spettatore della visione innocente che Bode ha della vita.

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La stessa operazione avviene anche nell’ultimo volume, quando l’operazione eroica di Rufus viene rappresentata come un fumetto di guerra degli anni Sessanta (su modello di Sgt. Rock, per intenderci): anche qui la citazione fumettistica non è un ammiccamento, è l’evocazione di un mondo interiore che attraverso lo stile di quei fumetti non funge da semplice citazione, ma ci riporta a un sentimento che il nostro cervello può figurarsi solo attraverso quello stile, quelle linee. Non è metafumetto: è il modo in cui i personaggi filtrano la realtà.

In questa direzione anche lo stile di Rodriguez può essere visto come una rivisitazione del tratto disneyano in cui l’innocenza primigenia sembra lottare contro la corruzione del male. Così il tratto cartoonesco dei personaggi e la loro continua ricerca di una felicità si scontra con un’atmosfera dark, violenta e beffardamente spietata nei loro confronti.

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Perdita dell’innocenza, elaborazione del lutto, amore e amicizia e soprattutto il peso delle celte che grava sulle nostre vite. Locke & Key è un horror attaccato ai suoi protagonisti, che affrontano i loro problemi tentando di fare sempre la cosa giusta (anche se non sempre ci riescono). Hill e Rodriguez hanno costruita una serie densa, divertente ed emozionante, che non subisce mai cali di ritmo ma, al contrario, incalza verso un finale perfetto che rimette a posto tutti i pezzi senza però farsi mai consolatorio. Anzi, ci sono anche scelte coraggiose, ma ve l’ho detto: in casa King è tutta una questione di scelte.

Locke & Key (vol. 1-6)
di Joe Hill e Gabriel Rodriguez
traduzione di Stefano Formiconi
Magic Press 2009-2016
160-190 pagine, 14,00-18,00€