Una fiaba di opulenza e orrore. “Innocent” di Shin’ichi Sakamoto

C’è una parte di me che ama le frasi ad effetto, chiamiamola la mia copywriter interiore, che muore dalla voglia di aprire questa recensione descrivendo Innocent di Shin’ichi Sakamoto come “Lady Oscar se fosse stato scritto da Kentaro Miura”. Quindi ecco, accontentiamola: se Lady Oscar fosse stato scritto da Kentaro Miura, sarebbe stato così.

innocent sakamoto

Poi c’è la mia filmologa interiore, che leggendo Innocent si è esaltata come non mai. Le tavole di Sakamoto sono flussi di immagini che si traducono in sequenze bellissime, in cui un’opulenza visiva degna del Marie Antoinette di Sofia Coppola incontra il gusto per il torbido di un horror giapponese. Infine c’è la me lettrice che, al di là di premesse intriganti e appagamento visivo, cerca anche una storia e dei personaggi che sappiano parlarle su un piano più profondo, e anche lei è entusiasta di questo manga. Ogni parte del mio essere vorrebbe prendere Innocent, mettervelo in mano e obbligarvi a leggerlo, perché è meraviglioso. Ma purtroppo posso solo tentare di rendergli giustizia con questa recensione, quindi cerchiamo di procedere con ordine.

Ho aperto tirando in ballo Versailler no Bara (Lady Oscar) e Kentaro Miura, e per capire il perché basta dare uno sguardo alla trama. Innocent ripercorre gli eventi della Rivoluzione francese, dai primordi alle sue sanguinose conseguenze, attraverso le vicende della famiglia Sanson, il casato dei boia di Francia. Ed è la storia di un animo innocente, quello di Charles-Henri Sanson, il Monsieur de Paris che farà calare la lama della ghigliottina sulla gola di Luigi XVI.

Il sipario si alza però molti anni prima su un quattordicenne gentile e sensibile, disgustato dalla violenza, pervaso dagli ideali cristiani della compassione e del perdono. Come le rose che sono uno dei leitmotiv visivi della storia (e solo uno dei rimandi a Versailles no Bara: Sakamoto sa benissimo con quale immaginario sta giocando e non nasconde il suo divertimento nel farlo), lo vedremo sbocciare, fiorire e marcire mentre, suo malgrado, porterà avanti gli oneri della dinastia Sanson. Le mani di Charles-Henri si macchiano più e più volte di sangue, eppure in lui sopravvive sempre una traccia d’innocenza, nella grazia con cui accetta il suo destino e lo mette in atto, col proposito di condurre ogni esecuzione nel modo più onorevole e indolore possibile.

Col procedere della vicenda, alla figura elegante e dolente di Henri se ne accosta una molto più selvaggia, quella della sorella minore Marie-Josèphe, prima donna nella storia di Francia ad aver messo piede sul patibolo in veste non di vittima ma di esecutrice (prima che corriate a googlarla: purtroppo, sebbene sia davvero esistita una Marie-Josèphe Sanson, il resto è un’invenzione di Sakamoto). Sadica per natura e spezzata in modo irreparabile, Marie fa da contrappunto al fratello, ma è anche il negativo di un’altra Marie di tutt’altro rango, la giovanissima delfina di Francia. I destini dei fratelli Sanson s’intrecciano infatti con quelli della famiglia reale e di altri personaggi noti, dalla favorita del re Madame Du Barry (il cui intervento avrà un ruolo inaspettatamente decisivo nell’evoluzione di Charles) all’ambigua figura del Cavaliere D’Eon.

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Nella costruzione della trama Sakamoto si ispira a Il boia Sanson, un romanzo di Masakatsu Adachi che ripercorre la vita della figura, realmente esistita, di Charles-Henri Sanson e della sua famiglia. Dunque la Storia di partenza è appunto quella con la S maiuscola, ma nelle mani di Sakamoto si trasforma in una fiaba dell’orrore. Siete avvisati: per leggere Innocent ci vuole stomaco. Sakamoto non si risparmia nessun dettaglio macabro, anzi, il suo tratto è iperrealistico e s’infiltra in ogni ferita con una freddezza chirurgica e un gusto per l’orrore tutto giapponese. A tratti non sapevo se fosse più ripugnante la visione di quelle scene di tortura, eviscerate sulla pagina fin nel più piccolo dettaglio, o la consapevolezza che si trattasse di fatti che si sono verificati realmente, a un paio d’ore di treno TGV da casa mia.

Eppure a tanto orrore corrisponde altrettanta meraviglia, perché Sakamoto gioca sui contrasti accostando i dettagli più crudi a immagini di estrema bellezza e potenza. La sofferenza non viene mai svilita, ma caricata di significati simbolici e dilatata all’infinito. Un cranio spaccato ha la bellezza di un melograno che si apre e sparge i suoi chicchi lucenti, le ferite di Marie-Josèphe sono crepe nel corpo di porcellana di una bambola. E il terribile squartamento di Robert-François Damiens, l’uomo che osò profanare l’aura ultraterrena del monarca Luigi XV versandone il sangue (e quindi palesandone l’umanità), non è forse stato compiuto in parte anche per mano del popolo di Parigi, aizzato contro di lui come una bestia feroce dalle mille facce?

Fatti storici e vicende personali dei personaggi si susseguono con un ritmo sincopato: la più piccola azione può protrarsi per pagine e pagine, magnificata in ogni suo risvolto, ma ecco che voltiamo pagina e sono trascorsi interi anni. La regia, se così la si può chiamare, è qualcosa di formidabile. Leggere Innocent è un’esperienza di cui Sakamoto orchestra i tempi e modula la tensione narrativa con precisione matematica. Ci sono pagine sulle quali il nostro sguardo scorre leggero, altre che esigono di essere scrutate in ogni particolare, altre ancora attraverso le quali ci ritroviamo a correre a perdifiato. Ci sono tavole che si spalancano davanti ai nostri occhi, al culmine della corsa, e ci immobilizzano, togliendoci il respiro.

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In ogni caso sono tutte magnifiche, perché Sakamoto e il suo team di assistenti mettono in ogni vignetta una cura maniacale per i dettagli. Ogni cosa in Innocent è eccessiva, di un eccesso di cui Sakamoto è consapevole e che sa padroneggiare, anche con una certa autoironia. Il suo tratto, specialmente nel delineare i personaggi, è minuto e realistico, ma allo stesso tempo vuole richiamare lo shoujo manga anni ’70 (i capelli di Charles perpetuamente svolazzanti, mossi da un vento carico di petali di rosa) e inserisce elementi anacronistici e smaccatamente kitsch che però, a loro modo, sono perfettamente calzanti (lo spirito punk di Marie-Josèphe non poteva che manifestarsi attraverso il suo spettacolare mohawk). Il colmo è scoprire che Sakamoto ha deciso di rallentare la pubblicazione della serie per poter curare di più i disegni. Capisco il perfezionismo, ma non credo che sia umanamente possibile.

Innocent è edito in Italia da J-Pop, conta nove volumi e la buona notizia è che la serie è già conclusa, quindi potete procurarvela in blocco e buttarvi nel binge-reading. La cattiva (che poi tanto cattiva non è) è che, come dicevo, la storia è ancora incompleta: in Giappone la serializzazione di Innocent si è semplicemente spostata su una rivista diversa (dal settimanale Young Jump al bisettimanale Grand Jump, entrambe edite da Shueisha), con il titolo modificato in Innocent Rouge. Il primo numero dell’edizione italiana, sempre targata J-Pop, arriva a fine gennaio. Vive!

P.S. Dopo aver letto il manga, fatevi un favore e seguite Shin’ichi Sakamoto su Instagram. È straniante e insieme adorabile vedergli postare foto di pasticcini alle fragole.

Innocent (voll. 1-9)
di Shin’ichi Sakamoto
J-Pop, 2014-2016
192 pagine a volume, 6,00 € a volume

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