Focus Interviste "Il fumetto esorcizza le paure". Intervista a Thomas Ott

“Il fumetto esorcizza le paure”. Intervista a Thomas Ott

Thomas Ott è un autore che negli ultimi due decenni ha profondamente segnato il fumetto d’autore europeo, per come ha sdoganato e diffuso la tecnica della scratchboard, applicata a tematiche e atmosfere forti e violente.

L’artista svizzero è autore di storie brevi dalle tinte horror e dalla psicologia complessa e perversa, rappresentate con uno stile grafico complesso e originale, e da alcuni mesi i suoi libri sono di nuovo disponibili in Italia grazie a Logos Edizioni che li ha riproposti in nuove edizioni, pubblicando Cinema Panocticum, The Number e R.I.P.

Lo abbiamo incontrato alla scorsa edizione di Lucca Comics, durante la quale era ospite di Logos Edizioni.

 Thomas Ott intervista
© Ayse Yavas, Zurich

Inizio da quella che solitamente è l’ultima domanda. A cosa stai lavorando ultimamente? Ormai è da un po’ che non si hanno notizie di tuoi lavori nuovi.

Attualmente sto lavorando a un libro per la serie di travel book di Louis Vuitton. La mia gallerista a Parigi, Rina Mattotti, mi ha messo in contatto con loro, ed è un’occasione piuttosto speciale, poiché normalmente non avrei pensato di lavorare a un libro totalmente illustrato del genere e di una azienda così grande. Credo di poter dire di non avere nulla in comune con Louis Vuitton, ma apprezzo molto la serie di libri e l’art director. Devo realizzare 120 illustrazioni, e io lavoro molto lentamente, quindi sono già all’opera sul libro da un anno e mezzo e prevedo che mi tenga occupato ancora qualche mese. Sono libero di lavorarci come voglio, ho carta bianca, ma resta comunque un libro su commissione.

Ho alcune idee in vista di un lavoro più personale, che al momento giusto prenderanno forma. Forse lavorerò a una favola; sto rileggendo i fratelli Grimm. Certo non si tratta di nulla di nuovo, ma credo che mi potranno ispirare a realizzare una mia personale favola. Si tratterà di un fumetto, come mio solito.

 Thomas Ott intervista


Tornando agli inizi della tua carriera – che si possono vedere nel libro R.I.P. –, come hai iniziato a lavorare con la tecnica dello scratchboard che ti contraddistingue?

All’inizio rimasi folgorato dai lavori dell’artista francese Marc Caro, che realizzava splendide illustrazioni con la tecnica dello scratchboard, e volli provare.

In seguito, tu – come anche l’americano Eric Drooker – hai contribuito molto a diffondere questa tecnica nel mondo del fumetto.

Non mi sento responsabile di questo. La scratchboard è una tecnica come un’altra per disegnare, che ovviamente permette di lavorare in stili diversi. È una tecnica speciale perché richiede molto tempo, sarà per questo che non molti lavorano così. Ma una volta trovato il proprio metodo si acquista anche velocità.

Sei stato ispirato dall’espressionismo, i quali artisti adottavano ampiamente la tecnica dell’incisione?

Certo. Ma già quando ero giovane e lavoravo sia con l’inchiostro che con la tecnica della punta secca, ero molto ispirato dall’espressionismo tedesco, e da artisti come George Grosz o Otto Dix. Mio padre era un insegnate di disegno, quindi sono cresciuto in un ambiente favorevole, con a disposizione libri e stimoli visivi.

Anche quando lavoravo con la china, forse proprio perché ispirato all’espressionismo, cominciai a usare sempre di più il nero ed è per questo che passai alla scratchboard, perché inizialmente mi sembrò un modo anche più veloce di usare così tanto nero. Se si guarda una delle mie prime storie, in R.I.P., “L’eroe”, si nota che lasciavo più aree bianche nel disegno. Dovevo ancora imparare a gestire il nero, ne ero sopraffatto e vi aggiungevo la luce del bianco. Andando avanti ho perfezionato l’uso della luce, misurandola.

 Thomas Ott intervista


Cosa ha contribuito all’evoluzione del tuo segno?

È stato quando mi sono trasferito a Parigi. Ovunque vedevo splendidi edifici, bellissimi vicoli con dettagli di ogni tipo. In Svizzera non mi sentivo ispirato da ciò che vedevo attorno a me, quando vai in giro è tutto preciso, organizzato e pulito, non vedi niente fuori posto. Sembra finto, come Disneyland. Tutto questo senso per l’organizzazione può essere utile e rassicurante, ma dal mio punto di vista essere un’artista vuol dire anche viaggiare ed farsi influenzare dagli stimoli visivi che ci ritroviamo attorno.
E per me Parigi è stata di fondamentale ispirazione da questo punto di vista, per scenari e personaggi, e ha contribuito all’evoluzione del mio stile.

Per fare un esempio, una storia di R.I.P., “The Job”, si svolge in città, con un killer che esce dalla metropolitana e uccide una persona. È la prima che ho realizzato a Parigi e il protagonista passa da luoghi simili a dove vivevo in quel periodo.

Poi, del resto, ero anche intenzionato ad ampliare il mio approccio alla narrazione, che ha fatto si che le storie diventassero man mano più lunghe. Stavo crescendo e volevo che il mio modo di raccontare crescesse con me. In Cinema Panocticum, in seguito, il racconto infatti si fa di più largo respiro. Disegnare è un po’ come andare in bicicletta, non puoi starci seduto sopra e star fermo, e più che pedali, più che ti allontani. Evolvere è bello ma ha comunque il lato negativo di farti perdere una certa spontaneità, quindi resta sempre importante riuscire a guardarsi indietro in cerca della propria spontaneità.

C’è chiaramente molto lavoro dietro una tua singola tavola, come hai già suggerito. Ma come funziona nello specifico il processo che porta a completamento di una pagina?

Ho sviluppato un metodo nel corso degli anni, e non è lo stesso che usavo all’inizio. Con la scratchboard puoi fare degli schizzi a matita su cui poi incidere, ma il problema è che così la direzione presa restava e quindi dovevo buttare molte versioni. Faccio ancora più versioni della stessa tavola, e sono interessanti da vedere, però a quel modo era un gran spreco di energia. Ora lavoro diversamente. Faccio uno schizzo su carta bianca e quando questo va bene lo copio sulla carta calcante, poi la ribalto e copio su un altro foglio calcante, e sarà quello che userò per imprimere le linee sulla scratchboard. È come stampare il disegno. È un lavoro di concentrazione, che mi richiede precisione. Dopo lavoro incidendo la luce. Ma in questo modo, posso sbagliare potendo sempre ricominciare copiando me stesso, facendo più disegni uguali.

Tu tracci il bianco, quindi lavori all’inverso. Dal punto di vista narrativo, sembra che tu cerchi sempre di raccontare il lato in ombra delle persone o della realtà. È in un certo senso una scelta concettuale che va di pari passo alla tua tecnica grafica?

Di certo in questo modo la tecnica e i soggetti si sposano bene. Ma faccio molte scelte spontaneamente, inconsciamente. Per me è importante inventare qualcosa divertendomi e poter pensare “mi piace,  facciamolo”. Poiché il mio è un lavoro che richiede tempo, ho anche modo, in corso d’opera, di riflettere, analizzare, aggiungere dettagli che diano un substrato. All’inizio, comunque, parto sempre spontaneamente da una idea che mi suona divertente.

 Thomas Ott intervista


Da lettore ciò che poi percepisco è la chiara attenzione a concetti come il destino, il caso…

Certo, ma di fatto parlo di cosa ho in testa io. Ognuno ha dentro di sé determinate idee su questi argomenti. Non affronto certi temi perché sono coerenti col mio stile, sono semplicemente parte di me. A volte vorrei creare qualcosa di più leggero e divertente ma non ci riesco, perché finisco per vedere il lato oscuro anche nelle cose divertenti. Sono pessimista e cinico, odio l’umanità, ma quando ho modo di parlare con qualcuno faccia a faccia finisco per aprirmi, soltanto che quando si tratta dell’umanità in generale la mia opinione è che facciamo tutti schifo. Il mio lavoro esorcizza le mie paure, è una terapia, ciò che faccio è liberare i miei timori verso la vita, il mondo, il futuro, le metto su carta per non portarle dentro di me. Quando non lavoro mi deprimo, e per non cadere in questo, devo stare attivo artisticamente.

Le tue storie quindi sono più osservazione del mondo esterno dal tuo punto di vista o anche una sorta di critica?

Non vorrei essere un moralista, ma spesso finisco per esserlo. Nelle mie storie si capisce che se ti comporti come il protagonista, finisci male; in un comportamento sbagliato c’è una trappola, quindi non farlo, si’ una brava persona, comunica con gli altri.

Una volta un critico disse che le mie storie erano come dei film noir. E io pensai ok, guardiamo qualche noir, controlliamo. Mi piacquero e ne rimasi anche influenzato. Ci sono elementi e influenze che sono dentro di te ma non lo sai nemmeno. Penso ai film guardati da bambino, di cui magari nemmeno ricorderei i titoli, c’erano storie di quel tipo, crude e tristi.

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