Miyazaki ha ragione: “anime was a mistake”

Un po’ di tempo fa ho spiegato alle mie amiche con quale criterio, all’inizio di ogni stagione, seleziono gli anime da guardare per scrivere la mia consueta lista di consigli. Ormai la compilo da un annetto e, un po’ per sveltire il lavoro e un po’ per una mera questione di sopravvivenza (presto capirete cosa intendo), ho sviluppato un metodo. Funziona più o meno così.

Ogni volta, tra le decine e decine di nuovi titoli, faccio una prima scrematura in cui elimino:

 Reboot, sequel, spin-off e derivazioni di ogni sorta da serie o franchise già esistenti: come regola generale, cerco di proporre solo cose davvero nuove.

 Serie harem in cui il protagonista maschile è circondato da duemilacinquecento belle ragazze.

 Serie moe in cui duemilacinquecento belle ragazze sono coinvolte in situazioni lesbo più o meno soft porn.

 Serie otome in cui duemilacinquecento bei ragazzi si contendono la protagonista femminile.

 Serie per fujoshi in cui duemilacinquecento bei ragazzi si contendono fra loro.

 Uno qualsiasi degli scenari sopracitati, ma in declinazione fantasy.

 Vi assicuro che ben poco sopravvive a questa prima cernita.

Di quel poco, cerco di capire quali proposte hanno una trama interessante e che non sia l’ennesima replica di una formula già proposta duemilacinquecento volte (il vuoto cosmico di Sword Art Online mi è bastato la prima volta, grazie). Così, il poco diventa pochissimo: diciamo che sono rimasta con una rosa di dieci, quindici titoli. Guardo il primo episodio di tutti.

In questa fase i possibili scenari negativi sono essenzialmente due:

1. Scopro che la sinossi della serie era fuorviante e che si tratta, ahimè, di uno degli scenari di cui sopra.

2. Il primo episodio mi fa addormentare.

In caso contrario, guardo anche il secondo e il terzo episodio, per capire se la serie è interessante per davvero o solo nelle premesse. A questo punto, finalmente, sono pronta per stilare la mia lista di consigli. I titoli sono diventati cinque o sei, ma di solito continuerò veramente a seguirne giusto uno o due, e cioè quelli che, in tutto questo, mi sono effettivamente piaciuti.

Alla fine dello spiegone, le mie amiche erano sinceramente dispiaciute per me. Simmetricamente, io ero sinceramente dispiaciuta per lo stato dell’animazione giapponese. Ho proprio pensato, con una doccia fredda di lucidità: adesso ho capito. Ora sì che comprendo, fino in fondo, le prediche di Miyazaki. Ora capisco perché da vent’anni Hideaki Anno va profetizzando il fallimento dell’industria dell’animazione giapponese (e non si riferisce solo alle note difficoltà economiche del settore). Anime really was a mistake.

Poi è sopraggiunto il momento di crisi e di auto-analisi (anche di questo incolpo Anno ed Evangelion). Ehi, mi sono chiesta, ma sei sicura che ti piacciono davvero gli anime? Perché alla luce di quanto sopra non si direbbe.

Aggirare le formule standard

Per ogni serie che ho amato alla follia e alla quale mi sento legatissima, ne escono decine che nemmeno prendo in considerazione. E non sono assolutamente in sintonia con le tendenze del mondo otaku. Esempio: non mi sono filata di striscio Re:Zero. Eppure, quest’anno ha scalato tutte le classifiche possibili e immaginabili (soprattutto quella del personaggio femminile più amato, con una ragazzina moe dal caschetto azzurro che probabilmente non riuscirei a riconoscere se la vedessi). Vi dirò di più: non ho neanche finito il primo episodio, perché mi stava facendo addormentare. E se il problema non fossero gli anime, ma i miei gusti difficilissimi?

Sono uscita dalla crisi pensando innanzitutto che, anche se per molte persone seguire anime, manga e in generale tutto ciò che proviene dal Giappone corrisponde anche a un lifestyle, l’animazione resta essenzialmente un medium. Non accuserei mai qualcuno di non amare il cinema o la letteratura sulla base del fatto che non apprezza tutti i film che escono al cinema o tutti i romanzi che scalano le classifiche di vendita… quindi perché per gli anime dovrebbe essere diverso?

Inoltre. Per quanto i miei gusti possano essere personali e soggettivi, è innegabile che ogni stagione escano decine di titoli che si limitano a riproporre formule collaudate, viste e straviste. Le stesse trame, le stesse situazioni, le stesse tipologie di personaggi. Quello che si sa che funzionerà, perché ha funzionato altre cento volte. Si tratta appunto di prodotti studiati per funzionare, cosa che alla luce della quantità esorbitante di bei ragazzi e belle ragazze si traduce molto spesso in fanservice. Credo sia un fatto oggettivo che quando un prodotto diventa un pretesto per creare fanservice, facendo passare in secondo piano l’esigenza di raccontare una bella storia e di farlo bene, siamo davanti a un problema di qualità.

Un altro fatto oggettivo è che più bei ragazzi/e si hanno nel cast di un anime, più merchandise si può vendere. Ed ecco spiegate le “esigenze di trama” per cui ormai il caro vecchio triangolo non basta più, si passa direttamente all’ammucchiata. Io sono nel fandom di Free! (che, tra parentesi, è un ottimo esempio di come sia possibile dare alle fangirl ciò che vogliono, raccontando una bella storia allo stesso tempo; peccato che i casi simili rappresentino l’eccezione che conferma la regola) e vi assicuro che non passa un mese in cui il compleanno fittizio di un altrettanto fittizio bishonen non venga celebrato immettendo sul mercato valanghe di gadget molto reali, che incassano soldi veri.

Miyazaki e Anno, oltre la ‘bolla otaku’

Tornando al Maestro Miyazaki e alla sua ormai consolidata reputazione da nonno brontolone dell’animazione giapponese, come dicevo non posso proprio (più) dargli torto.

La famosa citazione che gli viene attribuita, secondo cui gli anime sarebbero “un errore, nient’altro che spazzatura”, è notoriamente un fake. Ma il motivo per cui è tanto popolare non è forse che somiglia molto a qualcosa che Miyazaki potrebbe aver affermato per davvero?

miyazaki otaku

Un altro fake che circola sul web e spesso viene scambiato per reale è un montaggio di fotogrammi tratti dal film documentario Il regno dei sogni e della follia, in cui il Maestro si lamenta di non poter più ripensare con affetto a film come Laputa o Kiki’s Delivery Service per colpa dei lolicon, gli otaku con un feticcio per le ragazzine degli anime che avrebbero sessualizzato le sue protagoniste. In verità il direttore dello Studio Ghibli ha affermato che negli anime c’è una carenza di personaggi femminili credibili, come da sempre sono quelli dei suoi lungometraggi:

«[…] Se non trascorri del tempo a osservare le persone reali, non sei in grado di farlo [creare personaggi simili a ragazze che potrebbero esistere nella vita reale], perché non l’hai mai visto. Alcune persone passano le loro vite interessandosi solo a se stessi. Quasi tutta l’animazione giapponese viene prodotta senza basarsi sull’osservazione delle persone reali, sapete. Viene prodotta da persone che non sopportano di stare con le altre persone. Questo perché l’industria è piena di otaku!»

Otaku, aggiungerei, che non fanno che dare agli altri otaku quello che vogliono. Ma è quando questo circolo vizioso e autoreferenziale viene spezzato che nascono le storie davvero memorabili, quelle che sanno conquistare anche il pubblico mainstream giapponese che vive al di fuori della “bolla otaku”. Lo conferma l’affluenza alle proiezioni dei film Ghibli, ma anche il recente record di incassi raggiunto da Your Name di Makoto Shinkai (mica per niente salutato come “il nuovo Miyazaki”), che inizia come una tipica commedia scolastica degli equivoci in cui i protagonisti si ritrovano uno nel corpo dell’altra (con tanto di gag abusatissima: un ragazzo che ne approfitta per guadagnarci una palpatina di tette) ma poi prende tutta un’altra piega.

Oppure basta pensare all’allievo più degenerato di Miya-san, il già citato Hideaki Anno che, pur essendo egli stesso un inguaribile otaku, ha fatto del non dare ai fan quello che vogliono quasi un manifesto. Sarà per questo che, come lui stesso ha affermato in un moto di modestia, negli ultimi vent’anni non è uscito nulla di più innovativo di Neon Genesis Evangelion?

Io continuo a sperare che i fatti lo smentiscano, o quanto meno attendo un’altra di quelle serie una-su-un-milione che mi fanno ricordare perché amo tanto l’animazione giapponese. Nel frattempo, mi troverete qui a guardare sequenze di Keijo!!!!!!! (l’anime delle ragazze in costume da bagno che combattono prendendosi a culate) con sovrapposti i dialoghi dei combattimenti di Le bizzarre avventure di Jojo.

Chissà, in fondo, amare gli anime potrebbe essere anche questo.

  • Trovo la spiegazione del circolo otaku molto convincente e temo sia una crisi culturale che non si limita agli anime.

  • Concordo quasi al 100%, tranne che sulla “regola” di evitare reboot e franchise dato che ci sono ottimi prodotti tratti dai videogame (Steins;Gate) o che sono reboot di serie classiche (Yamato 2199) per non parlare dei numerosissimi adattamenti da manga (ma magari quelli sono esclusi dal filtro numero 1 🙂 )
    Sulla ripetitività degli anime e che siano un’industria “a perdere”, la penso come nel documentario NHK su Akihabara (tradotto in inglese con Akihabara Geeks, disponibile non so quanto legalmente su YouTube): serve un’industria e un tessuto sociale che accetta la sperimentazione per far uscire quelle 3/4 serie ogni anno che sono effettivamente interessanti e innovative. Senza l’industria, il massimo in cui si può sperare sono le Winx, o che Netflix riempia di soldi Guillermo del Toro per fare una serie animata.

  • Johnny Derp

    Aggiungo tra i remake Shin Mazinger shougeki! Z-hen purtroppo rimasto a metà causa scarso successo di pubblico.

    Le serie innovative non vendono purtroppo, Space Dandy a mio avviso una delle serie migliori del 2014 fu un flop.

    Quest’anno abbiamo avuto Flip Flapper che è sotto le 1k unità vendute, un flop pure lui. Escludendo i sequel il 2016 non è andato male, abbiamo avuto Flip Flappers, Rakugo e Fune wo Amu che è semisconosciuta (ammetto che un anime sulla pubblicazione di un nuovo dizionario non è per tutti) e consiglio.

  • giakimo

    Ti capisco perché è capitata la stessa cosa a me con i supereroi. Ad un certo punto mi sono reso conto che non mi interessava più l’ennesimo mega-evento o reboot o cambio di personaggio, trovandoci pochissima originalità e sono sceso dal carrozzone, tranne rare eccezioni che mi potrebbero interessare (spesso, lo ammetto, più per nostalgia che per effettivo valore).

    Penso che il problema risiede molto nell’espansione del fandom. Mi spiego: mai come oggi ci sono sempre più persone appassionate di cose nerd (supereroi o manga/anime) ma questo non si è tradotto in un aumento qualitativo, ma ha spinto i produttori a osare sempre meno, perché sono anche aumentati i ricavi e le possibilità del fandom, tra merchandise e altri medium.

  • Marco Foti

    Hai colto nel segno, per me. Una componente fondamentale di tanti elementi narrativi/estetici che ci hanno fatto diventare fan è che nascevano in prodotti che tentavano di rivolgersi a un mercato vasto, ma non ancora autoreferenziale. L’anime era in competizione con altre forme d’intrattenimento, come film, cartoni o cinema e la fonte del suo successo era costituirne un’alternativa. I cartoon di Hanna e Barbera erano già ampiamente codificati nei loro elementi base e sfornavano decine di cloni, prima che arrivasse Goldrake. L’animazione anni Novanta era già ampiamente un mercato autoreferenziale organizzato in tribu di otaku di questa o quella serie quando arrivò Evangelion a sconvolgere tutto. E poi anche Evangelion venne codificata e reciclata in duecentomila cloni. Bisogna solo aspettare che arrivi un elemento di saturazione nella domanda eccessiva. La crisi in realtà è amica delle idee innovative, quindi una crisi dell’animazione nipponica a rigor di logica dovrà solo giovarci…

  • Pingback: Come se la passano gli anime | MDSNetwork()