Recensioni Novità Un'adolescenza vissuta nel barrio, e il filtro dell'età adulta

Un’adolescenza vissuta nel barrio, e il filtro dell’età adulta

Sono gli anni Settanta. Gabi Beltrán è un ragazzino che vive in uno dei quartieri più poveri di Palma di Maiorca e come tutti i suoi amici passa le giornate tra lavori occasionali, bevute clandestine, amori immaginati, piccoli furti e il sogno di una fuga prossima ventura. Bartolomé Seguí è un ragazzo di qualche anno più grande. Abita anche lui a Palma di Maiorca e sa che in quel quartiere è bene che non ci metta piede. Sarà costretto a farlo solo una quarantina di anni dopo, obbligato proprio da Beltran che, nel frattempo, è diventato un disegnatore e sceneggiatore di fumetti. Gabi Beltrán affiderà infatti la sceneggiatura di quello che diventerà poi Storie del Barrio (in Italia per Tunuè, con la traduzione di Diego Fiocco) a Bartolomé Seguí, che dovrà così occuparsi dei disegni.

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Scelta inusuale, per un lavoro autobiografico, quella da parte di un autore abitualmente ‘unico’ che ha affidato i disegni a un altro artista (seppur conterraneo e quasi coetaneo). Eppure la decisione appare subito chiara: Beltran vuole mettere un filtro tra lui e i suoi ricordi, riducendo in questo modo l’influenza del suo punto di vista sul racconto. Nelle mani di Seguí le persone si trasformano in personaggi, e acquistano una bidimensionalità che li distanzia dal mondo reale, riuscendo a ridimensionare una narrazione ombelicale che ha finalmente la possibilità di aprirsi all’esterno. Non è un caso che le parole di Beltran richiamino spesso ad atmosfere molto diverse da quelle evocate dai disegni di Seguí. Se la scrittura di Beltran è spesso cupa e senza speranze, il tratto semplice di Seguí ne alleggerisce i toni, rendendo la narrazione a volte più spavalda e a volte più intima, seguendo l’andamento umorale e ormonale del protagonista.

La presenza di un altro autore non è però l’unico filtro che Seguí mette tra sé stesso e la sua adolescenza. Ce n’è uno più naturale e obbligatorio che però Beltran inserisce nel racconto in maniera esplicita, ovvero quei trent’anni passati dai fatti raccontati, il filtro dell’età adulta che getta uno sguardo analitico e impietoso sugli eventi passati. Beltran sa che non potrà mai raccontare la sua adolescenza ma solamente il ricordo che si porta dentro e che negli anni ha rielaborato, giudicato, falsificato e idealizzato nella sua mente. Il racconto a fumetti viene quindi alternato da parti in prosa, narrate da un Beltran adulto e ritornato, dopo molti anni, a Palma di Maiorca. Ciò dà la possibilità all’autore di creare un dialogo tra passato e presente che diventa il vero motore narrativo di Storie del Barrio.

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Questo doppio filtro che Beltran usa per distaccarsi dal suo passato dà modo al libro di non diventare il banale racconto di un’adolescenza. In Storie del Barrio non c’è nessun elemento di idealizzazione dell’adolescenza e il libro è quasi totalmente privo di nostalgia. Aleggia semmai sulla scrittura un’atmosfera funerea, davvero poco consueta nei racconti adolescenziali, permeata da sentimenti poco accomodanti col passato. Eppure nel naturale affetto che sprigionano sovente le pagine, c’è tutta l’affascinante contraddittorietà dell’adulto che ha la pretesa di rileggere e giudicare il proprio passato, tra ridicole ma normali autoindulgenze e un cinismo quasi infantile.

Di conseguenza il difetto più evidente del libro diventa anche la chiave di lettura di cui non possiamo fare a meno per comprenderne la sua natura. La voce narrante del libro è ingombrante, fastidiosamente consapevole e adulta (sia nelle sue considerazioni che nelle sue banalità), spesso soffoca le tavole rubando spazio ai disegni di Seguí, erodendone le vignette come una calamità. Questo suo imporsi sulla narrazione visiva fa affondare Storie del Barrio in una verbosità inutile, che non diventa mai retorica ma sembra voler prendere le redini del racconto e lasciare poco spazio di manovra a Seguí. Una mossa ipocrita e poco convincente, soprattutto se vista alla luce della scelta di affidare i disegni a un altro autore.

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Una lettura ‘muta’ del fumetto (eliminando quindi la voce narrante ma non i dialoghi dei personaggi) ci fa allora scoprire un libro molto più interessante, grazie ai disegni di Seguí capaci di raccontare le adolescenze travagliate dei protagonisti attraverso uno spettro emotivo più complesso rispetto a quello che emerge da una lettura completa. Il tratto semplice dell’autore è perfetto per descrivere quella Terra di Mezzo che è per i nostri corpi l’adolescenza, quando non si sono ancora abbandonati i tratti di un’infanzia di cui ci si vuole liberare e si faticano ad accettare i cambiamenti verso una maturità spaventosa ma desiderata. Seguì ci mostra la segreta fragilità dei protagonisti inserendoli in un ambiente pericoloso ma accogliente, una città decadente percorsa dalle malinconie, dalla tristezza e dalla violenza dei suoi abitanti.

Storie del Barrio è un lavoro imperfetto ma interessante, capace di raccontare l’adolescenza senza le consuete e noiose idealizzazioni ma incapace di limitare la lettura adulta dei fatti e dei ricordi, scadendo spesso in un tono inutilmente drammatico e riflessivo che smorza la narrazione.

Storie del Barrio
di Gabi Beltrán e Bartolomé Seguí
traduzione di Dario Fiocco
Tunué, 2016
307 pp., 24,90 €

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