Perché dovreste vedere Your Name di Makoto Shinkai (anche se lui non vuole)

Dal 23 al 25 gennaio Dynit porta nei cinema italiani Kimi no Na wa – Your Name, l’ultimo lungometraggio di Makoto Shinkai. A meno che viviate sotto un sasso, vi sarete accorti che dallo scorso agosto a questa parte si è fatto un gran parlare di questo film.

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In primo luogo per il puro e semplice fatto che si tratta di un film di Makoto Shinkai, colui che negli ultimi anni (vista anche la tragica scomparsa di Satoshi Kon) si è guadagnato la reputazione di “il nuovo Miyazaki” presso la critica internazionale.

Poi c’è il fatto che in Giappone sta sbancando i botteghini – e non tanto per dire, parliamo di cifre al di sopra dei dieci miliardi di Yen. Nel corso di pochi mesi, Your Name ha superato la sfilza di film dello Studio Ghibli che monopolizzavano le classifiche storiche della categoria film anime: prima Si alza il vento e La principessa Mononoke, poi perfino Il castello errante di Howl e Ponyo, che occupavano rispettivamente il secondo e terzo posto sul podio. Attualmente Your Name è alle calcagna di La città incantata come record di incassi in Giappone, e La città incantata è il primo film nella lunga lista dei maggiori incassi di sempre in Giappone. Se la tendenza non s’inverte, Your Name rischia di spodestare il capolavoro da premio Oscar di Hayao Miyazaki. Al box office internazionale, per quanto riguarda gli anime, è già successo. Non va più di moda, ma lo dico lo stesso: BOOM!

E il buon Makoto Shinkai, in tutto questo, che dice? «Per favore, smettetela. Non andate più a vedere il mio film».

Beh, come non comprenderlo? Hai poco più di quarant’anni e dirigi film di animazione da poco più di dieci. Sei rimasto folgorato da Laputa – Il castello nel cielo quando eri appena un ragazzino, e da allora sei cresciuto col mito e all’ombra del Maestro. Miyazaki è roba grossa a livello internazionale, ma in Giappone è LA roba, quello che quando fa un film lo vanno a vedere tutti (anche chi di anime normalmente non ne guarda), quello che senza di lui non esisterebbe l’animazione giapponese come la conosciamo. Parola di Shinkai:

«È un’enorme fonte d’ispirazione. Lui e il suo team hanno praticamente fondato l’intero sistema. Hanno creato quello che l’animazione giapponese è oggi. È impossibile non essere influenzati dal suo lavoro. Ho visto Laputa quando facevo le scuole medie. È stato il primo film che sono andato a vedere con la mia paghetta, pagandomi il biglietto da solo – ed è stato magnifico. Non esisteva niente che gli somigliasse. Non è che voglia fare film simili ai suoi, ma vorrei riuscire a suscitare le stesse emozioni che lui riesce a suscitare nelle persone, me compreso.»

your name makoto shinkai

Povero Shinkai. Per forza che, di fronte alla prospettiva non solo di raggiungerlo, ma addirittura superarlo, gli è preso un po’ male. Aggiungeteci che l’etichetta giapponese esige sempre l’understatement e che il regista, come spesso accade alle persone starordinariamente brave in quello che fanno, è anche straordinariamente insicuro (qualcuno ha detto sindrome dell’impostore?), et voilà, ecco servita la crisi di panico:

«Penso che la gente stia sopravvalutando Your Name, ritengo infatti di non essere assolutamente al livello di Hayao Miyazaki. Onestamente, preferirei davvero che Miyazaki non vedesse il mio film, perché ne noterebbe immediatamente tutti i difetti. […] Ci sono state delle cose che non sono stato in grado di fare […] Per quel che mi riguarda, questo film è incompleto, non è ben equilibrato. La trama va bene, ma il film non è perfetto.»

E di fronte alla prospettiva della candidatura e di un’eventuale vittoria agli Oscar, il regista commenta: «Spero che non succeda».

Va detto che il pubblico giapponese è un tantino fuori controllo. Del tipo che non solo sono nati dei tour che ti portano in giro per le location della storia (la biblioteca che compare nel film ha dovuto esporre un regolamento speciale per far fronte all’improvvisa ondata di visitatori), ma è anche stato prodotto (oltre agli innumerevoli gadget di ogni tipo e al materiale pubblicitario distribuito in ogni luogo, ovviamente) un sakè ispirato al film.

Niente che non avessi già visto fare. Ma l’avevo visto fare per Evangelion, che incide sul PIL del paese dal 1995.

Insomma, capisco l’ansia di Makoto Shinkai, e vorrei potergli offrire una tazza di tè caldo, avvolgerlo in una coperta (e qui la mia parte più cinica aggiungerebbe: “fatta di soldi?”) e dirgli di rilassarsi, che andrà tutto bene.

your name makoto shinkai

Detto questo, il regista non ha tutti i torti nella sua autocritica. Your Name poteva davvero essere più equilibrato a livello di sceneggiatura: da questo punto di vista, siamo davvero lontani dalla grazia della narrazione di Miyazaki. In questo senso il lavoro precedente di Shinkai, Il giardino delle parole, è molto più bilanciato e coeso.

Ciò non toglie che Your Name sia un film tecnicamente splendido e davvero emozionante. Non so se merita il primato al botteghino, ma senz’altro merita di essere visto. Gli scenari e le animazioni mantengono il livello a cui Shinkai ci ha abituati, cioè pazzesco. Non c’è un fotogramma che non sia splendido, e grazie alla doppia ambientazione Shinkai può dare il suo meglio nel raccontare i suoi scenari prediletti, la vita nella metropoli e quella in comunione con la natura.

La storia infatti vede protagonisti due personaggi che vivono in ambienti molto diversi: Taki, uno studente delle superiori di Tokyo che si divide tra la passione per il disegno e il lavoro da cameriere, e Mitsuha, sua coetanea intrappolata nella vita monotona di un paesino di montagna. Un giorno, all’improvviso, Taki si sveglia nel corpo di Mitsuha e viceversa. I due non si conoscono, non hanno idea di cosa stia succedendo e, come se non bastasse, ad ogni risveglio non si ricordano l’uno dell’altra. Cosa sta succedendo?

Succede che siamo in una tipica situazione da commedia degli equivoci, come ne abbiamo viste tante negli anime e ancora di più nel cinema. Non che sia un male. La prima metà del film è piuttosto classica, e fila che è una meraviglia. È divertente, è ritmata, ha la sensibilità di scegliere quali cliché riproporre e quali scansare. È nella seconda parte che cambiano le carte in tavola, e il film prende una deriva del tutto differente.

your name makoto shinkai

In questa metà si trovano i problemi di equilibrio di cui parlava Shinkai, ma anche il cuore del film, ciò che lo rende differente da una commedia bodyswap anni Ottanta arrivata con qualche decennio di ritardo. È qui che si trovano le riflessioni sul disastro del terremoto del 2011 e su Fukushima, è qui che arrivano gli elementi fantascientifici – che però sono così strettamente intrecciati alla natura e al pensiero shintoista che di fantascientifico sembrano non avere quasi nulla. Ma soprattutto, per rispondere ai tipi più pragmatici, è qui che si frigna, quindi andate muniti di fazzoletti. O cominciate ad allenarvi a far finta di avere TUTTI I SENTIMENTI DEL MONDO in un occhio.

E se in generale vi state chiedendo se tutto questo hype attorno a Your Name non sia una esagerazione: un po’ sì, ma voi andate a vederlo lo stesso, non ve ne pentirete. Makoto Shinkai non sarà Miyazaki, ma è bravissimo a far emozionare.

  • Ugo Pastore

    Mah, io penso che Miyazaki e Shinkai abbiano approcci proprio differenti: il primo racconta “per immagini”, il secondo è più attento agli sviluppi dell’intreccio; uno è più sfumato, l’altro più incisivo; uno allude, l’altro spiega… e potremmo andare avanti all’infinito.
    Sono però curioso come uno scimmia di capire in che senso la seconda parte presenta pecche a livello di sceneggiatura: lo dico perché la prima per me è godibilissima e interessante, ma i coglioni veri e proprio escono fuori dopo e mi sembra che il risultato sia eccellente, finale permettendo.