Focus Opinioni Ascesa e caduta di The Authority, da Warren Ellis a Mark Millar

Ascesa e caduta di The Authority, da Warren Ellis a Mark Millar

Visto l’annuncio della ristampa di The Authority (e anche di Planetary, della quale parleremo presto) da parte di RW Lion, è il caso di fare un rapido ripasso, per chi all’epoca della prima edizione italiana si fosse perso questo fumetto.

The Authority nasce da un’intuizione semplicissima. Cosa succederebbe se prendessimo un gruppo di supereroi e li facessimo diventare grandi? Senza fare troppo i sofisti, verrebbe da dire che non c’è nulla di particolarmente innovativo in questo approccio. Dopotutto, il primo numero della serie arriva nelle fumetterie statunitensi nel 1999, dopo anni di tentativi da parte di tutte le case editrici di smuovere un mercato ormai sull’orlo del collasso proponendo paladini della giustizia sempre più oscuri e disturbati. Magari spacciandoli come “adulti”. Cercando, in altre parole, di lucrare fino allo sfinimento sull’ultima vera, grande innovazione del genere. Eppure Warren Ellis ha un’idea, già contenuta in potenza in Stormwatch, che è di una chiarezza lapalissiana: se il mondo è sempre più piccolo per via della globalizzazione, allora gli eroi a sua difesa devono cominciare a operare su scala più vasta.

È finito il tempo dei vigilanti di quartiere, delle Gotham City, dei gruppi nazionali alla Alpha Flight o delle New York – unica città al mondo, assieme a Tokyo, a meritarsi questo onore – prese di mira da qualunque razza aliena vagamente interessata alla conquista della Terra. Basta infantilismo naïf. Siamo all’alba del nuovo millennio e le cose non sono mai state così complicate. Non c’è spazio per vigilanti tormentati e per le loro storyline stratificate, fatte di piccoli eventi quotidiani alternati ad antagonisti sempre più buffi. Occorrono tipi tosti che credano ciecamente in quello che fanno, disposti a morire pur di salvarci tutti. In grado di coordinarsi mentre salvano contemporaneamente più città ai quattro angoli del globo dall’attacco di una versione parallela della Terra, dove una dinastia di folli nobili siciliani ha preso il potere. Altro che i quattro studentelli dell’Istituto Xavier per giovani dotati e i loro dubbi esistenziali sull’essere diversi. Quando arriva The Authority è ora di lasciare il campetto ai ragazzi grandi.

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Chiariamo subito una cosa: letta a quasi vent’anni di distanza, la run di Warren Ellis su The Authority perde moltissimo in potenza deflagrante e si riduce spesso a un enorme giocattolone dove per ogni uscita un numero generoso di pagine viene investito in risse o combattimenti a mezz’aria. Eppure rimane: a) una prova di forza davvero notevole per un autore che in trent’anni di attività ha sbagliato pochissimo, b) un perfetto esempio di applicazione del pensiero laterale alla narrazione. Cerchiamo di capire in che contesto ha dovuto operare lo sceneggiatore inglese. Nel 1998, un giovane Quesada cercava di rilanciare l’Universo Marvel, sull’orlo del fallimento, con idee come un Punitore diviso tra angeli e demoni. Allo stesso tempo, la stessa Stormwatch alla base di The Authority era finita sterminata in un scontro con gli xenomorfi di Aliens nel crossover tra WildC.A.T.s e alieni. Si stava vivendo un momento dove ogni idea, anche la più assurda, veniva buttata sul piatto nella speranza di vendere qualche copia in più.

In un simile scenario, una serie che faceva della chiarezza di intenti e della pulizia d’esecuzione il suo perno centrale era qualcosa destinato a brillare come un faro nella notte. «Era diventata un grande successo, mentre tutto il resto crollava», raccontava Mark Millar sulle agine di Bleeding Cool. Nemici sempre più enormi, risoluzioni altrettanto drastiche, disegni spettacolari e sceneggiature spedite come un treno. Praticamente la ricetta alla base dei comics della Golden Age elevata al cubo e con quella sana dose di brutalità in più che fa tanto apocalisse imminente. Ellis capisce bene questa cosa e orchestra la sua gestione in un crescendo perfetto, partendo con un attacco terroristico su scala globale e terminando con il famigerato scontro con Dio. Che in questo caso non prende la forma di entità celeste ma di un alieno più grande della Luna, responsabile, tra le altre cose, della vita sulla Terra. Anche in questo caso ogni aspetto di romanticizzazione viene epurato, dando corpo e sostanza a un concetto astratto come Dio e riducendo la creazione della vita a un processo meramente chimico. Come abbiamo detto, è il momento di stare bene ancorati a terra.

Tra un’esplosione e l’altra impariamo a conoscere i personaggi dalle loro battute da film d’azione e dalla volontà inattaccabile di salvare il pianeta. Eppure, nonostante questo, ci appaiono come molto più realistici e concreti di tanti teatrini post-Stan Lee messi in piedi per dimostrarci come sotto quelle cappe ci sia qualcuno di simile a noi. Dopo aver salvato il pianeta li vediamo passeggiare per i corridoi della loro enorme astronave senziente – il Carrier, lunga settanta chilometri e capace di navigare tra le dimensioni – mentre chiacchierano e si asciugano i capelli, appena usciti dalla doccia. Come facciamo noi al termine di ogni giornata di lavoro. Fanno sesso occasionale senza che questo venga visto come uno spunto pruriginoso. The Doctor, lo sciamano della Terra, è un tossico fuori controllo ma ci viene risparmiata l’inevitabile sottotrama su quanto siano brutte le dipendenze. Perfino la storia d’amore tra Apollo e Midnighter, una sorta di Superman potenziato e un Batman ancora più reazionario dell’originale, viene data per scontata. Il messaggio di Ellis è chiaro: non c’è tempo per queste stronzate (o almeno così direbbe Jenny Sparks, la leader del gruppo), abbiamo una Terra – o due – da salvare.

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A modo suo, The Authority di Ellis è una serie di supereroi minimalista, con i fronzoli ridotti al minimo. Abbiamo una minaccia che a cadenza regolare arriva sul nostro pianeta e sette esseri che di volta in volta alzano la posta per poterci salvare tutti. Non c’è spazio per altro. Prendiamo un confronto tra il già citato Midnighter e Batman. L’Uomo Pipistrello è da sempre un esempio perfetto per disquisire su quanto possano essere profondi i supereroi. Ci puoi fare discorsi sul fatto che ami il terrore, ma non uccida nessuno. Fa parte dei buoni, ma non può esistere senza la sua nemesi Joker (e viceversa). Se proprio volete impressionare qualcuno potete perfino tirare in ballo Susan Sontag e spigare come la maschera da vigilante sia il suo vero volto, non quello del miliardario sciupafemmine.

Con Midnighter questi problemi non esistono. Non si toglie mai la maschera – neppure quando la sera guarda la tv con il suo compagno Apollo – perché lui è la maschera. Adora la violenza e si esprime unicamente tramite di essa. Non ha dualismi, perché per la nostra salvezza è disposto a qualsiasi cosa. Anche la più bieca. E poi non lascia spazio a eventuali allusioni ai suoi orientamenti sessuali – come succede da sempre tra Batman e Robin – perché chiarisce fin da subito come stanno le cose. Ellis riesce a tratteggiare un personaggio completamente esposto senza ridurlo a una macchietta a due dimensioni.

Il tutto messo su carta da un Bryan Hitch pronto a esplodere come star internazionale del fumetto. Se i volti dei personaggi cambiano di vignetta in vignetta – errore piuttosto grossolano reso ancora più evidente dal suo indugiare su primi piani a tutta pagina – le scene da blockbuster sono al limite del pornografico. Perché un conto è vedere sciami di aerei da guerra combattere battaglie contro alieni invasori resi con un tratto stilizzato, un’altra cosa è vedere una scena tanto assurda interpretata attraverso l’occhio del realismo. Lo strappo con l’ipertrofia bambinesca e infantile del resto del fumetto mainstream è potentissima e setta nuovi standard, destinati a essere portati a nuove vette solo dallo stesso Hitch sulle pagine del successivo The Ultimates. La ricerca esasperata del fotorealismo degli effetti speciali hollywoodiani dell’ultimo trentennio – ricordiamo che Independent Day, autentico spartiacque in tal senso, era uscito da soli tre anni – trova in The Authority la sua controparte cartacea.

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Se nel 2002 Sam Raimi dirigerà Spider-Man senza mai davvero preoccuparsi di nascondere l’effetto speciale, rendendolo spesso finto e giocattoloso, è perché la sua concezione di fumetto era legata a una versione più tradizionale del medium. Dove grazie alla stilizzazione potevamo trovare plausibile perfino un teenager vestito da ragno che penzolava tra i palazzi di Manhattan. Non dovevo preoccuparmi che apparisse ridicolo, perché era evidente che fosse finto. The Authority, grazie alle tavole di Hitch, anticipa e ratifica quello che da lì a poco sarebbe diventato uno standard: devo vedere cose sempre più esagerate senza mai dubitare che possano essere vere. Anche se è palesemente impossibile. Quindi addio essenzialità e gusto per l’artefatto, benvenuta ricerca del particolare gratuito.

Vi ricordate quando nei vecchi cartoni animati giapponesi le battaglie spaziali erano rese disegnando una pioggia di semplici tratti chiari sui fondi scuri? Potevano essere laser, razzi o semplici proiettili. Non importava, il punto è che fossero in un numero folle, senza tregua e producessero un suono bizzarro. Al resto ci pensavamo noi spettatori. Ecco, ora invece dobbiamo distinguere perfettamente di che tipo di arma si tratta, avere la precisa resa grafica del suo utilizzo nel vuoto cosmico e al contempo moltiplicare il numero dei colpi esplosi almeno per dieci.

Tutto sembrerebbe andare per il meglio, insomma. Dopo la prima entusiasmante run eccoci al passaggio di testimone. A prendere le redini è il giovane talento scozzese Mark Millar, destinato da lì a poco a diventare uno dei nomi più caldi di tutto il comicdom statunitense. Come al suo solito lo sceneggiatore capisce tutto nel non capire niente. Prende The Authority, evita di considerarne il punctum ellisiano e comincia a lavorare su tutto quel contorno pruriginoso che sapeva avrebbe fatto volare le vendite. In mano sua i Nostri eroi sono più violenti, risoluti e volgari che mai, figuriamoci quando li confrontiamo con quelli delle major. Allora perché non evidenziare questo concetto con un bel pennarellone fluorescente e non farli scontrare direttamente con una versione derivativa dei super-gruppi (sopratutto Marvel, visto che la Wildstorm faceva già parte della DC) tradizionali? Così, mentre la versione millarizzata dei Vendicatori che vediamo all’opera in Natività è composta da burattini alla mercé dello status quo, The Authority fa di tutto per cambiare i piani in tavola.

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La prima didascalia di tutta la gestione dello scozzese dice «Perché i supertizi non danno mai la caccia ai veri bastardi?». Neanche il tempo di riflettere su quello che stiamo leggendo e siamo già nel bel mezzo di una rappresaglia armata in una generica nazione del sud-est asiatico, affamata da una terribile dittatura militare. Jack Hawksmoor e compagni pensano bene di risolvere la questione giustiziando in maniera brutale i responsabili, ospitando sul Carrier decine di migliaia di rifugiati politici, sorridendo dai talk show televisivi di mezzo mondo e mandando a quel paese il presidente degli Stati Uniti d’America. Millar non è mai stato il narratore più raffinato sulla piazza, ma qui raggiunge vette di didascalismo e di provocazione demagogica da antologia. Aspetto che probabilmente sarebbe bastato per affossare chiunque, ma non lui. I motivi sono semplici: se The Authority di Ellis sembrava esagerato, al confronto di questo nuovo arco narrativo pare una serie da bambini. In più, a disegnare c’è quell’alieno di Frank Quitely, uno che renderebbe enorme anche la trascrizione illustrata dell’elenco telefonico. Da We3, passando per New X-Men e All-Star Superman, non c’è titolo disegnato dal nostro che non sia stato graziato dalla sua capacità di mettere su carta lo stupore. Puro e semplice. Giocando spesso con i vuoti invece che con i pieni, le sue pagine sono autentiche finestre su di un mondo dove tutto è qualcosa di – spesso spaventosamente – speciale.

Il secondo ciclo curato dai nuovi autori – anche se va detto che riferirsi sempre a Quitely come co-autore è sbagliato, visti i parecchi numeri affidati ad altri disegnatori per venire incontro ai suoi ritmi non certo funambolici – è forse la sintesi massima di quanto detto fino a ora. La crisi questa volta è davvero folle: l’intero pianeta Terra si sta ribellando con la speranza di eliminare del tutto la razza umana. I morti si contano a milioni. Per prima cosa si decide di far evacuare l’intera popolazione mondiale, chiedendo asilo politico a tutti i nostri corrispettivi delle dimensioni parallele.

In contemporanea a questo, come in una sorta di Il silenzio degli innocenti sotto steroidi, si scopre che l’unico in grado di capire come placare questa crisi sia un ex-supercriminale tenuto in stato d’isolamento in una prigione sperduta in chissà quale realtà. Siamo ancora in un fumetto, no? Quindi cosa avrà fatto di male questo soggetto per meritarsi una simile pena? Avrà provato a conquistare la Terra inguainato in qualche ridicolo costume o, alla peggio, avrà messo in piedi qualche piano sgangherato per vendicarsi di un torto assurdo. Con Mark Millar alla sceneggiatura no, deve per forza essere qualcosa di terribile. In questo caso l’uccisione di dodici milioni di persone solo perché “negracci”. Come si era detto, tutto è ben oltre ogni limite. Seguono torture indicibili al soggetto in questione – da parte dei buoni – contrattazione assurda, scontro violento fino al ridicolo, piano cervellotico messo in piedi senza avvertire nessuno e gran finale. Se riuscite a digerire la rozzezza del tutto è davvero una grande storia. E infatti tutto doveva finire lì.

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L’arco seguente – Trasferimento di poteri – ha davvero il fiato corto, e punta tutto sulla sgradevolezza degli antagoniti. Per di più Millar molla a metà, e il povero Tom Peyer, grande editor ma autore mediocre, non può fare altro che raccogliere i cocci. La realtà è sotto gli occhi di tutti: sono quasi trenta numeri che non si fa che accelerare, era logico che prima o poi la benzina dovesse finire. Senza il naturale alternarsi di enormi minacce e periodi di relativa calma tipico di tutte le altre testate (necessario a fornire una sorta di reset dei parametri di spettacolarità) si è finiti per arrivare talmente in alto da non riuscire a inventarsi più nulla di nuovo. Da lì in poi infatti non sarà che una lenta discesa nell’anonimato. Si parte con la cancellazione della terza run, affidata alla rodata coppia composta da Brian Azzarello e Eduardo Risso, per via dei contenuti fin troppo provocatori.

Poi arrivano l’incolore Robbie Morrison e la prova dimenticabile di Ed Brubaker. Il problema è chiaro: chiunque si metta al timone di comando di The Authority si sente nella posizione di scrivere e disegnare la cosa più folle e offensiva gli passi per la testa, con il risultato che nessuno è più riuscito a toccare la lucidità dell’analisi del supereroe portata avanti da Warren Ellis. Da lì a poco molla perfino Grant Morrison, che passa la palla a Keith Giffen che pensa bene di tirarsi indietro. Dopo di che si alternano solo mestieranti – anche di lusso nel caso di Dan Abnett e Andy Lanning – ma ormai il momento è perso e ogni sforzo risulta vano.

A posteriori è facile capire perché le prime due stagioni di The Authority siano funzionate così bene: fornivano a due autori dalla personalità particolarmente spiccata un ottimo canovaccio per poter dire la loro su uno dei generi più codificati del fumetto. Warren Ellis era riuscito a portare la contemporaneità, il linguaggio dei nuovi blockbuster e la sua incredibile capacità di pensare fuori dalla scatola mantenendola comunque sempre al centro di ogni scelta. Millar dal canto suo si era speso perfettamente per quello che da lì a poco lo avrebbe reso infinitamente popolare: provocazioni di grana grossa, ritmo, grandi idee e continui legami alla nostra realtà. Il tutto immerso in un momento storico piuttosto particolare, ovvero il post-11 settembre e l’aggressione da parte degli Stati Uniti dell’Iraq. Vi ricorderete bene come l’espressione “attacco preventivo” fosse sulla bocca di tutti e ogni forma di brutalità giustizialista fosse giustificata dalla guerra al terrore. Materiale scottante, sopratutto se a maneggiarlo sono due ex autori del Giudice Dredd.

In più, entrambi gli sceneggiatori hanno avuto il privilegio di lavorare con due dei disegnatori più influenti degli anni 2000: lo spettacolare Bryan Hitch e il visionario Frank Quitely. Per quanto i protagonisti di The Authority potessero essere unici e carismatici, non erano che marionette in mano ai loro autori. Quando a questo quartetto di fumettisti vennero ad alternarsi solo nomi desiderosi di inserirsi in scia, senza mettere davvero nulla di loro, fu logico che la testata finì per diventare una come tutte le altre. E, detto in tutta sincerità, nessuno aveva bisogno di un altro super-gruppo anonimo ad affollare gli scaffali delle librerie.

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