Focus Interviste Oltre Loputyn. Intervista a Jessica Cioffi

Oltre Loputyn. Intervista a Jessica Cioffi

Lo scorso 25 marzo, presso la fumetteria Comics Corner di Genova, si è svolto l’incontro con Jessica Cioffi – in arte Loputyn –, che ha presentato in anteprima il suo ultimo lavoro, Francis, come sempre edito da Shockdom. In quell’occasione ho avuto modo di intervistarla: Jessica, oltre che un talento da tenere d’occhio, è una ragazza molto giovane, sicuramente timida ma al tempo stesso estremamente trasparente e disponibile.

È stata un’intervista strutturata dalle classiche domande e risposte, ma intervallate da divagazioni molto personali da parte di Jessica. Ho capito di trovarmi di fronte a un’autrice molto più complessa (in senso positivo) di quanto ci si aspetti nel momento in cui ha sfoggiato un’incredibile lucidità nel saper relazionare fatti intimi e personali (non riportati per rispetto) alle scelte concettuali che compongono la sua poetica.

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Francis è la storia di una strega e del suo incontro con uno spirito che in qualche modo cambierà il suo destino. Quali sono stati i riferimenti letterari e visivi per questa storia?

Solitamente sia nelle storie che nello stile che adotto cerco di non avere nessun punto di riferimento. Ogni storia è sempre un accumularsi di eventi che ho vissuto e che quindi a un certo punto sento l’esigenza di raccontare. Quindi i riferimenti sono sempre filtrati dalla mia esperienza personale che per forza di cose mi influenzano nel momento in cui decido di raccontare una storia. Senza dubbio, essendo che si tratta di una storia ambientata in un luogo reale, Monte Orfano, il luogo in cui vivo. Quindi sono partita da una base reale, il mio contesto, mescolandola con elementi fantastici.

Quella della strega è una figura che sta vivendo una rinascita da qualche anno a questa parte. Declinata in forme e rappresentazioni diverse la strega emana un fascino del tutto particolare. Mi viene in mente l’ottimo lavoro fatto in Grimorio oppure a lavori cinematografici come Kiki – Consegne a domicilio o, in una forma più estrema, Le streghe di Salem di Rob Zombie. Qual è stato il tuo approccio a questa figura così potente e stratificata?

Nel mio caso è stato qualcosa legato all’ambito personale. Ho un amico da sempre legato alla dimensione della stregoneria (fa il costumista). È riuscito a passarmi la sua passione. Quando ho iniziato a lavorare sulla storia mi sono rivolta a lui per fornirmi il materiale necessario. Non è stata una scelta casuale ma il suo interesse nei confronti della stregoneria mi ha influenzato molto. Ma anche perché, personalmente, mi interessa molto la sfera femminile e tutto ciò che vi gravita intorno e le streghe, da sempre, sono legate a questa dimensione. Avrai notato che nei miei lavori la figura maschile è qualcosa che intacca la dimensione femminile che è a sua volta chiusa.

Una volta, in relazione a Cotton Tales (il tuo primo lavoro), hai detto che le storie che racconti nascono dalle tue esperienze personali. Questo vale anche per Francis? In che modo riesci a veicolare gli elementi della tua vita verso il materiale narrativo dei tuoi racconti?

Per me il disegno è stato sempre un modo per colmare le lacune che avevo quando ero bambina. Avevo enormi problemi a relazionarmi con gli altri e mi veniva più semplice disegnare per colmare proprio quel vuoto causato da ciò che non riuscivo a comunicare. Disegnare è lo strumento perfetto per comunicare con gli altri e questo è sia un problema che fonte di grande energia creativa. Tutte le cose che racconto nascono da una necessità di liberazione. Ho notato quindi che ciò che racconto raggiunge un grande numero di persone proprio perché i problemi dei miei personaggi sono problemi di tutti.

E ti aiuta? Questo processo è catartico?

Assolutamente sì. Dopo che ho raccontato quella storia, per me quel problema sparisce, risolto.

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Ho notato che, per realizzare i tuoi volumi, ti prendi tutto il tempo necessario. Tra Cotton Tales e Francis sono passati due anni e in mezzo un bellissimo artbook. Quanto è importante il tempo che dedichi a ciò che racconti?

Quando ho iniziato Cotton Tales stavo frequentando l’accademia per cui ero molto rallentata nel mio lavoro. In generale però ho bisogno di raccontare una storia quando sento l’esigenza assolutamente personale di farlo, per cui è facile che, trovata la storia, la sviluppi completamente in breve tempo. Cotton Tales ha avuto uno sviluppo più particolare. Ho iniziato a lavorarci dopo due anni che ero ferma nel disegno in modo assoluto. Quindi quando l’ho ripresa ero cambiata e quindi il rallentamento è dovuto al fatto che la sto riscrivendo per adattarla ai miei nuovi interessi personali.

Parliamo del tuo stile. Devo ammettere che provo un fascino per il tuo segno grafico. Perché hai optato per questo stile? In che modo esalta i tuoi personaggi?

Io mi sono resa conto che nella ricerca di uno stile si tende a perdere la naturalezza, quindi pur facendosi influenzare dagli autori che ami è impossibile trovare una propria dimensione in quello che adori. Per questo motivo quando mi fanno questa domanda rispondo che il modo migliore per trovare il tuo stile è smettere di cercarlo. Non devi avere punti di arrivo. Se hai un punto di arrivo non hai più niente da raccontare.

Gli immaginari che compongono il tuo universo sono specifici: la dimensione gotica, vittoriana, magica. Fanno parte di te e del tuo mondo oppure semplicemente ti affascinano?

I miei immaginari di riferimento sono quelli che mi hanno influenzata radicalmente da bambina: fiabe, castelli, principesse. Ovviamente, crescendo, sono riuscita a sviluppare meglio il potenziale di questo mondo. Grazie all’Accademia sono riuscita ad approfondire altri elementi collaterali, come la questione dei vestiti, per cui spesso mi chiedono da dove trovo l’ispirazione. Quello che cerco di fare è trovare un equilibrio fra il passato, nel quale troviamo una sicurezza, e il presente, che è ora, dove viviamo in questo momento.

Ho notato una cosa. Le tue tavole, soprattutto nell’artbook Loputyn, generano sentimenti contrastanti. La dolcezza dei personaggi che metti in scena stride con dettagli raccapriccianti: una lumaca sul collo, figure inchiodate al muro come farfalle…

Io vedo il mondo come un’anomalia, come qualcosa che intacca l’innocenza. Questi elementi non sono totalmente esterni ma provengono anche dalle protagoniste delle mie storie, come se “l’anomalo” spingesse per uscire. Quello che appare come un elemento esterno è in realtà interno e così si creano delle situazioni di contrasto interessanti scaturite dal loro desiderio di innocenza, un gioco tra interno ed esterno.

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Com’è stata la tua esperienza con Bonelli, per la copertina del Dylan Dog Color Fest?

Quando mi è stato chiesto ci ho messo un po’ a realizzarlo. Credo che per un autore sia normale aspirare a lavorare per la Bonelli, proprio perché sin da bambina l’ho vissuto come un sogno da realizzare. Lavorare con loro è stato magnifico: mi hanno dato carta bianca, avevo grande libertà (sempre entro certi limiti), però l’ho percepito come un vero e proprio lavoro, una professione.

Quali sono i prossimi progetti?

Sto lavorando a diversi progetti, questo sarà un 2017 impegnativo. Di alcuni di questi progetti non posso parlare, ma è ufficiale la mia partecipazione a Melagrana, l’antologia a tema erotico attualmente in crowdfunding su Indiegogo curata da Ariel Vittori e Laura Guglielmo, le stesse che avevano dato vita a Grimorio. Di questa partecipazione sono davvero felice.

Cos’è per te il fumetto? In quale fase si colloca, dove sta andando?

Mi rendo conto di essermi trovata nel posto giusto al momento giusto. Probabilmente dieci anni fa non avrei trovato l’appoggio che mi è stato fornito oggi, proprio grazie al momento d’oro che sta vivendo il fumetto. Non ci sono freni, né paletti, c’è una libertà assoluta, il che lo rende potenzialmente rischioso ma anche rivoluzionario. Ma il fumetto in sé e per sé è solo un mezzo, quello che conta è ciò che devi dire e comunicare. Secondo me chi fa fumetto per il fumetto è limitato, bisognerebbe cercare di vivere il fumetto come mezzo per voler dire qualcosa di più, soprattutto da un punto di vista concettuale. Infatti quello che più mi interessa attualmente è fatto da chi non è fumettista in senso stretto, come ad esempio Piano immaginario di Lapis Niger, uno che ha qualcosa da dire e utilizza ogni mezzo necessario per farlo.

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