Raina Telgemeier, ovvero l’importanza delle storie normali

Raina Telgemeier sarà ospite a Lucca Comics & Games 2017, come annunciato dall’organizzazione della manifestazione in occasione della presentazione della nuova edizione, svoltasi oggi a Milano durante il festival Tempo di Libri.

Nonostante in Italia sia poco conosciuta, nell’America del fumetto Raina Telgemeier è la donna dei grandi numeri. Oltre ad aver collezionato numerosi e prestigiosi riconoscimenti – tra cui un Eisner Award per la miglior opera nella categoria Teen (2011) e Kids (2017) e come Miglior autrice (2015) – ha dominato per svariate settimane la classifica Graphic Books Bestseller del New York Times (prima che venisse chiusa) e il suo ultimo graphic novel è stato stampato con la tiratura record di mezzo milione di copie. Un successo davvero straordinario, al quale è giunta dopo un percorso (relativamente) canonico.

Raina Telgemeier

Raina Telgemeier | Foto di Stuart Ramson, via Flickr

Gli esordi

Telgemeier nasce nel 1977 a San Francisco e scopre i fumetti a 9 anni sfogliando il quotidiano locale acquistato dai genitori. Ci vuole poco tempo perché inizi anche a disegnarli, partendo dall’imitazione delle sue letture preferite, Nel bene e nel male (For Better or Worse) di Lynn Johnston e Calvin e Hobbes di Bill Watterson. Come ha ricordato: «I bambini delle strisce erano della mia stessa età, e parlavano sempre delle loro convinzioni e paure, o delle loro giornate a scuola, e io mi riconoscevo». Segnata dalla passione di lettrice, da adolescente si iscrive alla School of Visual Arts di Manhattan e sceglie il corso di illustrazione, nella speranza di trovare lavoro in quel mondo dopo il college:

Ero una delle due donne in una classe di 25 persone. Molti degli amici che avevo e che disegnavano fumetti erano ragazzi. E molti dei miei fumettisti preferiti erano uomini. Non c’era molto spazio per le donne nel fumetto mainstream, e i graphic novel di fatto non esistevano. Parecchi miei colleghi [maschi] scrivevano storie di supereroi o creavano storie originali che ricordavano Wolverine. I fumetti di supereroi non mi hanno mai fatto impazzire. Ero impegnata in storie più personali e introspettive. Verso i 19 anni ho cominciato a scrivere e disegnare fumetti autobiografici. Ho scritto una storia breve su quanto odio le zanzare e un’altra sul guidare da sola di notte attraverso le montagne. Erano molto brevi, e ho provato a catturare il tempo, lo spazio e il mood.

In seguito Telgemeier trova lavoro come grafica in una casa editrice, continuando a fare fumetti per conto proprio. È durante il MOCCA Arts Festival di New York che entra in contatto diretto con alcuni editori di fumetti indipendenti – «Il 50% erano donne, così io mi sentii subito la benvenuta». Da lì prende l’abitudine di partecipare anche ad altri festival, tra cui il San Diego Comic-Con, dove si fa conoscere dagli addetti ai lavori e comincia anche a costruirsi una piccola base di fan, vendendo i suoi brevi fumetti autoprodotti alla modica cifra di 1 dollaro.

Babysitter Raina Telgemeier

Nel 2004, a un party in una galleria d’arte, prende contatto con un editor della casa editrice Scholastic, che gli propone di lavorare alla versione a fumetti di una celebre serie di romanzi di Ann M. Martin, Il Club delle baby-sitter. Anche se questa opportunità le fornisce un magro guadagno, Telgemeier decide lo stesso di lasciare l’altro lavoro per concentrarsi solo su quello di autrice.

La sua prima storia originale viene pubblicata su un magazine online e poi raccolta in un volume, Smile (2010). Il fulcro del racconto è una traumatica esperienza autobiografica: Raina ha quasi 12 anni quando si rompe gli incisivi superiori con una brutta caduta. Trascorre tutta la sua adolescenza, dalla scuola media al liceo, con un doloroso apparecchio in bocca. Maledicendo la sua sfortuna, desidera disperatamente essere come tutti gli altri fino a che, grazie anche a nuovi amici, riesce a scoprire e valorizzare il suo vero talento. Una storia semplice e ordinaria, raccontata con un disegno schietto e cartoonesco (cartoony, come lo descrive l’autrice stessa), del tutto simile a quello sperimentato ne Il club delle baby-sitter.

Smile raina telgemeier

Secondo Telgemeier, quando si decise di pubblicare il libro «non c’era modo di sapere se si trattava di un’opera vendibile nel mercato editoriale. Non c’erano altri graphic novel sulle esperienze di ragazze adolescenti». Questo a causa di due stereotipi ancora molto diffusi: uno secondo cui, per molti educatori e genitori, i fumetti non sono una buona lettura, ma semplicemente robetta; l’altro secondo cui le ragazze non leggerebbero fumetti. Superando ogni rosea previsione, Smile diventa un best seller. I lettori, e soprattutto le lettrici, sono riusciti a stravolgere i pregiudizi. L’effetto è quello di far ricredere anche gli adulti sull’importanza dei fumetti:

È un’abitudine che si evolve. Più graphic novel vengono pubblicati, più lettori li leggono, più la gente si rende conto del loro valore. Ogni mese ricevo dozzine di lettere da genitori, insegnanti e bibliotecari che dicono “C’è questo ragazzo che non leggeva affatto. Poi ha cominciato dai graphic novel, e ora legge tantissimo”. I fumetti possono fare anche questo.

Il valore della normalità

A partire da Il club delle baby-sitter, Telgemeier lavora come illustratrice in varie occasioni (per esempio disegnando alcuni personaggi della Justice League per Bizarro World 2005). Insieme col marito scrive anche la sceneggiatura di X-Men Misfits, un prodotto editoriale di Del Rey Manga pensato per lettrici teen che ambiva a tradurre le vicende dei giovani mutanti nel linguaggio dello shojo. Chiamata in causa per la sensibilità con cui racconta l’adolescenza, Telgemeier si focalizza sul disagio di Kitty Pryde prima e dopo il suo arrivo nella scuola del Professor Xavier. L’esperimento non convince, la serie viene sospesa dopo il primo volume e l’autrice abbandona il territorio dei supereroi per tornare al suo elemento.

Smile Raina Telgemeier

Da “Smile” (Il Castoro, 2014)

Quando Telgemeier ha infatti la libertà di lavorare alle proprie storie, prende ispirazione dalla sua vita passata o presente. È forse questa punta di egocentrismo, questa immersione nel proprio microcosmo a renderla così vicina ai suoi giovani lettori e lettrici:

I ragazzi leggono i miei libri e mi percepiscono come una loro amica. So che mi vedono un po’ come un modello, ed è una cosa grande. Mi piacerebbe poter incontrare ciascuno dei miei fan. Se potessi far capire ai ragazzi che le loro vite reali e i loro sentimenti sono complessi e sono comuni a tutti, sarebbe meraviglioso. Non c’è bisogno di essere straordinari per sentirsi rispettati nei propri sentimenti e per sentirsi amati.

Smile affronta un problema comune a tutti gli adolescenti che indossano un apparecchio per i denti. È incentrato sul concetto di normalità:

A 12 anni, essere normali significa semplicemente non avere niente di inusuale che ti distingua nell’aspetto. Vuoi sembrare simile ai tuoi amici e ai tuoi idoli. Ma i dodicenni hanno a che fare con l’acne, l’apparecchio, mani e piedi goffamente enormi, occhiali, pessime pettinature e trucco fatto male, o tutte queste cose insieme. È difficile sentirsi davvero bene con sé stessi a quell’età, ed è tutto un riflesso dell’insicurezza. Ho realizzato ora, guardandomi indietro, che effettivamente avevo un aspetto normale. Lo sono ancora. Ho imparato ad apprezzare le persone che hanno caratteristiche uniche e un aspetto distintivo. Sono più divertenti da disegnare e anche più interessanti!

sorelle raina telgemerier

La normalità è in realtà molto più variegata e densa di quello che sembra a un’impressione distratta. Il graphic novel del 2014 Sisters (Sorelle nell’edizione de Il Castoro, che pubblica l’autrice in Italia) racconta del rapporto, a volte molto burrascoso, tra Raina e sua sorella Amara. È uno specchio della vita reale di un’adolescente, che definisce la sua personalità attraverso lo scontro, continuo e quotidiano, con chi più le sta vicino. Ma come resoconto di un viaggio costellato da imprevisti assurdi, è anche un esempio di come una vicenda ordinaria nasconda spesso un lato bizzarro e, a volte, memorabile.

Nella vita quotidiana di un’adolescente ci sono anche le prime cotte. Di questo si parla in Drama (2012). Partendo da ricordi personali, Telgemeier costruisce la storia di Callie, che con un gruppo di amici lavora alla messa in scena di un musical scolastico. Mentre la ragazza cerca di affrontare i suoi sentimenti verso Greg, alcuni suoi amici devono fare i conti con la loro identità sessuale. Nonostante Telgemeier tratti il tema con delicatezza e conceda una sola scena di un bacio tra due ragazzi, stando all’American Library Association il libro è finito nella top ten dei libri più discussi e banditi dalle biblioteche pubbliche con l’accusa di essere “sessualmente esplicito” per la fascia d’età dei suoi lettori.

Sorelle raina tegelmeier

Da “Sorelle” (Il Castoro, 2015)

L’ultima fatica di Telgemeier è Ghosts, che racconta una storia decisamente più drammatica. L’adolescente protagonista, Cat, ha una sorellina affetta da una grave malattia. Per favorirne la guarigione la famiglia si trasferisce a Bahía de la Luna, in California, località che si scopre infestata da fantasmi molto amichevoli. La dimensione fantastica serve a rendere più lieve il tema centrale, la paura della morte e il terrore di perdere chi si ama. A ulteriore cornice metaforica, l’autrice dipinge sullo sfondo il Día de los Muertos, una celebrazione particolarmente folkloristica del 2 novembre. Oltre alla tiratura straordinaria, il libro ha avuto un enorme successo di pubblico e critica. Con qualche rara eccezione, come per esempio il giudizio negativo di una docente universitaria che, occupandosi del rapporto tra letteratura per l’infanzia e cultura dei nativi, ha rilevato una sostanziale disattenzione al contesto storico (e tragico) a cui, almeno in teoria, sono legati gli allegrotti fantasmi di Bahía de la Luna.

ghost raina telgemeier

Da “Ghost” (Scholastic, 2016)

Questa critica per molti versi lascia il tempo che trova, ma offre lo spunto per una considerazione. Ancora troppo spesso si tende a imporre alla narrativa – o ai fumetti – per ragazzi uno scopo educativo se non addirittura didattico. E sempre troppo spesso si pensa che gli adolescenti debbano essere presi per mano perché altrimenti possono fraintendere il messaggio o, peggio, darne una personale interpretazione. Telgemeier non fa niente di tutto questo, e non ha certo il tono della maestrina. Certo, dell’adolescenza dà una rappresentazione tutto sommato rassicurante e solare. Ma afferma qualcosa che, per chi sta crescendo, ha un valore inestimabile: non c’è bisogno di avere superpoteri o di vivere vicende straordinarie per essere degno di attenzione. Per essere raccontato.