“American Gods”: una nazione eretta sul mito

Nella fontana di sangue iniziale viene immolato il capro espiatorio: lo spettatore. L’altare è quello di American Gods, romanzo di successo del blasonato Neil Gaiman, uscito originariamente nel 2001 e arrivato in Italia, per Mondadori, solo due anni dopo. Ai tempi Gaiman era reduce dalla lunga corsa di Sandman, dove aveva avuto modo di indagare la natura dei simboli e significati che scorrono lungo la Storia dell’uomo, ovvero miti e divinità. Inoltre aveva già offerto ad una fascia di mercato alquanto specifica, quella dei “giovani adulti”, libri quali Good Omens (tradotto in Italia come Buona Apocalisse a tutti! e scritto in combutta con Terry Pratchett, padre della indimenticabile saga letteraria del ‘Discworld’), Neverwhere e Stardust.

Con American Gods, tuttavia, i suoi scritti tornavano a vestire i panni insanguinati e scuri già utilizzati nelle scorribande oniriche di Sandman. Tre lustri più tardi, Bryan Fuller e Michael Green ripartono su Starz Network (in Italia è visibile online su Amazon Prime Video) per dare una spolverata a quegli abiti lisi, rinfrescando l’aria a colpi di contemporaneità.

Bryan Fuller nel 2016 aveva messo in saccoccia almeno un grande (in)successo popolare, portandosi dietro altre grandi incomprensioni nell’arco della sua carriera. Da tempo, ormai, è associato ad uno stile visivo e narrativo che preferisce soluzioni barocche, simbolismi esasperati, scelte di regia estetizzanti e ritmi narrativi anomali. Hannibal, sorta di sanguinolenta riedizione sui generis e con attori di primo piano del ciclo dedicato a Lecter, il cannibale più famoso della tv e del cinema, s’impone difatti proprio per tali caratteristiche. Per le medesime ragioni, forse, aveva chiuso bottega alla terza stagione.

Arrivato ad American Gods (e prima di mostrarci i risultati di Star Trek: Discovery a venire) Fuller ne rielabora le fondamenta con l’ausilio di Michael Greene, che nell’ultimo paio d’anni ha scritto per progetti ambiziosi come Logan, Blade Runner 2049 e Alien: Covenant. Insomma, due nomi di primo piano impegnati in produzioni hip e complesse, ma dai risultati altalenanti.

Partita in quinta, la serie tv tratta da American Gods dichiara da subito il suo intento: spettacolarizzare. Ricerca il trucchetto da grand guignol, la scazzottata libera e il massacro brutale coreografato con un lavoro certosino, come da incipit della prima puntata. Nell’introdurre il personaggio principale, Shadow, e gli eventi, ricalca con pochi cambiamenti la lettera del libro originale: Shadow esce dal carcere, una tempesta si addensa, incontra l’ambiguo e sardonico Mr. Wednesday e il reale comincia presto a dispiegare le ali dell’immaginario. Le immagini si dimostrano poi, lungo le prime quattro ore, insistenti nella costruzione del prêt-à-porter da screenshot, sposando con sicurezza il punto di vista panoramico della cartolina. Su Tumblr, non a  caso, c’è giàun certomovimento.

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Solo che a tratti, spizzichi e bocconi diversi, viene esaltato qualche difetto. La costruzione narrativa si mostra spesso manierata, lenta e sospesa. Le vicende a tratti spingono una suspense solo in parte giustificata e partecipata dallo spettatore. L’insieme empatizza a singhiozzo con chi lo guarda, tendendo a mostrare e spiegare prima ancora di permettere la nascita di un legame affettivo o del pathos sincero. Dove Gaiman aveva dalla sua gli strumenti affilati della sua scrittura, Fuller e Greene devono poggiarsi su fondamenta meno solide e sottili: gli sguardi lunghi e silenziosi di Ricky Whittle, tutt’altro che indimenticabile a livello recitativo; le musiche a cavallo tra jazz-noir e l’ambient elegante e funerea che dovrebbe sottolineare l’accesso a un mondo ulteriore, al di là della materia (come un incrocio sonoro tra Bohren und der Club of Gore e Angelo Badalamenti); l’estetizzante, discutibile, certezza che mettere in scena gli dèi, a furia di belle e stilizzate presenze fotografiche (un plauso al direttore della fotografia e al regista David Slade), od effetti speciali e/o digitali, possa restituirne la profondità contenutistica.

Non è un caso che il tutto funzioni a dovere soprattutto nella seconda e terza puntata della stagione, lì dove la narrazione si fa più classica, meglio ritmata e ben sostenuta. Dove, soprattutto, fanno capolino personaggi minori e secondari che ingigantiscono la visione e fanno presa nel cuore dello spettatore, rendendo più umano il duo principale, di Shadow e “Wednesday”. Grazie agli Dèi è difatti proprio la seduzione gigionesca di Votan-McShane a funzionare a meraviglia, così come la straordinarietà di alcune figure, quali: l’immenso e titanico Peter Stormare, dio slavo decaduto a macellaio; l’inquieto Pablo Schreiber e la sua anima irlandese, attaccabrighe e beona; l’eccezionale Cloris Leachman, sorella anziana di un trittico di dee a guardia delle stelle; così come alcune fra le intro e i passaggi dedicati agli altri dèi, da scoprire con la sorpresa tra gli occhi (indizi: l’appetito di Bilquis e l’affetto lezioso di Media sono da ricordare).

Proprio in una tra queste introduzioni spicca il tema forse meglio gestito dalla serie: il tanto discusso “multiculturalismo”, l’immigrazione e la miscela esplosiva che infiamma la specie umana. Qui la sperimentazione della serie (non dissimile da quella di Legion, nel puntare al tono, al sottotesto e alla resa sensibile, prima ancora che alla storia) è mediata sì dai bisogni commerciali e dalla onnipresente carica pop, ma si rivela brutale e vitale e dritta alla gola. Raccoglie uno dei significati meglio espressi dal libro, proprio perché ambiguo e contraddittorio, riallacciandosi con forza al presente. Sono, in fondo, nient’altro che storie di anime lasciate alla deriva nel Nuovo Mondo (o Il mondo nuovo?)

Resta per ora in sospeso la figura della moglie di Shadow, Laura, interpretata da Emily Browning, con il suo broncio inquieto, la depressione sotto pelle e l’anelito mortifero alla noia che tutto coglie. Nella quarta puntata è lei la protagonista, suo lo sguardo, per un risultato a metà tra la commedia nera e la satira grottesca e crudele. Il ruolo è per ora sul nascere, ma si differenzia dalla controparte del libro per la tenuta particolarmente assertiva e qualche differente snodo narrativo. Dove quest’ultimo scampolo di morte vada poi a parare, è comunque ancora tutto da vedere.

Tra sesso e morte, cultura pop e forca, Americana e paganesimo resta solo una domanda: cosa dovrà mai espiare lo spettatore? Ai neon della sigla iniziale, l’ardua sentenza.

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