Noah Van Sciver, tra drammi storici e conflitti personali

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Noah Van Sciver è oggi tra i fumettisti indie americani più prolifici e sulla cresta dell’onda. Pubblica con continuità diverse autoproduzioni (tramite l’etichetta Kilgore Books) e i suoi graphic novel sono prodotti da Fantagraphics Books negli States e tradotti da Coconino Press in Italia, che ha proposto negli ultimi due anni Saint ColeFante Bukowski Inquietudine.

Il suo stile intimista e irriverente lo ha portato ad essere accostato ai protagonisti di un filone tipico del fumetto underground americano, che va da Robert Crumb a Harvey Pekar e arriva a Joe Matt. Tutti autori che hanno usato il fumetto per mettersi a nudo e raccontare la quotidianità con spiccato senso dell’ironia, non senza qualche autoindulgenza, ma soprattutto seguendo una vena di feroce autocritica.

Robert Crumb ha speso per lui parole di stima davvero poco consuete. E il suo lavoro, sebbene in Italia non abbia ancora raccolto un’attenzione paragonabile a quella americana, qui a Fumettologica continuiamo a seguirlo con molta curiosità. Lo abbiamo perciò voluto incontrare, per discutere con lui un po’ in generale – il suo approccio al fumetto – e un po’ in particolare, ovvero sulla genesi e ispirazione delle tre opere finora arrivate in Italia.

noah van sciver

Come hai iniziato a fare fumetti? L’autoproduzione è fondamentale nella tua carriera, giusto?

Credo che la mia sia la stessa storia di molti altri fumettisti: disegnavo e leggevo molti fumetti da bambino, poi li ho abbandonati da adolescente, impegnato a pensare alle ragazze. Poi però a vent’anni ho visto un film su Robert Crumb ed è stata la prima volta in cui ho capito che avrei potuto usare i fumetti per esprimere me stesso, anziché disegnare dei supereroi. Mi fu di ispirazione e decisi di imparare a scrivere storie mie. Vivevo vicino a una copisteria e mi resi conto di potermi stampare da solo i miei fumetti. E così, sì, mi sono autoprodotto i fumetti finché il mio lavoro non ha attirato l’attenzione degli editori. Il che è un bene, perché l’autoproduzione è dura e costosa.

Le tue storie si possono dividere grossomodo in storiche e di stampo introspettivo/autobiografico (ne è un chiaro esempio la raccolta Inquietudine). Come e perché alterni queste due tendenze?

Sono affascinato dall’America del diciannovesimo secolo, e non riesco proprio a tenerla lontana dal mio lavoro troppo a lungo. In termini narrativi, mi piace cambiare spesso soggetti, perché mi annoio a fare una cosa sola troppo a lungo e anche perché temo sempre di incastrarmi in un unico stile. Ho interessi più ampi che vanno oltre l’humor e il drammatico.

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Sembri un autore degli anni Novanta o Settanta, un po’ Joe Matt un po’ Harvey Pekar. È questo il genere di autori che ti ispira, perché?

Oh sì, molto. Sento una forte affinità con quegli autori. Anche con Julie Doucet, David Collier e John Porcellino. Grandissimi artisti.

Il tuo graphic novel Saint Cole racconta una generazione contemporanea ai margini. Come nasce questa storia?

Saint Cole è nato dalle mie paure personali di sopravvivenza. Prima di fare fumetto lavoravo in ristoranti ed ero molto povero, nonostante lavorassi moltissimo. Non riuscivo mai a mettere da parte un soldo. È un’esistenza dura, che per molta gente non finisce mai, e cosa succede se poi hai anche un figlio di cui prenderti cura? E una ragazza e sua madre? Pensare a quel tipo di pressioni e a come poterne evadere fu la fonte di ispirazione per Saint Cole ed è una storia di cui sono molto orgoglioso.

Voglio inoltre aggiungere una cosa riguardo alla traduzione, un elemento che è andato perso per i lettori italiani. Il titolo “Saint Cole” in inglese suona come “Sink Hole” [crateri spontanei] che è proprio ciò che Geogie sta cercando di dire alla fine, nonostante il suo difetto di pronuncia. È un sottile gioco di parole, non c’è nessun personaggio chiamato Saint Cole.

Nei tuoi racconti storici invece sei molto preciso nelle ricostruzioni. Come scegli gli argomenti e come ci lavori?

Lavoro su ciò che mi ispira. Per esempio, ho realizzato The Hypo, che è incentrato sulla depressione di Abraham Lincoln trovavo interessante la figura di una persona con un tale problema, che però aveva raggiunto la presidenza degli Stati Uniti.

Leggi le prime pagine di Saint Cole

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Fante Bukowski unisce i nomi di John Fante e Charles Bukowski. Come mai un mash-up di questi due autori?

John Fante era uno scrittore alcolizzato che fu di ispirazione a Charles Bukowski, ed entrambi questi scrittori alcolizzati hanno ispirato Kelly Perkins [il protagonista NDR], che quindi ha cambiato il nome in Fante Bukowski, per rendere omaggio ai suoi eroi.

Trovo Fante Bukowski molto simile alle sit com contemporanee, non posso fare a meno di immaginarmelo interpretato da Zach Galifianakis e la serie Baskets la vedo vicina (ma è uscita dopo Fante). Per caso lo hai modellato a sua immagine? Che ne pensi del paragone?

Non pensavo a Zach quando l’ho creato, e tuttora non penso a lui quando disegno Fante Bukowski, ma il paragone non mi dispiace affatto, ne sono un fan.

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Parli di uno scrittore ma è un modo per riflettere sul ruolo del fumettista un po’ sfigato e underground?

Ah ah! La risposta breve è “sì”. Molti elementi di Fante Bukowski nascono dalle mie esperienze personali di fumettista che si autoproduce, frustrato perché si sente mancare di rispetto.

Sei un autore molto radicato nel contesto indipendente attuale, quali figure contemporanee ti sono di ispirazione e quali autori tuoi coetanei segui?

È sempre difficile fare una lista del genere, ma eccone alcuni: Joseph Remnant, Leslie Stein, Charles Forsman, Nick Drnaso, Sarah Glidden, Jordan Crane, Kevin Huizenga…

Dall’estero, invece?

Igort, Manuele Fior, Alessandro Tota, Ulli Lust, Pierre Maurel, Max De Radigues, Sacha Goerg, Antoine Cosse, Aisha Franz…

Sei molto prolifico, hai una particolare etica di lavoro? In una tua vecchia storia ricordo che raccontavi come il fumetto di ha aiutato a uscire da un periodo buio.

Nel corso della giornata lavoro molto. Non disegno alla scrivania o in uno studio, perché lo trovo limitativo, mentre spesso lo faccio al letto o al bar. Porto con me i miei originali nello zaino, così posso lavorare ovunque mi trovi l’ispirazione. Credo molto anche nel lavorare quotidianamente su sketchbook.

Come ricorderai, un paio di anni subito dopo che Robert Crumb fece il tuo nome in una intervista a Lucca Comics citandoti tra i suoi tre autori contemporanei preferiti (assieme a Joe Sacco e Daniel Clowes), ti scrissi riportandoti la dichiarazione. Quale fu la tua reazione di fronte a un apprezzamento simile?

È stato un vero shock per me. Perché come ho detto prima, è stato appunto vedere il film dedicato a lui che mi aperto la mente sulle possibilità del fumetto. In seguito ho anche ricevuto delle cartoline da Crumb, il che è molto importante per me. Spero di riuscire a incontrarlo, prima o poi!

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