Recensioni Novità March, una potente storia delle discriminazioni razziali (e un invito a superarle)

March, una potente storia delle discriminazioni razziali (e un invito a superarle)

Negli Stati Uniti, il fumetto storico-autobiografico occupa un posto di primaria importanza. Forse tutto iniziò da Justin Green, che con Binky Brown Meets the Holy Virgin Mary (1972) riuscì a ripensare gli stilemi della scena underground per raccontare un vissuto personale. Vennero poi Will Eisner e Art Spiegelman, che con A Contract with God (1978) e Maus (1986) narrarono le complessità storiche dell’esperienza ebraica attraverso il filtro delle esperienze individuali degli autori. In tempi più recenti, Alison Bechdel con Fun Home (2006) ha messo in scena la propria biografia tratteggiando, sullo sfondo, i profondi mutamenti sociali e culturali dell’America contemporanea.

Cosa lega tutte queste narrazioni che, for the lack of a better word, possiamo chiamare graphic novel? La risposta è semplice. Non solo hanno raccontato l’intrecciarsi complesso tra grande Storia e piccole storie, ma hanno messo al centro forme diverse di marginalità. La malattia mentale, la comunità ebraica nell’America degli anni Trenta e nell’Europa dell’Olocausto, l’omosessualità. Il fumetto ha così potuto acquisire una connotazione specifica, facendosi portavoce di gruppi etnici e sociali relativamente poco presenti anche nel resto della produzione culturale e, senza dubbio, sottorappresentati nella storia del fumetto di massa pre-anni Novanta.

march oscar ink mondadori

Tutto questo, però, non si è verificato per la comunità nera. Per quali ragioni? Probabilmente per la scarsità di autori e lettori interessati, all’interno di un’arte, il fumetto, che in larga parte rimane appannaggio di fruitori bianchi, maschi ed eterosessuali. Negli anni Duemila, tuttavia, non sono mancati gli sforzi da parte dei principali editori per allargare la presenza femminile, e non è un caso che l’americana Marvel lo scorso anno abbia rilevato come il 40% dei propri lettori siano donne. Ma la stessa Marvel ha recentemente affermato – sebbene in un intervento poi parzialmente smentito – che la diversità “non vende”. I lettori, sembrerebbe, non desiderano più di tanto personaggi donne e/o neri.

Nel contesto del fumetto e del graphic novel americano, in cui autori e personaggi di colore rimangono drammaticamente sottorappresentati, March riveste quindi un’importanza enorme. È l’autobiografia di John Lewis, figura chiave del movimento per i diritti civili degli afroamericani, promotore della lotta non-violenta e dal 1986 senatore degli Stati Uniti. Lewis è l’unico superstite dei Big Six, i sei attivisti che cambiarono la storia dei neri d’America e dell’America stessa. Sei uomini che parlarono di fronte a 250.000 persone il 28 agosto del 1963, quando Martin Luther King chiuse la marcia su Washington con il celeberrimo discorso “I have a dream”.

Il primo volume di March – la cui uscita italiana inaugura il marchio Oscar Ink (Mondadori) – ci racconta la vita di Lewis, dall’infanzia nell’Alabama degli anni ‘40 fino al 1960. Vediamo così il giovane John acquisire consapevolezza della segregazione, interessarsi all’attivismo politico, imparare le basi della resistenza non violenta.

march oscar ink mondadori

A tale proposito, March illustra come il futuro senatore e il movimento furono influenzati da un fumetto didattico di 16 pagine, Martin Luther King and the Montgomery Story. Commissionato allo studio di Al Capp nel 1957 dalla Fellowship of Reconciliation (movimento nonviolento di ispirazione religiosa), il fumetto racconta il boicottaggio dei bus di Montgomery del 1956 che sancì una delle prime, decisive vittorie per i diritti civili. Conteneva inoltre una serie di indicazioni pratiche, per insegnare ai lettori i fondamenti della lotta non-violenta di ispirazione Gandhiana. Nel riprendere lo spirito di Martin Luther King and the Montgomery Story, March riconosce così la potenza del fumetto come mezzo comunicativo e didattico per fasce di popolazione, all’epoca, poco avvezze alla lettura o poco alfabetizzate.

Per tradurre la propria esperienza autobiografica in un graphic novel, Lewis si è avvalso della collaborazione di Andrew Aydin e Nate Powell. Il primo, che ha pubblicato qualcosa per gli editori IDW (X-Files) e Image (Bitch Planet), svolge principalmente l’attività di Policy Advisor per lo stesso Lewis; un consulente politico, insomma. La sua sceneggiatura è solida, aperta al giusto grado di coinvolgimento emotivo e attenta a non cadere in didascalismi. Altrettanto apprezzabile è il lavoro di Powell, già premo Eisner e Ignatz per Portami via. Il suo lavoro su March si pone in linea di continuità coi graphic novel precedenti, anche se qui si avvale di una colorazione a toni di grigio. La scelta è dettata dalla necessità di rendere visibile la caratteristica fenotipica che costituisce il nocciolo di tutta la questione razziale: il colore della pelle. Ossia la differenza tra ‘bianchi’ e ‘neri’, nella misura in cui i secondi non possono mangiare al ristorante, andare al cinema, prendere il pullman.

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Non è un caso che il terzo volume di March – che noi vedremo tra qualche mese – è stato premiato in patria con il National Book Award, nella categoria “Young People’s Literature”, dedicata alla fiction indirizzati a un pubblico giovanile. March è un testo potente, che racconta un periodo difficile della storia recente senza pietismi o retorica. Ha un indubbio valore didattico, e potrebbe essere adottato nelle scuole, ma costituisce un’indubbia attrattiva anche per il lettore più casual. È soprattutto una lettura fondamentale per chi è appassionato di graphic memoir o narrazioni storiche.

E se qualcuno si chiede perché dovremmo leggere oggi, in Italia, la storia del movimento Americano per i diritti civili, la risposta è semplice. Perché ci insegna che esistono barriere legislative che istituzionalizzano la discriminazione. Che tali barriere sono alimentate da, e al contempo alimentano, una forma più subdola di intolleranza. E che se è possibile cambiare le leggi, più difficile è cambiare le persone. March si apre con un’immagine di speranza che, vista con gli occhi di oggi, assume un sapore assai diverso: il giuramento di Barack Obama del 2009. Affiancare quest’immagine alle barbarie descritte nelle pagine successive e alla cronaca di oggi è un incredibile esercizio di Storia. Ci fa capire che le cose cambiano, sono cambiate, e cambieranno ancora. Tocca a noi, almeno in parte, decidere in che direzione.

March. Libro primo
di John Lewis, Andrew Aydin e Nate Powell
traduzione di Giovanni Zucca
Mondadori Oscar Ink, 2017
144 pp. B/N
17,00 €

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