Il vincitore di Angoulême 2017, un fumetto sulla ‘guerra esistenziale’

L’edizione 2017 del festival di Angoulême ha visto l’assegnazione dell’ambito premio Fauve d’Or a due autori belgi, Éric Lambé e Philippe De Pierpont, e al loro Paysage après la bataille. Un lavoro ambizioso e impegnativo, le cui poche sbavature sono completamente riscattate da un montaggio sapiente e da un finale non banale.

paysage après la bataille

I due sono ancora relativamente poco noti in Italia, anche se ci sono buone ragioni di supporre che proprio con questo romanzo potrebbe cambiare qualcosa: Lambé, disegnatore formatosi nell’universo delle fanzine belghe degli anni Novanta, non esita ad indicare Lorenzo Mattotti e Hugo Pratt come fonti di ispirazione, e firma qui la sua quarta opera con lo sceneggiatore De Pierpont, artista poliedrico, scrittore e regista oltre che autore di bande dessinnée (da segnalare, tra le altre cose, la sua collaborazione con il fumettista italiano Stefano Ricci sul graphic novel Tufo).

Il “paesaggio dopo la battaglia” di cui si parla nel titolo è innanzitutto quello visto nelle primissime tavole del volume, che mostrano degli spaccati di un grande dipinto ritraente una scena di guerra dell’età napoleonica: corpi dilaniati nella polvere, cavalli imbizzarriti e cavalieri disarcionati, moschetti pronti a far fuoco… La protagonista è immobile davanti al quadro, spalle al lettore, nel silenzio più assoluto; ai suoi piedi un trolley, a qualche passo da lei un inserviente senza volto… “signora, il museo chiude tra 5 minuti”.

paysage après la bataille

Si capisce immediatamente che non abbiamo tra le mani una storia di guerra, e che il paesaggio disastrato cui si alludeva non è tanto quello di un vero campo di battaglia, quanto l’anima di Fany, che ancora non abbiamo visto in volto e che si ostina a restare in silenzio, ma di cui presentiamo già lo stato emotivo: una persona persa nella contemplazione di una rovina, che ha messo una distanza enorme tra sé e gli altri, ha infilato la sua vita in un trolley e adesso scappa da qualcosa, con la lentezza e l’apatia di chi sa da cosa sta fuggendo, ma non ha ancora trovato una direzione.

La sequenza iniziale ha, da questo punto di vista, tutte le qualità dell’overture riuscita. Con grande economia di informazioni e con poche, essenziali inquadrature, gli autori forniscono al lettore una prima caratterizzazione della protagonista, delineando al tempo stesso con precisione le coordinate fondamentali dell’opera dal punto di vista stilistico: un universo cromatico basato su bianchi, neri e grigi, con qualche sporadica incursione del colore; un’atmosfera rarefatta, costruita attraverso lunghi silenzi e disegni minimalisti; un ritmo lento, controllatissimo, che capiamo subito essere la principale giustificazione per le oltre 400 pagine del volume.

paysage après la bataille

Con la sequenza successiva, un lungo viaggio in taxi attraverso strade deserte, la storia raggiunge quello che sarà il luogo principale dell’azione: un campeggio semideserto che la nostra eroina pare aver scelto come rifugio per il suo esilio. Facciamo così la conoscenza dei pochissimi residenti: Pierrot, il gestore del campeggio, che passa le sue serate tra puzzles e progetti di viaggi mai concretizzati; Gina e Pepito, una coppia di vecchietti ottimisti e pettegoli; Jean-Louis, ex-campione di pugilato schiacciato dal peso di una grandezza ormai lontana.

Paysage après la bataille declina in modo efficace e coerente la metafora del titolo, mettendo in scena una storia che segue il più classico schema dell’incontro tra reduci di guerra. Così come il cinema ha saputo mostrare, forse meglio di ogni altra arte, che in fondo da una guerra nessuno ritorna mai veramente, allo stesso modo Lambé e De Pierpont ci raccontano di quanto per ciascuno di noi sia difficile uscir vivo dalla propria personalissima guerra, dalla propria storia, e dai traumi che inevitabilmente la definiscono. Ciascuno dei personaggi ha lasciato qualcosa sul campo di battaglia, ha riportato delle perdite in quella carneficina emozionale che è la vita; ciascuno ne esce cambiato, ferito, indurito, con una sua ricetta per ritrovare (o meno) la normalità.

paysage après la bataille

Una ricetta che passa quasi sempre per la solitudine. Questo è forse il vero dramma dei sopravvissuti di Paysage après la bataille: a loro è negata anche la consolazione della solidarietà nella sventura.  Vorrebbero supportarsi a vicenda, o almeno farsi compagnia, ma non ci riescono: sprofondati inesorabilmente nei propri rimorsi individuali, nelle proprie tragedie private, essi sono ormai incapaci di incontrarsi davvero. Il fumetto di Lambé e De Pierpont è innanzitutto la storia del fallimento di questo incontro. La solitudine dei protagonisti è sottolineata a più riprese dal montaggio stesso dell’opera, privilegiando primi piani e parallelismi: i personaggi sono quasi sempre soli nelle vignette; i loro visi sono semplicemente giustapposti l’un l’altro nel susseguirsi di campi e controcampi; i momenti di reale condivisione sono rari nelle inquadrature non meno che nella storia che esse raccontano.

In un susseguirsi di scene in cui l’azione, il movimento e il suono sono ridotti al minimo, il montaggio diventa quindi il vero motore della narrazione sequenziale, mantenendo sempre uno stretto controllo sull’attenzione del lettore, indirizzandola ora su uno, ora su un altro dettaglio della scena, suggerendo associazioni di idee, utilizzando paesaggi muti per esprimere ciò che è lasciato inespresso nei dialoghi.

paysage après la bataille

Si accennava alla presenza di qualche sbavatura, e si potrebbe a questo proposito segnalare qualche passaggio eccessivamente ellittico, soprattutto nelle sequenze oniriche che ricostruiscono i pensieri di Fany, dove il richiamo a motivi sessuali, che si mescola ai crudi ricordi per un lutto ancora non metabolizzato, appare un po’ criptico e rimane sostanzialmente poco approfondito. Non tutti i personaggi, d’altra parte, hanno un arco narrativo limpido come quello della protagonista: rimangono qua e là spunti non sviluppati, quando non vere e proprie ambiguità (soprattutto nel finale).

Come dicevo, si tratta di esitazioni che possono senz’altro essere perdonate alla luce della riuscita complessiva del lavoro; tanto più che sulla storia gravava un rischio ben più grave: quello della prevedibilità. I due autori sanno di stare giocando con uno schema già collaudato, che offre in fondo due soli epiloghi possibili: la guarigione e il ritorno alla vita, auspicati fin dall’inizio della storia attraverso le parole di Paul McCartney (Blackbird singing in the dead of night / take these broken wings and learn to fly), oppure la disperazione più inconsolabile e il trionfo del dolore.

Paysage après la bataille affronta a viso aperto questa dicotomia, sfuggendo alle opposte tentazioni dell’happy ending a tutti i costi e del cinismo autocompiaciuto, evitando risposte semplicistiche e consegnando al lettore una storia credibile, sobria, disarmante nella sua mancanza di pathos e nella sua muta disperazione.

Paysage après la bataille
di Éric Lambé e Philippe De Pierpont

FRMK, 2016
420 pagine, 29,00 €