Il segno aspro della post-verità. Il potere secondo Brodeck (e Manu Larcenet)

Dopo il capolavoro Blast, Manu Larcenet si affida a un adattamento per esplorare le sue ossessioni, un romanzo di Philippe Claudel tradotto in Italia come Il rapporto (Ponte alle Grazie). E non è certo una scelta qualsiasi.

rapporto brodeck manu larcenet

La storia dai toni aspri di Claudel parla di memoria e di scrittura, della violenza sottesa alla paura che emana dalla folla, del confine sottile che separa volontà e verità. Larcenet ne sa qualcosa, visto che non ha mai smesso di affrontare questi stessi tempi dai tempi de Lo scontro quotidiano. Al romanzo di partenza, però, l’autore francese aggiunge un contributo essenziale: una riflessione sull’immagine. In particolare una meditazione sulla veridicità del segno rispetto alla parola, per mettere in scena la quale Larcenet elabora uno stile grafico mai così denso e materico. Un bianco e nero volto al massimo realismo, per dare sostanza visiva a una vicenda carica di elementi simbolici e metaforici. A partire dall’uso potente di alcune parole.

EREIGNIËS: “mi chiamo Brodeck e non c’entro nulla”

Il romanzo di Claudel inizia con una presentazione. Il testimone-narratore si dà un nome e si assegna un ruolo, o meglio definisce il limite entro cui agisce la propria responsabilità nella vicenda. Brodeck di mestiere scrive resoconti sullo stato dei boschi, dei sentieri e dei fiumi; la sua innocenza è parte della colpa, ne definisce il confine, la rende possibile. Per questo motivo è colui che viene insignito del compito di dire le cose come stanno, di essere il cronista ufficiale dell’evento. Il suo io, per il villaggio, vuole dire tutti. La sua posizione estranea ai fatti gli consente di osservare quanto accaduto e poterlo raccontare in modo obiettivo e neutrale, ovvero come vogliono gli abitanti del villaggio che si è macchiato del crimine indicibile.

Ereignies è il termine per designare il fatto, o meglio il non-fatto, perché quanto accaduto non deve essere accaduto; di esso vanno cancellate le prove, le motivazioni, persino le parole per dirlo. Già in Blast la storia dell’omicidio commesso dal barbone Polza Mancini contraddiceva quanto raccontato da lui stesso nel corso dell’interrogatorio alla polizia; le esperienze e i fatti descritti dal protagonista, a partire dal fenomeno del “blast”, non collimavano appieno né potevano spiegare del tutto la realtà dell’omicidio di cui i poliziotti si facevano garanti. In questo caso, l’omicidio è collettivo: il fatto di cui non si deve dire, l’indicibile assente, va annullato per poter essere ricostruito secondo la volontà del villaggio, tramite il rapporto. Siamo dalle parti di Michel Foucault, che in diverse opere (per esempio Le parole e le cose o L’archeologia del sapere) ha evidenziato il legame tra linguaggio e potere nella contemporaneità: «Ogni società ha il suo proprio ordine della verità, la sua politica generale della verità: essa accetta cioè determinati discorsi, che fa funzionare come veri».

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Nella dinamica del potere che il villaggio in qualche modo esemplifica, le parole vogliono sostituirsi alle cose. Il villaggio è consapevole di essere un oggetto storico, in balìa del giudizio del tempo. Perciò sceglie lo strumento linguistico per definirsi come significato, per ricollocarsi nella nuova realtà della Storia ed essere quindi compreso e perdonato. Ritorna in una forma simbolica quanto già affrontato da Larcenet ne Lo Scontro Quotidiano: il grande tema del rimosso, come ha sottolineato su Fumettologica Tonio Troiani, che per la Francia prende corpo nella Guerra di Algeria, ferita incancellabile e mai superata.

La parola si fa strumento nelle mani del villaggio (o dello Stato) per imporre una visione, per dichiarare una realtà. Già in Blast la conclusione era una resa, la presa d’atto dell’impossibilità di giungere alla verità tramite il linguaggio. Qui vi è un elemento più politico, che fa riferimento all’essenza stessa di un sistema sociale nei suoi elementi più profondi e perversi. L’essenza della democrazia nelle sue accezioni populistiche e fasciste: la volontà che supera la verità. In un’epoca di post-verità, Larcenet non rinuncia a esporre il proprio punto di vista sul momento presente e sul linguaggio come strumento di controllo e di coercizione. Il linguaggio del rapporto è lo strumento con cui il potere definisce la realtà, la cancella. La rende innocua. Il rapporto esiste non come testimonianza ma, al contrario, come chiave per l’oblio.

ANDERER: “siam felici quando arriva qualcuno di nuovo”

Tuttavia, Brodeck rifiuta di raccontare ciò che gli abitanti del villaggio si aspettano. Vuole invece dire la verità al mondo e perciò decide di scrivere di nascosto un altro rapporto, libero e sincero, lasciando che le idee vengano fuori “come limatura di ferro attratta da una calamita”. Questo è il suo vero rapporto, la storia che leggeremo davvero. La storia di come l’anderer sia stato ucciso.

Anderer è la parola con cui il villaggio – con quel suo strano dialetto misto a termini tedeschi –  ha definito lo straniero, arrivato un giorno al villaggio senza un perché e deciso a rimanervi a lungo. Appassionato di paesaggi e di ritratti, l’anderer si ferma spesso a disegnare luoghi e persone che attirano la sua attenzione. Ma questa sua innocente curiosità non viene capita, anzi talvolta è fraintesa, al punto da suggerire ai più che nasconda qualcosa. Alla festa di benvenuto, un grosso striscione appeso sulla piazza principale recita Wir Sund Vroh Wen Neu Camm, che significa “siamo felici quando arriva qualcuno di nuovo” ma può anche significare, a seconda del contesto, “siamo sospettosi, guardinghi”.

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Anche Brodeck è uno straniero. Giunto al villaggio quando era piccolo, alla fine di un’altra guerra che aveva distrutto la sua casa e il suo passato, ma per sua fortuna non aveva cancellato il suo nome – aveva saputo rispondere a chi gli chiedeva come si chiamasse, per questo motivo il villaggio lo aveva accolto. I nomi sono importanti, in questa storia, sono le parole più importanti, perché tracciano il destino dei personaggi. Il figlio del locandiere Schloss è morto dopo soli quattro giorni perché non aveva ancora ricevuto un nome. Il nome di Brodeck è stato inciso sul monumento ai caduti, prima che, a seguito del suo ritorno inaspettato, venisse faticosamente cancellato. Per quanto si dichiari innocente, ignaro del fatto e vittima delle circostanze, la responsabilità di Brodeck sta nel ruolo che ha assunto e nel nome che porta. Non a caso il primo gesto che fa all’inizio della storia è dire il suo nome.

Invece l’anderer rifiuta di dire il suo nome. L’anderer non usa nomi; non nomina mai neanche il nome del villaggio, che pure trova magnifico. Al contrario, impara i nomi di tutti gli abitanti e li annota scrupolosamente sul suo quaderno, oltre a disegnarne il volto; una volta si fa dire da Brodeck i nomi di tutte le cime delle montagne che circondano il villaggio. Il che provoca sgomento negli abitanti, inducendoli a sospettare che stia tramando ai loro danni. C’è un elemento arcaico, sottilmente religioso, o superstizioso, nel timore dei nomi. Come recita una frase di Hegel, “Il primo atto mediante il quale Adamo ha costituito la sua signoria sugli animali è che egli diede loro un nome, cioè li negò come essenti indipendenti e li rese per sé ideali”.

In questa storia di scrittura e di testimonianza, per gli abitanti del villaggio possedere un nome equivale a possedere il senso delle cose. La verità non è nelle cose, ma nei nomi. Infatti, chi è senza nome è meno di un uomo. La Storia non accetta militi ignoti, non contempla fatti, cose e nozioni che non si possano nominare. L’anderer che rifiuta di presentarsi è il solo innocente. L’unico libero di non avere nome né scopo, perciò vittima sacrificale della volontà della storia.

KAZERKWIR: “pancia e cuore uniti”

La prima cosa che fa Brodeck il giorno dopo l’ereignies è fare visita al sindaco del villaggio. Il sindaco si chiama Orschwir. Tutti i nomi di questa storia hanno suoni ruvidi, gutturali, difficili da pronunciare: sono nomi che riecheggiano dalle profondità, che risalgono alla gola scavando un varco tra le visceri. Orschwir ha un allevamento di maiali la cui insegna recita Boden und Herz Geliecht, “pancia e cuore uniti”. I maiali sono la fortuna di Orschwir, sono il suo oro che gli ha consentito di arricchirsi durante la guerra e poi di diventare sindaco. Ma, come racconta a Brodeck, i maiali sono anche creature crudeli. Al di là del loro aspetto pacifico, in realtà sono bestie senza memoria mosse solo dal desiderio di mangiare: la pancia guida ogni loro azione, riempirla è il loro solo obiettivo. Ed è così che vincono, senza alcun rimorso e senza alcun passato; è così che hanno ragione. La storia che annota Brodeck è piena di animali: cavalli e maiali fatti per essere mangiati, volpi che si uccidono inspiegabilmente, animali senza nome e senza scopo.

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Anche Brodeck è stato animale. Nel campo nel quale è rimasto imprigionato durante la guerra, mentre nel villaggio lo davano per morto, è diventato meno di un uomo, è diventato cane. Così facendo è sopravvissuto. Brodeck chiama quel periodo Kazerkwir, cratere. Un altro di quei nomi difficili da pronunciare, che celano racconti dolorosi.

Come sempre in Larcenet, la scelta dello stile si fa portatrice di significato: nella struttura orizzontale delle tavole, che dirige lo spazio e lo sguardo, il segno mai così dettagliato di Larcenet non evoca ma traduce la realtà per mostrare la durezza della natura e dei volti, le rughe crudeli degli animali e dei vecchi, gli occhi liquidi degli abitanti del villaggio che sono diventati assassini. Mai come in questo lavoro l’immagine del mondo fornita da Larcenet si mostra in tutta la sua spietatezza e verità.

La riflessione sull’immagine che Larcenet aveva introdotto ne Lo scontro quotidiano (attraverso la fotografia: i volti ritratti degli operai a sfidare ogni autoritarismo e classismo razzista) e che era esplosa nelle sue varie declinazioni in Blast, viene qui ad essere approfondita con un disegno crudo, materico ed espressivo. Di nuovo si susseguono i volti duri e rugosi degli abitanti del villaggio, insieme ai paesaggi cupi di una natura splendida e indifferente. Questi volti tuttavia non significano più alcuna speranza di redenzione; sono invece i volti feroci della folla che tutto distrugge. Viene in mente uno scritto del pensatore anarchico Camillo Berneri (l’operaiolatria), che ben descrive questa disillusione nei confronti del popolo: “entrato nella propaganda e nell’organizzazione, vidi il proletariato, che mi parve, nel suo complesso, quello che ancor oggi mi pare, un’enorme forza che si ignora; che cura, e non intelligentemente, il proprio utile; che si batte difficilmente per motivi ideali o per scopi non immediati, che è pesante di infiniti pregiudizi, di grossolane ignoranze, d’infantili illusioni”.

Invece, i soldati del campo non hanno volti né nomi. Sono mostri umanoidi e spaventosi che portano al guinzaglio cani dalle fattezze aliene resi come masse di carne urlanti: idee di cani trasfigurate, incubi materializzati. Il cratere riecheggia la realtà dei lager, l’inferno nel quale Brodeck è stato buttato per salvare il villaggio. L’inferno che il villaggio stesso ha prodotto, per liberarsi dei corpi estranei, illudendosi così nella sua infantile ignoranza, di salvarsi.

FEMDERS: “Io non sono niente”

L’anderer non ha nome, ma annota i nomi di ogni cosa e la ritrae con i suoi disegni. L’anderer è uno specchio: per questo motivo fa paura. Gli abitanti del villaggio non riescono ad accettare ciò che riflette lo sguardo dell’anderer tramite i suoi disegni.

In Blast lo specchio segnava una delle fasi del protagonista Polza per prendere possesso della propria immagine e, attraverso di essa, svelare la propria interiorità: “Se anche uno di quei miracoli che capitano solo nelle favole rendesse questo mio corpo armonioso e sodo, ciò che da dentro mi anima non cambierebbe mai.” Al contrario di Polza, gli abitanti del villaggio reagiscono con violenza ai ritratti dell’anderer: non perché non vi riconoscano se stessi ma, al contrario, perché rifiutano la verità di quella rappresentazione. Come il rapporto deve essere preciso e senza divagazioni, senza immaginazione; non deve uscire dalla strada battuta; così i ritratti dell’anderer mostrano una realtà complessa e incontrollabile, pertanto inaccettabile da chi vuole mantenere potere delle cose e di se stesso.

Leggi anche: La versione di Polza

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Quei ritratti liberi e sinceri forniscono la definitiva motivazione per eliminare il corpo estraneo dal villaggio. I soldati durante la guerra avevano una parola per questo: li chiamavano femders – carogne o stranieri. Chi non accettava le regole veniva impiccato con un cartello al collo che diceva Ich Bin Nichts: “io non sono niente”. Questo giudizio si applica a chi si ribella, ma non vale solo per loro. Le tre donne che vivono con Brodeck e che, come le tre Parche, hanno segnato il suo destino – la vecchia Fedorine che aveva accolto Brodeck quando era piccolo e lo aveva salvato di ritorno dal Kazerkwir, la moglie Emelia che non dice più parole al di là di una nenia per bambini, e la piccola Poupchette, destinata al suo amore paterno – sono anch’esse femders, vittime delle ingiurie e delle violenze degli altri abitanti del villaggio. Ci vuole poco per essere femders. Basta non rispettare le regole per essere escluse dal gruppo, per diventare niente. Dinamiche sociali che richiamano tempi più cupi ma suggeriscono anche scenari presenti e famigliari.

Come e forse più lucidamente che nelle opere precedenti, lo sguardo di Larcenet non smette di cogliere le inquietudini e i pericoli della contemporaneità. Con un lucido lavoro di adattamento del materiale di partenza, Larcenet ha tracciato una profonda riflessione sul potere e sul linguaggio che non lascia scampo. Al di là della potenza visiva, della accuratezza degli ambienti e dei volti, e di una vicenda crudele che indigna e che coinvolge; al di là del prodigioso equilibrio che tiene insieme tutti questi elementi, ciò che rimane di questa storia è una cupa sensazione di urgenza e di attualità; il forte presentimento che quel villaggio di cui parla Brodeck sia il nostro villaggio, e che quegli occhi intensi ed impauriti siano i nostri occhi, ormai incapaci di vedere ciò che siamo diventati.

Alla fine rimane comunque una speranza. Quella che Brodeck rivolge alla sua piccola Poupchette, unica bambina in un villaggio di vecchi, la sola innocente tra colpevoli e complici: che oltre a ogni malanno, a ogni terrore, a ogni infamia, da tutto questo male possa nascere una scintilla di bellezza, come i fiori più belli spuntano da una terra infetta.

L’altro. Il rapporto di Brodeck: 1
L’indicibile. Il rapporto di Brodeck: 2

di Manu Larcenet
traduzione di Francesca Scala
Coconino Press, 2016 e 2017
160 pp. a volume, B/N
22,00 € a volume

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