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Sunday Page: Kaamran Hafeez

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Ogni settimana su Sunday Page un autore o un critico ci spiega una tavola a cui è particolarmente legato o che lo ha colpito per motivi tecnici, artistici o emotivi. Le conversazioni possono divagare nelle acque aperte del fumetto, ma parte tutto dalla stessa domanda: «Se ora ti chiedessi di indicare una pagina che ami di un fumetto, quale sceglieresti e perché?».

Umorista e fumettaro, Kaamran Hafeez disegna vignette per il New Yorker dal 2010, anche se i primi tentativi fatti con la rivista statunitense risalgono al 1995. Nel mezzo, Hafeez ha studiato design e architettura, ha abbandonato e poi raccolto il suo sogno di diventare un cartoonist, finendo per pubblicare i suoi lavori su Reader’s Digest, Harvard Business Review Saturday Evening Post e il Wall Street Journal.

newyorkercartoon

Questa vignetta è tratta dal libro di Robert Weber The Complete Cartoons of The New Yorker. Quello che trovo affascinante delle sue opere è l’estrema essenzialità, che non impedisce però al disegno di essere comunicativo.

Cosa ti ha fatto scegliere Weber sugli altri?

La cosa che mi entusiasma di Weber è il modo in cui crea l’atmosfera, il suo realismo. È come se la scena stesse accadendo davvero, molto più dei lavori di tanti vignettisti del New Yorker, passati o presenti.

Questa qualità è data, secondo me, dalla sua attenzione per I dettagli architettonici. In molti suoi lavori, gli interni sono pieni di mobili dettagliatissimi e molto specifici, è sempre uno spazio architettonicamente originale. Ho come l’impressione che abbia lavorato con riferimenti fotografici.

E l’immagine che hai scelto rispecchia quello che dici?

In questo disegno, si può vedere quanta attenzione ha posto sull’architettura del palazzo. L’insegna, il parcheggio (nota la conduttore in basso a sinistra). Sembra quasi che presti più attenzione allo spazio e al contesto che alle persone, che abbia prima disegnato l’ambiente e poi ci abbia inserito i personaggi.

Questo, penso, è il motive per cui trovo realistiche ed emozionanti le sue opera. Credo che il nostro subconscio registri queste minuzie e ti sembra, che tu te ne accorga o meno, di stare sperimentando quel momento in prima persona. Un po’ come quando si viene assorbiti dalla visione di un film.

Dopo internet e la democratizzazione della notizia, secondo te com’è cambiato il lavoro di un vignettista da quando lo faceva Herblock?

Be’, a causa di internet c’è meno mercato rispetto al passato. Nell’età dell’ora della carta stampata – gli anni Cinquanta e Sessanta – era relativamente facile guadagnarsi da vivere come vignettista. Ora è più complesso. La democratizzazione delle notizie e l’internet tutto ha danneggiato anche i giornali e molti di loro hanno chiuso le porte ai fumettisti. Quindi ci sono meno opportunità. Molti vignettisti del New Yorker hanno un secondo lavoro. Ho sentito che essere un vignettista per il New Yorker è come essere un poeta. Lo fai per l’amore di farlo. In realtà, penso sempre al consiglio che Oscar Wilde dava a un giovane scrittore. Incoraggiava l’aspirante autore a trovarsi un lavoro che permettesse alla sua creatività di essere libera dal peso di doversi guadagnare la pagnotta.

Io, al momento, ho un impiego fisso per il sito del New Yorker. Il formato combina la vignetta politica e quella umoristica – il mio mandato è di prendere spunto da eventi di attualità. E sono su internet, quindi è tutto mischiato insieme.

*English version in the next page.

 

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