Gli esercizi di ginnastica visiva di Alessandro Sanna

Non tutte le celebrazioni vengono per nuocere. Ci sono casi in cui un anniversario presta l’occasione non per ribadire ciò che già si conosce, ma per rilanciare oltre, per creare opere che acquistano pieno valore e autonomia. Penso al bell’albo di Fabian Negrin, Chiamatemi Sandokan!, uscito per Salani in pieno recupero salgariano, penso a Essere o non essere Shakespeare. Esercizi di ginnastica visiva, firmato da Alessandro Sanna e appena pubblicato da Corraini Edizioni.

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Uno sguardo affrettato al libro può facilmente ingannare: si sfogliano quasi duecento pagine e si assiste a una sciarada di ritratti di Shakespeare, realizzati con le più svariate tecniche, intervallati da citazioni tratte dal teatro e dai sonetti del Bardo inglese, tutte inerenti al ritrarre, all’immagine, allo sguardo. Sembrerebbe un trionfo della celebrazione, che punta direttamente a porre sul piedistallo il volto dell’autore come icona universale, anziché passare per la via indiretta delle sue opere. Ma l’incipit stesso del volume ci deve mettere in guardia: la prima immagine – di una lunga serie – ci mostra, e non accadrà più, solo uno scorcio del profilo dello scrittore, mentre frontalmente ci guarda l’artista, con tanto di tela, cavalletto, pennelli e tavolozza. A fianco leggiamo la richiesta che è scaturigine del libro stesso, unico testo a non essere citazione: “- Pittore, vorrei che mi facessi un ritratto per i miei quattrocento anni.  – Va bene signor Shakespeare ma mi raccomando, non deve stare fermo.”

Si mette in crisi in questa maniera la modalità con cui dobbiamo relazionarci con l’opera che abbiamo in mano e si crea un’ambiguità su quale ne sia il soggetto. Cosa dobbiamo guardare mentre sfogliamo le pagine? O meglio: cosa vediamo? Il volto di un uomo celebre, di una figura storica, di uno scrittore così famoso da essere diventato riconoscibile da tutti, anche da chi non l’ha mai letto? O piuttosto vediamo la mano dell’artista, e lo sguardo che la guida in una lunga ricerca? Proprio la tensione tra il volto e la mano, tra la realtà e la rappresentazione, è il vero soggetto del libro: una distanza che è spazio vuoto prima di tutto; una lontananza mai colmabile nonostante i ripetuti tentativi, l’instancabile operare di pennelli e matite; un eserciziario che non ha esito possibile se non il gioco tra ripetizione e variazione di una figura che più viene ribadita, più sembra sfaldarsi ai nostri occhi.

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E infatti il volto di Shakespeare, a partire dalla sua piena riconoscibilità, o forse bisognerebbe dire proprio per la sua riconoscibilità, sia fa via via fantasmatico ai nostri occhi, vanamente definito dai contorni o dai colori, e ancor più vanamente da un tratteggio che nella rapidità sembra quasi trasmettere la disperazione in un esito possibile e nel suo infittirsi ricorda una rete che invece di catturare quasi nasconde ciò che mira a rappresentare. Altre volte da punti o segni scomposti, come se l’artista decidesse di affidarsi alla casualità istintiva dello scarabocchio, una fisionomia emerge, parvenza larvatile, quasi sindone. E allora viene da chiederci se questo accade per la presenza concreta dell’immagine nella pagina o perché invece la possediamo già nel nostro cervello, nella nostra memoria culturale.

Se con Fiume lento, altro lavoro importante, Sanna si era confrontato con il paesaggio delle sue radici per mettere in atto una sfida tra la fissità del disegno e la mobilità della natura, qui il nodo è ancora più radicale, perché è l’idea stessa di realtà, della sua rappresentabilità e conoscibilità, ad essere messa in questione. Ne viene fuori una sorta di riflessione filosofica sul senso del disegnare, sul ruolo dell’artista, sul rapporto tra opera e mondo.

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Le citazioni, frutto del prezioso studio di Chiara Prezzavento, non sono in quest’ottica puro corredo, ma contribuiscono a moltiplicare gli interrogativi, come in un labirinto di specchi in cui ora l’immagine sembra davvero in grado di cogliere il reale nella sua verità, ora si rivela in tutta la sua fallacia di pura apparenza, ora diventa riflesso prezioso, finzione necessaria per capire: «E poiché non c’è modo migliore di veder te stesso che di riflesso, io ti farò da specchio per mostrarti, in tutta modestia, quel che di te stesso ancora non conosci» (Giulio Cesare, I,2).

Rimane, in questo affastellarsi di dubbi, un dato concreto, ed è la “pasta” con cui i ritratti sono eseguiti, la matericità di carte, chine, taccuini, pennarelli, matite. Un residuo materiale che dentro a tanta ambiguità diventa boa di salvataggio, mentre ad un primo sguardo si potrebbe confondere per puro gioco virtuosistico, sfoggio di perizia tecnica. Forse è proprio questo il senso ultimo del disegno: lasciar traccia fisica del nostro passaggio, al di là del soggetto ritratto, di chi lo ritrae, e di chi è spettatore in seguito.

Emilio Varrà // per Hamelin Associazione Culturale

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