Recensioni Novità La sua vita colorata male. Il fumettodiario di Nicoz

La sua vita colorata male. Il fumettodiario di Nicoz

Quella di Nicoz è una delle parabole più strane che si possano incontrare nella scena del fumetto italiano. Comincia a pubblicare fanzine fotocopiate a metà degli anni Novanta quando, adolescente, scopre il mondo dell’autoproduzione. Come una forsennata inizia a tagliare, ritagliare, fotocopiare, piegare e spillare i suoi fumetti, all’epoca assai underground – con titoli difficili da dimenticare come Catholic Girls, Caccapiscia, Cuoricini, Pochi Intimi – che parlano quasi esclusivamente di lei e straripano di macchie, adesivi, sbavature e scarabocchi. Compare in quasi tutte le fanzine romane (e non) dell’epoca – Kerosene, Centrifuga, Lolabrigida… – mentre frequenta il liceo artistico e poi lo IED, finché qualche addetto ai lavori, sempre molto underground, si accorge di lei e pubblica un albo a lei dedicato: Nicozrama esce nel 2004 per la seminale collana ‘Schizzo Presenta’ edita dal Centro Fumetto Andrea Pazienza.

Nicoz rimane sulla scena fino ai primi anni Duemila, quando si trasferisce in Francia e inizia la sua attività di pittrice e gallerista a La Rochelle, sulla costa atlantica, “dimenticando” per una quindicina d’anni i fumetti. «Ma Nicoletta?» «Eh, ormai sta in Francia.» E la scena romana perse così una delle protagoniste più attive.

Flash forward nel 2017. Durante la 19ª edizione di Napoli Comicon, la casa editrice Coconino Press presenta Born to lose, diario a fumetti di Nicoz Balboa. L’autrice è ospite e allo stand elargisce dediche disegnate e tatuaggi removibili, seduta accanto a Gipi.

Sì, perché nell’ultima quindicina d’anni Nicoz è diventata tatuatrice, ma ha anche esposto i suoi quadri in gallerie sparse per il mondo, si è dedicata anima e corpo alla pirografia (incisione a fuoco su legno), ha disegnato innumerevoli illustrazioni, poster e locandine, si è sposata, ha fatto una figlia, ha divorziato, ha aperto decine di blog e soprattutto si è messa a disegnare su una Moleskine, “l’agenda degli artisti”, tutta la sua vita, giorno per giorno, postando online quasi quotidianamente le foto delle pagine (in seguito diventate scansioni).

Presto ribattezzato MoMeskine (date le sue disavventure di mamma, sempre molto ben documentate), il diario non passa inosservato e Igort, come sempre attento scout di progetti non convenzionali, comincia a premere affinché l’autrice selezioni delle pagine per una pubblicazione. Ci sono voluti (altri) tre anni e una notevole dose di insistenza da parte dell’editore per far approdare il libro sugli scaffali, ma adesso possiamo dirlo con certezza: Nicoz è tornata. E chi la seguiva fin dagli anni Novanta, da estimatore o semplice amico, non può che gioirne.

Non è da tutti passare dalle fotocopie spillate a un brossurato a colori in carta avoriata, con un buco di quindici anni in mezzo, restando praticamente la stessa. Se lo stile di Nicoz ha subito le naturali e inevitabili evoluzioni che tutti gli artisti attraversano, il suo approccio alla carta e al “mestiere” è rimasto quello di un tempo. Un fiume in piena di segni, colori fuori dai margini e linee traballanti, tracciate con la stessa urgenza di quando aveva diciott’anni.

Hai voglia a dire che “disegnare male oggi va di moda”, Nicoz non ha mai avuto tempo per abbellimenti e rifiniture, la sua vita va avanti troppo veloce per fermarsi davanti al tramonto con la tavolozza in mano in attesa della luce giusta. Disegnare è per lei un modo per liberarsi dalle ossessioni, vomitando sulla carta tutti i malesseri o facendoci esplodere sopra qualche felicità incontenibile. Non esistono vie di mezzo. Un giorno il dolore sfocia in fiumi di lacrime, dichiarazioni d’intenti, voglia di isolamento e odio verso il mondo; il giorno dopo il sole splende ed ecco i pic nic con gli amici, le gite al mare, i viaggi, i momenti di gioia con la figlia.

Nicoz racconta la sua vita di expat alle prese con un matrimonio difficile e poi un divorzio, alla costante ricerca di un’identità, artistica e umana, e di una stabilità sentimentale troppo difficile da raggiungere. Non si vergogna di far spiare il lettore dal buco della serratura, spingendolo quasi al voyeurismo. Ma la salvezza è nell’ironia, come sempre. Non c’è pagina che non strappi una risata, vuoi per un’espressione buffa, per un refuso o per un pensiero nascosto. Nicoz si prende poco sul serio e si dichiara in partenza “born to lose”, mettendo in piazza tutto (e sottolineo tutto) con un candore che lascia stupefatti.

Non si pensi che illustrare la propria vita sia arte da poco. La Francia vanta tra i migliori “autobiografi” a fumetti del mondo (David B., Fabrice Neaud, Boulet, Marjane Satrapi; Nicoz li ha ben presenti, sebbene dedichi timidamente il suo libro alla canadese Julie Doucet) e in Italia il genere è tornato alla ribalta negli ultimi tempi grazie a Gipi e Zerocalcare (chi più di lui, oggi?), dopo gli anni cannibali di Andrea Pazienza. E non si pensi nemmeno che Born to lose sia una semplice scopiazzatura dei suddetti. Nicoz nasce e resta artista underground, se oggi ha ancora senso definirsi tali, a metà tra il punk più lurido e il pop più glitterato, ma ha solide basi, rintracciabili nella composizione della tavola, nel senso del ritmo, nelle sperimentazioni virtuose.

Il suo libro è una lettura leggera e divertente (nonostante la sua vita non sempre lo sia), e scorre come un serial tra alti e bassi, paradisi e inferni, successi e sconfitte. La prima stagione è andata, restiamo in attesa della seconda.

Born to lose
di Nicoz Balboa
Coconino Press, 2017
192 pp., colore
19,00 €