Lacrime senza un perché. Cry me a river di Alice Socal

Cry me a river, terzo libro pubblicato da Alice Socal, riprende il titolo della prima, celeberrima hit di Justin Timberlake, uscita ormai la bellezza di 15 anni fa e generalmente considerata una velenosa frecciata alla sua non meno celebre ex-fidanzata, Britney Spears. Ce ne sarebbe già abbastanza per far entusiasmare qualche nostalgico e far storcere il naso a qualcun altro. Ma anche il più snob dei lettori (o dei critici) si vedrà costretto a prendere sul serio un lavoro graficamente efficace e creativo, dallo stile fresco e dal gusto indubbiamente letterario. E sempre prendendolo sul serio, si aprirà lo spazio per qualche perplessità, perché Cry me a river non è certo un libro banale o da sottovalutare, ma raramente si dimostra all’altezza delle ambizioni autoriali che la sua veste formale lascia trasparire.

Leggi le prime pagine di Cry me a river

cry me a river alice socal


Ad alcune di queste perplessità sembrava dare eco, di recente, Matteo Stefanelli, che proprio partendo da
un’ambiguità in Cry me a river – tra forma e contenuto, diciamo – era ritornato sulla complessa questione della forma letteraria “graphic novel” e delle aspettative (e annesse delusioni) che inevitabilmente essa produce nel fruitore di fumetti: cosa pensare di un lavoro che si presenta al pubblico come “romanzo” grafico, e che del romanzo grafico ha lo stile e l’incedere, salvo poi rivelare una sostanziale “leggerezza” contenutistica che difficilmente è accordabile con la forma artistica ed editoriale comunemente associata a questo termine? Abbiamo forse bisogno di arricchire la nostra tassonomia fumettistica con una nuova, più precisa categoria, che permetta di distinguere il graphic novel dalla forma, più breve e diversa per ambizioni, respiro e densità contenutistica, della novella grafica?

Con queste osservazioni bene in mente, e senza voler riaprire qui la questione generale discussa da Stefanelli, cerchiamo di leggere l’ultima prova di Alice Socal, per quanto possibile, senza pregiudizi circa ciò che dovrebbe essere, o avremmo creduto dovesse essere. Cry me a river racconta della crisi di una giovane coppia di innamorati, soli in una non meglio precisata città orientale; una crisi scandita al ritmo delle più banali corvées quotidiane (su tutte la cura del loro cane, caduto in depressione dopo la morte del suo compagno e congenere) e impreziosita da alcune originali digressioni grafiche. Dopo una rottura che ci vien detto (ma non mostrato) essere ormai inevitabile, i nostri eroi continuano a convivere da separati in casa, ed iniziano un lento processo di metabolizzazione del trauma, che sarà guidato e scandito da alcune simpatiche allucinazioni, personificazioni in stile anime delle elucubrazioni mentali dei due protagonisti.
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Immagini commoventi di un amore che non c’è

Tra una metafora e l’altra, e malgrado qualche sequenza forse un po’ troppo ellittica, la storia avanza abbastanza spedita e godibile verso quello che potremmo considerare un finale aperto. Il piacere degli occhi si converte però solo sporadicamente in trasporto emotivo per la vicenda dei personaggi, e il motivo è semplice: dei due giovani protagonisti, in fondo, non sappiamo nulla. Questo ci rende la loro storia poco comprensibile e, quel che è peggio, poco interessante: una coppia di sconosciuti, che (forse) si ama per motivi che ignoriamo, si lascia per motivi che ignoriamo, e da lì prende avvio una fase di intensa introspezione, un viaggio interiore di cui i lettori intuiscono a malapena la traiettoria, figurarsi se possono in alcun modo partecipare delle sintetiche (e non troppo originali) rivelazioni esistenziali che ne seguiranno. Com’è naturale, e in modo abbastanza verosimile, i personaggi oscillano e dubitano: a tratti riaffermando la loro scelta, altre volte esitando e affrontando la paura di aver fatto un terribile sbaglio. Ma di tutto questo, ancora una volta, siamo solo spettatori esterni.

La forma è allora l’unico motore della storia, non solo per la componente di imprevedibilità che Socal riesce ad apportare grazie al suo stile evocativo, ma anche perché le immagini sono l’unico mezzo a sua disposizione per veicolare quella commozione che è il motivo portante dell’opera: fontane scroscianti, fiumi in piena, cagnolini quasi liquefatti nel pianto, deliranti quanto gustose sequenze oniriche… tutto diventa metafora del pianto, del rimorso, della nostalgia dei nostri due eroi. L’autrice non lesina in espressività per alimentare il tono sommessamente malinconico dell’opera, ma si tratta di una malinconia che solo raramente trova una giustificazione più strettamente narrativa, mentre la vicenda defluisce, come il metaforico fiume del titolo, verso un epilogo aperto ma in fondo poco stimolante, visto che tutti gli epiloghi possibili sono emotivamente equivalenti per il lettore.
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Torniamo quindi alla questione dei generi: come graphic novel, Cry me a river risulta probabilmente troppo leggero nei contenuti. Dobbiamo allora considerarlo un racconto, una novella grafica? Questo eviterebbe senz’altro di essere fuorviati nelle aspettative, ma non risolverebbe uno squilibrio che sembra essere interno dell’opera: 130 pagine, un ritmo lento, romanzesco, una densità testuale che rimane importante, l’intenzione abbastanza evidente di mostrare un arco drammaturgico preciso, una certa evoluzione dei personaggi (scandita del resto nella forma di dialoghi abbastanza didascalici, a testimoniare di una volontà di contenuto e di chiarezza che pare non del tutto realizzata, e suo malgrado)… tutte caratteristiche interne all’opera, che continuano a farla apparire frustrante sul piano dei contenuti e della narrazione concreta, e questo anche alla seconda, terza, quarta lettura.

Insomma, Cry me a river si affida completamente alla forma e all’espressività per stabilire una connessione con i suoi lettori. E l’autrice ha le carte in regola perché la scommessa riesca, in molti casi e per un certo pubblico. Se il disegno arriva a toccare la corda giusta, il lettore perdonerà senz’altro a questo graphic novel la sua ineffabile leggerezza, pur trovando probabilmente più appropriate altre definizioni formali, forse ancora da inventare. Se invece la magia non si produce, e si resta con l’appetito per una storia che si è intuita ma non si è letta, ricollocare l’opera nel giusto orizzonte artistico-editoriale potrà forse aiutare a rimetterla in prospettiva. Ma probabilmente non basterà. Non per farle lasciare un segno profondo, almeno. Non per placare lo spirito del lettore assetato – di lacrime nostalgiche, di epifanie emotive, ma anche di racconto.

Cry me a river
di Alice Socal
Coconino Press 2017
144 pagine, b&n – 16€