Cattivo, violento, spaventoso. Devilman, la rivoluzione di Go Nagai

Miko, una studentessa dai trascorsi da borseggiatrice, rimugina tra sé e sé immersa nell’acqua di un bagno caldo. È appena sfuggita a un gruppo di malintenzionate e ora cerca conforto in un rito intimo che la isoli dal resto del mondo. Prega, promette di non fare più nulla di sbagliato. Il soggetto delle sue orazioni non sono però le violenze appena subite per strada, ma il suo aspetto. “Fa’ tornare normale il mio corpo”, implora e, alzandosi bruscamente, rivela osceni orifizi putrescenti a deturparne petto e ventre. Si tratta di un’immagine repellente – tripofobica verrebbe da dire – e di una potenza spaventosa. Ma è ancora poco rispetto a quello che vedremo più avanti. Bambini decapitati, mutilazioni, fucilate in pieno volto. Mostruosità grottesche, violenza a fiumi e corpi divelti con foga animalesca.

Quando si parla del Devilman di Go Nagai, è facile fermarsi alla sua furia nichilista e al suo pessimismo, ma spesso ci si dimentica di come l’estetica del corpo sia da sempre uno dei perni centrali della poetica del fumettista. Dopotutto, il suo La scuola senza pudore era stata la prima pubblicazione nipponica per minorenni a introdurre, seppure in maniera piuttosto scanzonata, nudità ed erotismo. Il capolavoro da cui è tratta la scena appena descritta rappresenta la controparte perfetta di quel punto di partenza. Nella continua sfida del mangaka alle convenzioni e alla censura ecco che la gioiosa glorificazione di seni adolescenziali e gonnelle svolazzanti lascia il posto alla mortificazione assoluta della carne.

devilman recensione

Se volessimo circoscrivere lo sguardo sull’orrore in prospettiva orientale, i primi grossi cliché a venirci in mente sarebbero probabilmente i fantasmi/spiriti (si prenda come punto di partenza Kaidan di Masaki Kobayashi), il martirio del corpo (da Onibaba di Kaneto Shindo passando per Edogawa Ranpo, Kōji Wakamatsu, Hideshi Hino e tutte le derive immaginabili dell’ero-guro) e la mutazione (da Inoshiro Honda e gli uomini fungo di Matango fino al tentacle porn di Toshio Maeda). Mi rendo conto di avere fatto nomi riferibili al solo Giappone, ma se cominciassimo a tirare in ballo anche i CAT III di Hong Kong e tutta una serie di bizzarie sospese tra magia nera e splatter diffuse un po’ in tutte le produzioni asiatiche del periodo d’oro dell’exploitation non la finiremmo più. Limitiamoci quindi a Tokyo e dintorni.

Dei tre filoni quello che interessa di meno a Go Nagai è, neanche a dirlo, il primo. Troppo etereo e metafisico. Poco adatto a essere messo su pagina con il tratto energico e burbero del mangaka. Molto meglio concentrarsi sulla violenza e sui suoi frutti, prima di allora resi raramente in maniera tanto grafica ed esplicita. Per rendersene conto basti un confronto con l’eleganza assoluta di un altro gigante della sua epoca come Kazuo Kamimura e la sua Lady Snowblood, le cui prodezze grafiche arriveranno sul grande schermo con altrettanta potenza iconica grazie a Toshiya Fujita. Sulle pagine di Devilman non c’è spazio per simili ricercatezze. Tutto deve essere scaraventato in faccia al lettore con il maggiore impatto possibile.

La stessa descrizione dei demoni non lascia nulla al mistero di scrittori come Lovecraft. Nagai spiega in maniera scientifica il perché del loro aspetto ripugnate e li disegna sempre in piena luce, con pochi tratti ben efficaci e non fraintendibili. Niente giochi di vedo-non-vedo o ombre strategiche a velarne l’aspetto. E così capiamo come il loro aspetto infernale sia frutto di mutazioni fisiche portate all’estremo, di fusioni tra corpi già esistenti. Partendo dalle suggestioni del già citato Honda, Nagai dà forma a una poetica che da lì a qualche decennio andrà a influenzare tutto il body horror, dalla premiata ditta Yuzna/Gordon in avanti. Oscure presenze da sempre presenti nell’immaginario collettivo assumono nelle sue mani una forma vera e propria, fatta di carne e deformità. I riferimenti sessuali si sprecano: fauci compaiono in concomitanza dei punti erogeni e orrende lingue si insinuano nel sesso di voluttuose minorenni. Un approccio ancora più estremo se si pensa che si sta parlando di un manga per ragazzi, la cui partenza non è troppo dissimile da molti altri shonen.

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A questo punto vale forse la pena soffermarsi un attimo sulla trama dell’opera. Tutto ruota attorno al pavido Akira Fudo, studentello senza qualità innamorato della bella (e ben più grintosa) Miki Makimura. Peccato che al confronto della forza di spirito e della tempra della ragazza il Nostro risulti ancora più inetto. Tutto cambia quando un giorno si ripresenta il suo vecchio compagno di scuola Ryo Asuka, copia speculare (anche graficamente) del protagonista e suo amico fraterno. Gli occorre aiuto per chiudere alcuni affari del padre archeologo e non può permettersi di coinvolgere nessuno di cui non si fidi ciecamente. Per una volta nella sua vita Akira non si tira indietro e, suo malgrado, finisce in un bizzarro circolo di evocazioni, piani demoniaci per l’invasione della Terra, feste hippy e manufatti risalenti a epoche precedenti al pleistocene. Il risultato di tale gazzarra cambierà per sempre la vita del ragazzo: il potente diavolo Amon si fonderà con lui, trasmettendogli i suoi poteri di essere bestiale dalla forza immensa. Nasce così Devilman, eroe dai lineamenti luciferini in grado di sfruttare la rabbia del giovane per liberare tutto il suo potere e difendere così la Terra dall’invasione dei demoni.

Leggendo la sinossi non risulta strano pensare come l’idea della serie nacque in seguito a una richiesta della Toei Animation per un anime a tema supereroistico. Abbiamo pur sempre un giovane svampito che tutto a un tratto si ritrova a gestire un enorme potere, in grado di schiacciarlo come di salvare l’intera razza umana. La più classica delle trame, che tutti ben conosciamo dai tempi di Guerre Stellari, Harry Potter o Il Signore degli Anelli (secondo il famoso Dan Harmon Story Circle). Senza tirare in ballo produzioni occidentali, pensiamo a qualsiasi film di arti marziali di fattura cantonese, dove l’ingenuo campagnolo si ritrova puntualmente a salvare la giornata dei vessati cittadini grazie a qualche potentissima tecnica imparata con il sudore della fronte e l’abnegazione più assoluta. Peccato che Nagai abbia ben altri piani per il suo uomo diavolo, decidendo di scindere l’opera in due versioni. In quella animata è l’amore la forza portante che convince il malvagio Amon a rinunciare ai suoi piani di conquista schierandosi dalla parte degli umani. In quella cartacea invece sono solo gli istinti più primordiali a farla da padrone.

La prima parte della serie è praticamente uno shonen a tutti gli effetti, con una serie di demoni sempre più forti a scontrarsi con il nostro eroe. Peccato che le cervellotiche strategie e le astuzie di un Hiroiko Araki e del suo Jojo arriveranno solo quindici anni dopo a cambiare le carte in tavola. Con Nagai vige solo la brutale legge del più forte. Così, quando un orrido demone-tartaruga crede di mettere in scacco il Nostro inghiottendo innocenti vivi per tramutarli in scaglie del suo carapace, non c’è spazio per troppi pensieri. Nonostante lo scudo dietro a cui il nemico si nasconde sia composto da persone ancora in grado di provare dolore, la minaccia deve essere comunque eliminata. Anche a costo di uccidere una seconda volta quei poveri disgraziati ormai parte integrante di un demonio senza cuore. E quindi ecco che il guscio viene sfondato a suon di pugni e l’antagonista terminato senza troppi problemi.

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Nella celebre conversazione tra Go Nagai e Hideaki Anno contenuta nel volume Devilman Tabulae Anatomicae, il nostro chiarisce bene la sua visione sulla moralità del protagonista: «Pensai fosse una buona idea quella di creare un eroe non necessariamente buono, che potesse quasi essere cattivo. Ecco da dove arrivò l’ispirazione. A quei tempi stavo guardando film come Godzilla e mi identificavo davvero in lui. Senza sapere il perché, attraverso gli occhi di Godzilla, sentivo il bisogno di distruggere carri armati o disperdere una folla a calci. Lo trovavo divertente… È lo stesso stato mentale in cui ho cominciato a scrivere Mao Dante». Dopo la fascinazione per le mutazioni, ecco tornare l’influenza di Ishiro Honda e del suo difensore della Terra.

Il Re dei mostri – proprio come Devilman – non è Superman. Non sconfigge il cattivo di turno badando al contempo che nessuno si faccia del male. Va semplicemente dritto per la sua strada, travolgendo chiunque si trovi sul suo cammino. Ed è questo lo spirito che muove ogni personaggio del manga. Su queste pagine ogni forma di ragionevolezza viene dimenticata, a favore di un pragmatismo deumanizzante. Questo è chiaro sopratutto nella parte finale dell’epopea dell’Uomo Diavolo, dove ogni attore coinvolto cerca in ogni modo di garantirsi la sopravvivenza.

Mentre nella celebre conclusione di Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons la minaccia di un essere mostruoso era un’ottima scusa per mettere da parte ogni tensione politica a favore di una collaborazione globale per la risoluzione della crisi, in Devilman le cose vanno giusto un filo diversamente. In concomitanza dell’invasione dei demoni, violenza e fanatismo dominano nelle strade, mentre la sicurezza è affidata a un corpo di polizia che ha la base in una sorta di Wewelsburg da Warhammer 40k. Nonostante gli accorti appelli dei telegiornali la situazione è fuori controllo, con la paranoia invece che la speranza a guidare le vite dei superstiti.

«Se noi cresciamo bambini raccontandogli solo le cose belle e felici della vita, saranno incapaci di raffrontarsi con tutti i momenti duri a cui andranno incontro da adulti. Se non conoscono gli effetti devastanti della violenza e della repressione, causeranno problemi e sofferenza a chi avranno attorno. Penso che questa sia una delle ragioni per cui il popolo giapponese, che è stato cresciuto negli ultimi 60 anni leggendo fumetti che qualcuno ha etichettato come ultraviolenti, abbia scelto di non essere coinvolto in nessun conflitto dopo il 1945 e abbia dichiarato nella propria costituzione di rinunciare alla guerra. L’esatto opposto di una nazione come gli USA, che ha una forte censura contro la violenza nei programmi per bambini», raccontava Nagai al magazine Egypt Today, nel 2009. Considerando il tour de force fatto di torture e assedi alla Straw Dogs degli ultimi capitoli di Devilman direi che gli adolescenti giapponesi degli anni Settanta hanno avuto la loro buona dose di lezioni antimilitariste.

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Interessante, ricollegandoci al corpo e alla tensione sessuale che permea l’intera opera, come venga inserita la tematica gay. Il rapporto tra Akira e Ryu, sopratutto da parte di quest’ultimo, pare sempre troppo stretto per trattarsi di una semplice amicizia. Nagai sfrutta questo aspetto e lo insinua in maniera subdola, rendendolo una faccenda quasi fastidiosa o vagamente nauseante. La svolta finale renderà chiara ed esplicita tutta la faccenda, ma è incredibile come l’attrazione sottesa tra i due ragazzi venga sfruttata per rendere il tutto sottilmente malsano. Abbiamo quindi a che fare con un autore così retrogrado e bacchettone da vedere l’attrazione tra due ragazzi dello stesso sesso come una cosa spregevole e malata? Non penso. Anzi, non mi interessa. Quello che conta è come questo aspetto venga sfruttato.

John Waters, regista il cui orientamento sessuale è sempre stato piuttosto esplicito, non aveva problemi a inserire frammenti di sesso esplicito tra uomini nel suo Pink Flamingos. E il tutto solo per rendere il film il più gioiosamente disgustoso possibile. Stesso discorso per il libertario Paul Verhoeven, i cui film sono da sempre forieri di una carica omoerotica sospesa tra il pruriginoso e il deviato. Un mezzo perfetto per rendere ogni sua opera – da Il quarto uomo a Starship Troopers – un filo più estrema di quello che sarebbe stata in mano a chiunque altro. Anche in questo caso si tratta comunque di uno specchietto delle allodole per gonzi. Dopotutto parliamo di un narratore tacciato da chiunque di misoginia ma in grado di raccontarci, con il suo ultimo Elle, una delle donne più forti che il cinema abbia mai avuto. Con Nagai funziona alla stessa maniera: non ti interessa di quello che pensa davvero, conta solo come la carnalità e l’attrazione/repulsione per il corpo sia al centro di tutto.

Dopotutto, Devilman è un’opera completamente incentrata sul perdere ogni inibizione per raggiungere il proprio obbiettivo. Senza alcun giudizio al riguardo. Perfino il linguaggio scelto pare accompagnare questo andamento, affidandosi a tavole spesso frammentate, con griglie brutalmente inclinate o aperture espressioniste. Ogni mezzo per sottolineare l’emotività dei personaggi è lecito, da quelli più prettamente fumettistici (splash page, sfondi che scompaiono nel nulla) ai richiami al kumadori tradizionale. La violenza è sempre esplicita e spesso si succede per pagine e pagine, reiterata ad nauseam. Perché nel mondo racchiuso tra queste pagine non esistono vie di mezzo.

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Da questo punto di vista fa piacere che la prossima trasposizione animata del personaggio sia affidata a Masaaki Yuasa, uno che a passare come mestierante non ci riesce proprio. Da Mind Game alla seminale serie Kaiba, fino alla celebre escursione statunitense con Food Chain (dalla sesta stagione di Adventure Time), il suo è un cinema ipercinetico, dove i corpi si deformano in continuazione e tutto è in costante movimento. Crudo e crudele nonostante spesso si affidi a soluzioni piuttosto naïf. Sarà interessante vederlo all’opera su di un titolo come Devilman, al contempo perfetto per la sua poetica e dissonante con tutto quanto fatto fino a ora dal regista.

In qualunque caso l’attesa è ancora lunga, nel frattempo vale la pena recuperare la riproposta in volume unico edita da J-Pop del manga originale di Nagai. Un’edizione splendida e ingombrante, proprio come quello che contiene. Dalla grafica di copertina – che sembra rifarsi a quelle curate da Chip Kidd – al grande formato delle tavole, si tratta di un oggetto davvero notevole, curato e ben consapevole della sua importanza. Il giusto tributo per un’opera che, a distanza di 45 anni dalla sua prima uscita, non ha ancora perso un grammo di potenza.

Si ringrazia Paolo La Marca per la revisione e gli appunti fatti.

Devilman – Omnibus
di Go Nagai
traduzione di Marco Franca
J-Pop, 2017
1.300 pp, 39,90 €

  • Alabama

    Analisi davvero interessante e anch’io non vedo l’ora che esca il film di Yuasa.
    La dichiarazione sulla violenza di Nagai però fa un po’ ridere, perché non è che il Giappone abbia SCELTO di non avere un esercito o di non fare la guerra. Gli è stato imposto dopo il ’45, senza tante mezze misure. L’educazione all’ultraviolenza c’entra poco, credo (ma non ho letto il resto dell’intervista).

  • Andrea Marino

    anime e manga sono state finora due cose completamente diverse, in questo caso…speriamo bene per questo nuovo adattamento

  • Marco Foti

    (SPOILER, NON leggete il mio commento se non avete mai letto Devilman per la prima volta).

    Riguardo Ryu e Akira, cè una doppia natura (amicizia+amore). La femminilità in Oriente è un ideale, la razza aliena di Ryu incarna assieme ai corpi diafani anche la compresenza di elementi maschili e femminili, che rimandano direttamente all’idea di bellezza perfetta che hanno i giapponesi. O in generale l’idea della perfezione nata dalla fusione di cose opposte, come anche l’idea di Devilman ci comunica. Gli uomini infatti si salvano accettando l’unione coi demoni, non soccombendo a essa.

    Zenon lo dice a Ryu/Satan: “Per colpa della tua lussuria ho perso i miei uomini migliori”. I Demoni stavano per perire per via di un capriccio delle divinità aliene che li avevano creati… gli uomini sono morti in preda alla paranoia e alla caccia alle streghe, istigati dagli stessi sentimenti da pulizia genetica di Ryu e dei demoni…un cerchio che si autoalimenta, aggravato dall’egoismo possessivo di una passione erotica a senso unico ( questo fa molto più paura della natura omosessuale del loro legame, perché rappresenta una passione malsana , bugiarda e possessiva da parte di Ruy, che non si rivolge all’oggetto del suo amore con sincerità, ma tenendolo con sé tramite manipolazioni psicologiche).