La polemica sul gaijin manga di Berliac: opportunismo o transfobìa?

Quello del cosiddetto gaijn manga, ovvero il fumetto di ispirazione manga creato da autori occidentali – fondato su un vero e proprio mimetismo linguistico, ben più preciso ed esplicito rispetto alle variegate influenze nel fusion manga – è tra i fenomeni che ruotano attorno al fumetto giapponese più discussi degli ultimi anni. Soprattutto se si aggiunge quanto successo i giorni scorsi a uno dei principali esponenti del genere, Berliac, autore di origini argentine residente a Berlino, finito al centro di una intensa polemica sui social, tra accuse di opportunismo e transfobìa.

Tutto è accaduto la scorsa settimana, quando il prestigioso editore canadese Drawn & Quarterly aveva annunciato la pubblicazione di Sadbøi (originariamente uscito per la norvegese Jippi Comics), uno dei fumetti più recenti dell’autore, salvo poi fare dietrofront e annullare tutto, in un inedito episodio di “presa di distanza” dalle posizioni di un autore di fumetti. Ma vediamo com’è andata.

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Berliac è un fumettista indipendente da anni dedito all’autoproduzione. In passato si era distinto per uno stile raffinato, dal tratto scabro, in linea con l’estetica di molti art-comics in bianco e nero (potremmo avvicinarlo ad autori europei come Michelangelo Setola, Amanda Vähämäki, Paolo Parisi). In seguito il suo approccio ha vissuto una svolta evidente, all’insegna del Giappone, che lo ha ri-collocato in una scena – detta “gaijin manga”, appunto – che raccoglie pochi ma apprezzati autori occidentali fortemente attenti al fumetto giapponese. Fra questi vale la pena ricordare Vincenzo Filosa in Italia, Aseyn in Francia o GG in Canada, tutti talenti in ascesa, nelle rispettive nicchie nazionali, in una fase storica in cui in Europa si sta affermando una nuova generazione di autori influenzati non solo dal manga in generale, ma dai gekiga manga, sempre più tradotti in tutti i principali mercati. Negli ultimi anni, inoltre, Berliac si è dato molto da fare: ha curato numerose pubblicazioni indipendenti e le sue storie sono apparse su varie antologie e online su magazine come Vice.

Con Berliac avevamo recentemente parlato proprio di questo: la tendenza di certo fumetto occidentale “d’autore”, sempre più spesso ispirato a manga (gekiga in primis). Un tema di cui avevamo discusso in occasione dell’uscita del numero 25 dell’antologia Kus da lui curato ed interamente dedicato – guarda un po’ – al gaijin manga. Proprio su Kus Berliac aveva dato la sua definizione di gaijin manga puntando su un termine più ampio, quello di Neo-giapponismo, che: «incorpora elementi manga o giapponesi in generale, in un modo che non è mirato alla fusione o allo sradicamento di elementi occidentali, bensì entrambi coesistono in armonia, senza dover lasciar perdere le proprie rispettive identità».

Per tornare alla questione degli ultimi giorni, il 31 maggio Draw & Quarterly aveva annunciato la pubblicazione del suo Sadbøi, incentrato sulla vita di un immigrato che trova nell’arte il riscatto. In un post, ormai cancellato, l’editore diceva con le parole dell’editor Tom Devlin:

Siamo molto emozionati nell’annunciare che nel gennaio 2018 pubblicheremo Sadbøi. Berliac è una nuova interessante voce del mondo del fumetto. Come molti altri oggi, ho riflettuto sulla questione dell’immigrazione e questo graphic novel intenso e trasgressivo giunge al momento perfetto.

A questo annuncio, tuttavia, sui social sono subito seguiti feedback negativi. Sotto due esempi riportati da Berliac stesso, sia su Twitter che su Facebook, dove è iniziato un dibattito pro e contro l’autore e la sua opera.

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Al di là dello scetticismo di Ryan Sands (della piccola casa editrice Youth in Decline), a colpire le parole nette ed offensive di Michael DeForge, un autore sempre più di peso in Canada e USA, che ha espresso una decisa delusione per la pubblicazione. Le prime reazioni ai post di Berliac indicavano, come ragioni per il backlash, l’accusa di “appropriazione culturale”, ovvero l’idea che il fenomeno gaijin manga non fosse altro che una forma di opportunismo modaiolo, fondato su una adesione all’estetica manga “di facciata”. Ma quando la polemica sembrava stesse per finire nel vicolo cieco della contrapposizione fra appassionati “autentici” e “artificiali” di un certo filone creativo, ci ha pensato lo stesso Berliac a spiegare le vere motivazioni. Secondo l’autore, l’opposizione nei suoi confronti era basata su tutt’altro, e risaliva a un suo scontro di due anni fa su Tumblr, con la blogger e fumettista Sarah Horrocks. Berliac aveva scritto nella sua fanzine Seinen Crap #2:

GAY-JIN: Manga non è un genere. È un gender. Iniziare a fare manga per me è l’equivalente artistico (e per me quindi esistenziale) di un coming out. Io mi definisco mangaka come un transessuale nato uomo si fa chiamare “lei”. Se essere un mangaka è qualcosa di più grande di me (uno “spirito”), da esso sarò penetrato tramite una costante appropriazione di tutto ciò che vuol dire essere mangaka.

In risposta a queste affermazioni, Sarah Horrocks (che, va specificato ai fini della questione, è transessuale) puntualizzò la definizione di appropriazione culturale e soprattutto accusò Berliac di aver abusato in maniera irrispettosa della definizione di transessuale. Secondo Horrocks la metafora non funziona, perché un transessuale non adotta la cultura delle donne per renderla parte della mascolinità o per cancellare la donna. QUI la risposta completa, un po’ pignola ma non provocatoria, con cui Horrocks concludeva specificando di apprezzare il lavoro di Berliac, ma di trovare le sue dichiarazioni quantomeno confuse. In risposta, Berliac le disse che i suoi discorsi erano la “versione noiosa” della scena del film Ace Ventura in cui il protagonista dimostra di essere un uomo, spostano il tutto su termini più netti e forse offensivi. Nel recente post di scuse Berliac afferma di aver offeso la Horrocks “in buona fede”, non sapendo che fosse transessuale.

La questione, in effetti, spiegherebbe la durezza di certi commenti. E il ricordo di quel post di due anni fa pare abbia spinto in molti – autori e lettori – a scrivere a Drawn & Quarterly.

In seguito, il 2 giugno, Drawn & Quarterly ha cancellato la pubblicazione di Sadbøi. In un comunicato l’editore ha dichiarato che al momento di decidere di pubblicare il libro non era a conoscenza del passato di Berliac e delle sue particolari espressioni riguardo ai sessi. Da lì la decisione, in risposta alla reazione ‘pubblica’.
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Berliac, va detto, è diventato noto anche in virtù dei suoi toni sprezzanti, espressi sui diversi canali social sui quali è sempre stato molto attivo. E certamente la sua argomentazione si è attirata critiche legittime e davvero pertinenti. Tuttavia anche la posizione di Drawn & Quarterly è stata piuttosto avventata, tanto nella scelta della pubblicazione quanto in quella della cancellazione. Come può un autore contemporaneo, maturo e consapevole, esprimersi in quel modo? Ma anche: come può uno degli editori di fumetto più prestigiosi al mondo, ammettere pubblicamente di “non conoscere” la carriera complessiva di un autore che sta per dare alle stampe?

Tutto ciò è successo nel giro di due giorni e, come sempre, seguendo l’onda emotiva di un flame con cambi di fronte molto rapidi. Anche il fumetto, sempre più integrato com’è nel dibattito culturale, è parte di una società particolarmente sensibile di fronte alle questioni relative all’inclusione sociale e al rispetto per l’identità di genere (non mancano casi analoghi: due anni fa la band indie americana Whirr è stata linciata sui social e abbandonata dalle etichette dopo un tweet derisorio verso una band di transessuali). Ma come sanno bene gli abitanti della rete più attenti, l’opinione pubblica e le reazioni sui social possono influire sulle scelte di una azienda – un editore – in tempo reale, e anche in questo il fumetto, persino quello che un tempo si sarebbe detto “di nicchia”, è un cittadino di oggi. Con tutta la sua libertà di espressione, ma anche con il suo senso di responsabilità.