La Trilogia di Guido Buzzelli, il maestro grottesco che ci eravamo dimenticati

Che lo si voglia definire «Michelangelo dei mostri» (così lo descrisse Michel Grisolia), o «un Goya italiano» (Michel Bourgeois), Guido Buzzelli è di sicuro una personalità difficile da ricondurre a una corrente o a una scuola.

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Probabilmente il più importante autore di fumetti italiano tra quelli impostisi, grazie ad una loro personale ricerca, a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, è stato anche quello meno apprezzato e lodato in patria. Tanto che fu costretto a pubblicare alcune delle sue opere migliori oltralpe.

Amatissimo dai colleghi e spesso citato per la carica innovativa e inclassificabile dei suoi lavori, così come per il suo approccio grafico eclettico, al tempo stesso è uno dei pennelli meno conosciuti e amati dal grande pubblico. Colpa, quest’ultima, almeno in parte riconducibile alla sua (postuma) vita editoriale: un numero di ristampe inadeguato all’importanza della sua opera, squalificanti nel formato o, all’opposto, proposte in prestigiose edizioni da editori poco o nulla visibili.

Il volume La trilogia, edito da Coconino Press, rappresenta perciò un capitolo importante nel recupero di un autore da alcuni anni fin troppo dimenticato. Con la speranza, non lo nascondiamo, che a questa prima “trilogia” segua anche una riproposta se non integrale dell’opera di Buzzelli (attivo come fumettista già dai primi anni Cinquanta) per lo meno delle sue più note opere successive, come L’Agnone, Annalisa e il diavolo, L’intervista e La guerra videologica.

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La Rivolta dei Racchi, che apre la raccolta, rappresenta uno dei punti nodali per la storia del fumetto italiano e non solo. Certo non il titolo maggiormente sperimentale dell’autore, che pure si diverte a decostruire molto del fumetto fantastico avventuroso della propria infanzia, La rivolta resta ancora oggi un’opera attualissima, il cui trasparentissimo sottotesto allegorico non sottrae nulla alla forza di questa disincantata fiaba sull’inalterabilità del potere.

Nel mondo primitivo descritto da Buzzelli convivono due clan. I Belli, che vivono in superficie passando tutto il loro tempo fra agi e piaceri frivoli, dediti ad orge e a piccole guerre nate da futili litigi. I Racchi, costretti a vivere nel sottosuolo, deformi nel corpo e nello spirito e che si esprimono attraverso una lingua sgrammaticata e con assonanze dialettali. I Racchi costituiscono la forza lavoro dei Belli, oltre a ricoprire il ruolo di soldati nei conflitti che scaturiscono fra quest’ultimi, fungendo inoltre da animali da compagnia, legati al guinzaglio come cani.

A ribaltare la situazione sarà però il racchio Spartak, buffone di corte dei Belli e alter ego dell’autore, il cui nome rimanda al gladiatore trace Spartaco, che guidò una rivolta contro la Roma imperiale. I Racchi riusciranno a prendere il potere, sopraffacendo i Belli, ma la sorda brutalità e la violenza a cui si abbandoneranno svelerà l’inutilità della loro rivoluzione, riprecipitandoli nella loro primigenia condizione sottomessa.

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Quella di Buzzelli è una metafora disincantata della lotta di classe, in cui nessuno è innocente e in cui i vari ceti si distinguono solo per la diversa qualità della loro crudeltà e della loro barbarie: più raffinata ed edonistica quella dei Belli, più selvaggia e abbrutita quella dei Racchi. La posizione disillusa di Buzzelli risulta particolarmente forte se pensiamo al contesto: erano gli anni della lotta operaia e studentesca, in un’Italia che si affacciava ad affrontare le movimentazioni popolari del Sessantotto. Eppure La rivolta dei racchi, nonostante la sua eccezionale cifra innovativa, passò quasi sotto silenzio. Nel contesto del fumetto italiano – ma non solo – dell’epoca doveva trattarsi quasi di un UFO.

Pubblicato sotto forma di volume unico, La rivolta, che non offriva la rassicurante presenza di un personaggio fisso, come era d’obbligo all’epoca, anche nell’ambito del cosidetto fumetto d’autore – si pensi alla Valentina di Crepax o al Corto Maltese di Pratt – disegnato con un stile volutamente grottesco e caricaturale, probabilmente avvertibile come sgraziato ma invece potentissimo e colto, che mescolava la tradizione della caricatura europea, in particolare Goya, a Bruegel, ai vari Trionfi della morte e a una resa dei volumi dei corpi michelangiolesca, si presentava come un oggetto difficilmente classificabile. L’opera venne ripubblicata nel 1970 sull’ultimo numero della rivista Psyco, il 6, e successivamente, di nuovo in volume presso Alessandro Editore, in un’edizione di grande formato nel 1998; infine lo abbiamo rivisto nel numero 57 della collana I Classici del fumetto di Repubblica, del 19 marzo 2004.

La Rivolta dei Racchi, inoltre, avrebbe potuto ambire al titolo – non si capisce bene quanto onorifico – di primo esempio di “romanzo a fumetti” italiano: una storia conclusa, ambiziosa, evidentemente destinata ad un pubblico adulto e presentata nella forma editoriale del volume. Peccato che l’alloro sia stato assegnato, almeno dalla percezione comune – e dalla distrazione di giornalisti e critici – a Una ballata del mare Salato di Hugo Pratt. Un lavoro molto più legato del libro di Buzzelli alla tradizione della letteratura d’appendice, non fosse altro che per la natura seriale della sua pubblicazione, la presenza di un protagonista ricorrente e per l’esotismo delle ambientazioni. Sulla primogenitura dell’inclassificabile graphic novel si potrebbe parlare a lungo, visto che nello stesso anno vennero dati alle stampe anche Palomares di Antonio Faeti e I viaggi di Brek di Gastone Novelli, ma tant’è.

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Nel 1970 il fumettista francese Georges Wolinski, all’epoca capo redattore di Charlie Mensuel, rivista di fumetti francesi omologa dell’italiana Linus, di cui ricalcava anche l’impostazione grafica, durante il suo viaggio di nozze a Napoli scoprì La rivolta su Psyco e decise di pubblicarla in Francia. La révolte des ratés si rivelò un grosso successo e Buzzelli diede il via a una lunga e duratura collaborazione con molte riviste francesi fra cui Circus, Pilote, l’écho des savanes, Métal Hurlant e (A Suivre), sebbene pubblicò anche su diverse riviste italiane, fra cui Linus, alter Linus, Paese Sera, Il Messaggero, l’Espresso, L’Eternauta ecc.

Le sue successive opere a fumetti sarebbero state pubblicate spesso prima in Francia, dove avrebbe trovato un pubblico maggiormente disposto ad accoglierle (destino condiviso con altri “esuli” eterodossi come il regista Marco Ferreri). La critica si accorse relativamente presto della qualità della sua opera. Buzzelli ricevette nel 1973 il Premio Yellow Kid come Miglior disegnatore e autore e, nel 1979, il francese Crayon d’Or. Ma, come già detto, per lo meno da noi, Buzzelli avrebbe dovuto realizzare poi opere meno personali per raggiungere un maggior successo commerciale, spesso su testi di altri, come il ‘Texone’ scritto da Claudio Nizzi per Bonelli Editore.

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Non stupisce, ad ogni modo, che un autore come Buzzelli non abbia goduto della stessa attenzione di alcuni suoi contemporanei come Pratt e Crepax. Nell’Italia che si affacciava al Sessantotto la cinica disillusione, anti borghese ma così poco “rivoluzionaria” di Buzzelli non doveva trovare facile asilo. Se Pratt ignorava aristocraticamente il problema, rifugiandosi in un altrove mitico e lontano, e se Crepax interpretava lo spirito di quegli anni con un animo dandy (pure con talento e profondo acume critico, intendiamoci), Buzzelli faceva ben altro: ne svelava le contraddizioni.

Inoltre, sotto il profilo grafico Buzzelli si presentava sicuramente meno allineato dei suoi pur illustri colleghi. Lontano dalle sofisticate costruzioni grafico-pubblicitarie di Crepax, dalla sintesi di Pratt o dalle sperimentazioni sulla tavola come spazio-tempo continuativo di Gianni De Luca, Buzzelli integra e a volte anticipa tutte queste tendenze senza mai però fossilizzarsi in uno stile ben preciso. Ci sono certo elementi ricorrenti: l’amore per i cavalli, l’ossessione autobiografica, la predilezione caricaturale, il segno nervoso e sporco, specchio di un’umanità abbrutita e senza più direzione, i riferimenti all’arte del passato. Eppure raramente nelle opere a fumetti coeve si riescono a trovare un segno e una costruzione della tavola così prepotentemente al servizio della narrazione.

Nonostante la già citata componente autobiografica costituisca certo un elemento importante dei suoi lavori – Buzzelli è spesso, esplicitamente o sotto mentite spoglie, protagonista o co-protagonista dei propri fumetti –, l’autore non mira alla riconoscibilità a tutti i costi ma, piuttosto, mescola liberamente elementi altri, presi dalla storia dell’arte e anche della storia a fumetti, per riutilizzarli ai propri scopi. Il piacere citazionista, che è pure presente, non prevarica mai, non diventa mai strizzatina d’occhio, momento di complicità con il lettore.

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In un momento storico in cui la riconoscibilità degli autori stava diventando un elemento politicamente ed economicamente nodale, Buzzelli, a differenza anche di altri forse più vicini alla sua sensibilità “politica” (in particolare Enzo Lunari e più tardi Altan), non crea niente che possa assomigliare ad un marchio paragonabile a quelli rappresentati da Valentina, Corto Maltese o Cipputi. Inoltre le sue opere si muovono nei territori del fantastico, del fantascientifico persino, allora poco frequentati dagli autori che piaceva definire colti, impegnati o progressisti (in quegli anni persino i fumettisti potevano aspirare a diventare personaggi pubblici, ma insieme diventavano le firme dei messaggi veicolati da opere che fino a qualche anno prima sarebbero rimaste anonime).

Anche qui i paragoni possibili con i contemporanei di Buzzelli sono pochi: Crepax, rispetto alla cui esaltazione delle geometrie della carne e del piacere Buzzelli contrappone una visione maggiormente fatalista ed entropica, o alcune cose di Lunari. Alle colte e un po’ elitarie rivisitazioni dei classici della letteratura da parte di Toppi e Battaglia, al medioevo parodico di Lunari e al rinascimento rivisitato in chiave d’allegoria di Crepax (La calata di Mac Similiano XXXVI), Buzzelli contrappone un indefinito e brutale passato contaminato dalla modernità (La rivolta dei Racchi), un mondo post apocalittico dove l’apocalisse non ha né origine né senso (I labirinti), un presente senza tempo (Zil Zelub) e oscure previsioni sul futuro utilizzo del media televisivo (La guerra videologica).

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Uno sguardo sghembo, quello di Buzzelli, come lo definisce Igort nella prefazione al volume, ma anche uno sguardo – e un tratto – fortemente e consapevolmente laterale, capace di porsi in quella prospettiva inattuale, libera dell’affanno della modernità a tutti i costi che permette di giungere alla lucidità e di acquisire virtù preveggenti. È un’operazione di estroflessione quella di Buzzelli, che rifiuta gli approfondimenti psicologici fini, le metafore ardite, il racconto colto, l’ironia in punta di forchetta, il concettuale (molti gli attacchi all’arte, in questo senso) e che si esprime invece attraverso precisi shock visivi, metafore brutali. Come quella intorno alla quale è costruita la storia che chiude il volume di cui stiamo parlando.

In Zil Zelub – anagramma di Buzzelli – un uomo, schiacciato dalla propria mediocrità e dall’inadeguatezza cui lo costringono le regole sociali attraverso le cui maglie è costretto a districarsi, va letteralmente a pezzi. E anche questa storia, come molte dell’autore, si conclude senza una progressione, senza un movimento, senza un lieto fine. In un mondo in cui vittime e carnefici si confondono, tutto è destinato a restare per sempre uguale, immutabile.

La trilogia
di Guido Buzzelli
Coconino Press, 2017
192 pp,, b/n
24,00 €

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