L'”Inquietudine” di Noah Van Sciver

Apro pagina 25: una lucertola gigante dialoga con un fascio di luce divino. Nella pagina seguente due uomini parlano tra loro durante un’escursione. Vado avanti di una trentina di pagine e un uomo spara un colpo di fucile. Sangue, polvere da sparo e assedio. A pagina 73 pare di trovarsi davanti alla scena di Biancaneve che fugge nel bosco mentre a pagina 88 la mia attenzione è attratta da un interruttore. Un’auto ribaltata ingombra pagina 101, venti pagine più in là un dinosauro e un punk stanno distruggendo un supermarket. Smetto di girare le pagine con l’immagine di una ragazza che acquista un’auto ammaccata.

Che strano sfogliare Inquietudine. Strano e destabilizzante se non si conosce a fondo Noah Van Sciver e il suo eclettismo. Chi ha già letto i due fumetti pubblicati finora in Italia – Saint Cole e Fante Bukowski, entrambi per Coconino Press – parte un poco avvantaggiato rispetto agli altri: si porta già addosso lo straniamento di chi è passato da un graphic novel in bianco e nero che descrive con toni drammatici la generazione dei trentenni, a un fumetto a episodi con protagonista uno scrittore fallito e patetico raccontato come un sit-com con Zach Galifianakis (come fa notare Valerio Stivé allo stesso Van Sciver in questa intervista).

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Inquietudine

Eppure questa non è che la punta dell’iceberg di un talento che non si preclude incursioni in generi, formati e storie diverse, riuscendo nel miracolo di non farle sembrare l’impresa di un talentuoso schizofrenico ma il corpus di una ricerca portata avanti su tutti i territori possibili. Non è un caso che Inquietudine sia il volume più adatto per approcciarsi sia alla diversità narrativa di Van Sciver, sia alla sua capacità di ricondurre il tutto sul medesimo percorso di ricerca.

Volendo mettere ordine tra racconti che apparentemente hanno poco a che fare tra loro, si può operare una divisione in due blocchi distinti a partire dal tipo di costruzione della trama. È infatti evidente come Inquietudine viva del contrasto tra due modalità narrative, ovvero trame dal climax classico e altre dalla costruzione anti-climatica. Sull’uso di queste due soluzioni Van Sciver ha le idee molto chiare, tant’è che le utilizza solo in casi specifici mai legati al genere del racconto, ma esclusivamente a ciò che vuole raccontare. Così quando Van Sciver decide di raccontare storie dai sentimenti chiari ed espliciti le affronta con una struttura più tradizionale, che riesca a supportare e costruire il racconto. Paradossalmente è proprio in queste occasioni che Van Sciver ripiega sulla scrittura di genere, sfruttandone i meccanismi anche all’interno di storie con cui apparentemente hanno poco da spartire. È qui che il racconto biografico del patriota Elijah Lovejoy si trasforma nel racconto spetttacolare e concitato di un assedio o che il ricongiungimento tra padre e figlio diventa improvvisamente un thriller.

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Succede anche che Van Sciver decida di partite dal genere e trasformarlo in qualcosa di più pulsante e realista, con il risultato che un B-movie con punk e lucertoloni sia un sentito inno all’amicizia e alla rivoluzione, che una favola riveli un inaspettato realismo nelle relazioni o che un’evasione carceraria nasconda inaspettati risvolti esistenzialisti. Il climax per Van Sciver è un meccanismo chiarificatore, che dirada la nebbia che avvolge i personaggi per mostrarci quello che sono in tutta la loro sudata e complessa semplicità.

Alle volte però questa nebbia Van Sciver rifiuta di diradarla. Gioca semmai a infittirla, a fare emergere solo dei particolari, degli istanti di vite alla ricerca di un senso. L’anti climax diventa per Van Sciver lo strumento per raccontare coscienze indefinite, futuri non tracciabili e sentimenti incerti, tutti elementi che vanno a formare un quadro spietato e veritiero su una generazione disinnescata incapace di tracciare una rotta alla propria vita. Attorno a loro Van Sciver abbozza una trama, li osserva e gli lascia tantissimo tempo per riflettere su loro stessi, sino a farli ingarbugliare attorno ai propri pensieri.

Gli è impossibile agire sulle loro storie perché i suoi personaggi sono incapaci di orientarsi nella vita, nei sentimenti, nelle relazioni, nel lavoro. Come autore, Van Sciver decide di non trovare loro una via di uscita, ma anch’egli getta via la bussola per disorientarsi. Privati del conforto del genere, del finale eroico o anche semplicemente di una motivazione che giustifichi l’azione, i trentenni di Van Sciver percorrono annoiati e inconcludenti le pagine della loro vita, si rifugiano dai genitori ma poi si rompono subito i coglioni, si trasferiscono in una nuova città, cercano un nuovo lavoro nella speranza a questo giro di combinarne una giusta.

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Il dialogo che Van Sciver instaura tra racconti con climax e racconti senza non si gioca mai sul terreno dello scontro. È piuttosto una collaborazione, tra l’insicurezza moderna e il tentativo di cercarne una soluzione guardando alla matematica perfezione di un racconto tradizionale. Perché è proprio in questi casi (in cui i protagonisti sono comunque tutt’altro che perfetti) che l’autore apre spiragli di verità abbaglianti, capaci di smuovere i culi pigri di noi trentenni. Non si passa indenni attraverso frasi come «essere adulto significa anche smettere di incolpare i genitori delle proprie magagne» oppure nella feroce allegoria de La testa di mucca, col suo lieto fine tremendo eppure così normale. Di più: naturale.

Inquietudine è in parte istintivamente minimalista e in parte orgogliosamente artificioso. I due elementi collaborano tra loro per tracciare bisogni e sogni di una generazione che non riesce a trovare una via di fuga dall’adolescenza. In tutto questo l’eclettismo di Van Sciver non è la scusa per cambiare argomenti o cercare di sfuggirgli: semmai con il suo peregrinare tra generi e toni di racconto l’autore cerca di ampliare la portata dell’indagine su se stesso e sulla sua generazione, in uno spettro di storie ed emozioni che non si pone alcun limite di forma, di contenuto e di genere.

Inquietudine
di Noah Van Sciver
Traduzione di Stefano Sacchitella
Coconino Press, 2017
136 pagine in b/n e a colori, € 17,50