Outcast vol. 4: Kirkman cambia marcia

Prima o poi qualcosa sarebbe successo, lo avevo già detto: di Kirkman bisogna fidarsi. Soprattutto perché aveva messo le cose in chiaro sin dall’inizio, dicendo che Outcast sarebbe stata una serie lunga. E una serie lunga, oggi, sembra rispondere alle parole decomprimere e diluire.

Nei primi tre volumi, infatti, non succede praticamente niente. O meglio: succede un sacco di roba – esorcismi, drammi familiari, misteri irrisolti –, ma ai fini dello svolgimento della trama non accade quasi nulla. Per essere chiari è un po’ come se alle Olimpiadi si corressero i 100 metri in 10 minuti, invece che in 10 secondi. Oltre 350 pagine che sarebbero potute essere compresse in una manciata di tavole. Eppure qualcosa non torna: se Outcast fosse una serie da liquidare in quattro e quattr’otto di sicuro non sarei qui a scrivere l’ennesimo articolo – il terzo per la precisione.

outcast 4 kirkman azaceta saldapress

Ho già riconosciuto a Kirkman una grande capacità affabulatoria. Tenere incollato il lettore all’albo gli riesce proprio bene, anche quando si concede il lusso di stiracchiare la storia. Ad altre serie si darebbero meno chance, ma questa ce la sta raccontando talmente bene che vogliamo proprio sapere come andrà a finire per Kyle Barnes.

E poi c’è il guizzo. Con il quarto volume, Kirkman rilancia, offrendo finalmente qualcosa che ancora non si era visto. Soprattutto, aggiunge molto alla trama. Non si cammina più, insomma, ma si comincia a correre per davvero.

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Avevamo lasciato il reietto Kyle Barnes nelle grinfie di Sidney il Diavolo, che era riuscito a rapirlo e a segregarlo. Quest’ultimo ora vuole servirsene per i propri scopi: Kyle ha dei poteri che gli permettono di esorcizzare i posseduti, ma che contemporaneamente hanno un legame speciale con i dèmoni. È per questo che attorno a lui ci sono sempre più indemoniati, perché lo cercano per sfruttarlo.

Dall’incipit del volume deriva una storia fatta di colpi di scena piuttosto serrati: Kyle scappa; il reverendo Anderson viene catturato, ma a sua volta scappa; un poliziotto fa il doppio gioco; la figlia di Kyle ha qualcosa di strano; la moglie di Kyle non sa che fare; Sidney viene catturato e… ok non vi spoilero altro.

È chiaro che Kirkman ha messo la quarta. Dopo 18 albetti l’avrà capito anche lui che bisognava dare una scossa. Soprattutto basta esorcismi: se ne erano visti troppi e tutti uguali. Qui ce n’è solo uno, condensato in parte in una tavola decisamente notevole e piuttosto buffa, quasi come se Kirkman avesse voluto prendersi in giro da solo. Ma con classe.

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L’unico esorcismo presente nel volume

The Walking Dead è sempre li, tra i fumetti più venduti, a ricordarci che Kirkman ci sa fare. Ed è vero che Outcast in confronto “vende poco”: arrotondando gli ultimi dati, Walking Dead negli Stati Uniti vende circa 80.000 copie al mese, Outcast 20.000, nella media di altre testate Image. Ma da quando il venduto è sinonimo di qualità?

Basta il solo Azaceta a innalzare il valore di questo fumetto. Il disegnatore è sempre più a suo agio coi toni cupi della storia. Il suo tratto spesso e pennellato riesce a trasmettere perfettamente le emozioni dei personaggi. La rabbia, lo spaesamento, la paura dei volti dei protagonisti sono resi in maniera magistrale. Le scene d’azione sono ricercate, riprese da angolature particolari e soprattutto chiare. Nei momenti di apparente calma invece, dove magari assistiamo a pagine piene di teste parlanti, Azaceta è sempre capace di mantenere una tensione costante, facendo muovere gli attori della vicenda in un modo più unico che raro.

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Certo, non mancano alcune ingenuità narrative (come si fa a liberarsi così quando si è legati a una sedia?) – anche se la più grossa l’ha fatta notare Evil Monkey parlando del terzo volume – e soprattutto ci sono richieste di sospensione dell’incredulità a ripetizione (davvero Mark e Megan non capiscono che Scott li vuole far fessi?), però questa volta non solo Kirkman accelera, ma finalmente ci dà anche alcune risposte. Su Sidney e il suo ruolo, in primis. E mette anche molta altra carne sul fuoco, aprendo a nuovi interrogativi che rilanciano gli eventi della narrazione: come proseguirà la macchinazione dei dèmoni? Cosa sta succedendo alla figlia di Kyle? E alla madre? Dobbiamo temere qualcosa dal reverendo Anderson?

E poi, quando meno te lo aspetti, c’è la pagina finale del volume ad aprire a un mondo di possibilità, come nel più classico dei cliffhanger. Bravo questo Kirkman, non c’è che dire: ora tocca aspettare con impazienza fino al prossimo volume.

Outcast vol. 4
di Robert Kirkman, Paul Azaceta e Elizabeth Breitweiser

traduzione di Stefano Menchetti
Saldapress, 2017
136 pagine, 19,90 €

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