“The American Way”, il fumetto del premio Oscar John Ridley

Tutti i mercoledì negli Stati Uniti vengono pubblicate decine di albi a fumetti. Ogni Maledetta Settimana è la rubrica che tutti i venerdì, come un osservatorio permanente, racconta uno (o più) di questi comic book.

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La copertina del primo numero della prima serie di The american way

Ormai più di dieci anni fa, nell’aprile 2006, Wildstorm pubblicava il primo numero della miniserie in otto capitoli The American Waydisegnata da Georges Jeanty e sceneggiata da John Ridley, uno scrittore quasi esordiente nel fumetto che aveva firmato solo una miniserie di Authority e una dedicata a Warblade.

Ai tempi, Ridley era noto come il romanziere da cui erano stati adattati i film U-Turn e Three Kings e come producer e sceneggiatore televisivo, soprattutto di Squadra Emergenza. Oggi è un autore premio Oscar per la sceneggiatura di 12 anni schiavo, nonché showrunner delle serie Tv American Crime e Guerrilla, oltre che regista del documentario su Rodney King Let It Fall: Los Angeles 1982-1992. In pratica è una delle più autorevoli personalità della cultura black americana, con diversi progetti in corso – tra i quali una misteriosa serie per ABC su una imprecisata proprietà Marvel.

Dal 2006 a oggi Ridley è maturato enormemente, ma non ha dimenticato la sua passione per il fumetto. Così, per Vertigo, è uscito questa settimana il primo numero di una nuova miniserie da sei: The American Way: Those Above and Those Below. Ai disegni, purtroppo ritroviamo Jeanty, che non ha sicuramente avuto la stessa esplosiva maturazione di Ridley e negli ultimi anni si è fatto notare soprattutto per le nuove stagioni a fumetti di Buffy The Vampire Slayer.

Nonostante gli inchiostri di Danny Miki, che migliorano l’esito complessivo, non mancano tavole con volti assai poco convincenti. Inoltre è piuttosto chiaro che le qualità di Ridley come regista non si trasmettono al fumetto, dove la composizione delle immagini e il montaggio delle vignette risultano piuttosto banali. Un limite formale quest’ultimo che azzoppava anche la miniserie originale, dove alle altissime ambizioni non corrispondeva uno storytelling altrettanto curato né sufficientemente denso.

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Una splash page dalla prima miniserie di The American Way

La prima miniserie di The American Way, infatti, era un ennesimo tentativo di decostruire il mito del supereroe da una prospettiva piuttosto originale per almeno due motivi. Il primo era che i supereroi non solo venivano creati dal governo ma anche controllati dai loro uomini delle pubbliche relazioni, con tanto di scontri con criminali altrettanto fasulli che avevano il puro scopo di propagandare la grandezza americana in piena guerra fredda. Il secondo era l’effetto esplosivo dell’inserimento di un supereroe nero negli stessi anni della Baia dei Porci e dei movimenti contro la segregazione e per i pari diritti, con il risultato che gli eroi del Sud, scoperto di avere un nero tra loro, si scindevano in un gruppo a parte a difesa di valori che sfociavano nel razzismo.

A tutto questo Ridley aggiungeva alcuni dei temi più tipici del fumetto di supereroi, con il machiavellico villain Hellbent, con una eroina che sembrava avere davvero qualcosa di divino e con un altro eroe che stava sviluppando poteri analoghi a quelli di Superman e forse incontrollabili. Alcune di queste sottotrame finivano per non andare molto lontano, così come dei molti supereroi presenti pochi erano adeguatamente sviluppati, rimanendo figure di sfondo appena funzionali a una trama dedicata soprattutto a New American, l’eroe nero al centro della vicenda. The American Way rimaneva comunque un prodotto interessante per le idee messe in campo e la prospettiva militante, ma non certo al livello di Watchmen né di opere derivate come The Golden Age di Robinson che ne costituivano il modello implicito.

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La copertina del primo numero di The american way: Those Above and Those Below.

La nuova miniserie appena iniziata sembra avere le idee più chiare, a partire dalla netta riduzione del cast dei personaggi e senza più la sovrastruttura propagandistica, una perdita quest’ultima che rischia però di impoverire il sequel cui manca per ora un aggancio altrettanto forte.

Dieci anni dopo i fatti della miniserie precedente, Jason Fisher, una volta noto come New American, è una sorta di eroe solitario, che combatte un altro vigilante nero dedito ad ammazzare spacciatori e trafficanti di droga. Questo lo mette in una posizione controversa, perché agli occhi di molti neri sembra schierato dalla parte della polizia, per lo più bianca, e dunque con la repressione. A essere diventata invece una radicale che agisce persino piazzando bombe è Amber, l’eroina più pura della miniserie precedente che qui però è anche vittima della droga e dunque meno efficiente nel controllare i suoi campi di forza. Il suo movimento viene avvicinato dalla vendicativa Nikki Lau, figlia di un finto supercriminale della prima miniserie il cui suicidio lei attribuisce, non senza ottime ragioni, al governo. C’è infine Missy, che si è ritirata come eroina e a cui viene proposto di prendere il posto in politica del marito nello stato di Mississippi, con il partito Repubblicano e quindi dalla parte dei conservatori contro le istanze più libertarie e radicali degli anni Settanta.

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Questo primo numero poggia i pezzi sulla scacchiera, ma in fondo è poco più di un prologo, ed è difficile dire come Ridley voglia procedere e se riprenderà altri elementi in sospeso dalla serie originale. Di certo questa volta l’autore è più interessato ai propri personaggi, tutti e tre infatti risultano sfaccettati e immediatamente posti di fronte a scelte difficili. Considerato poi quanto è cresciuto Ridley in altri campi è impossibile non dargli fiducia, anche se i disegni di Jeanty rimangono un limite difficile da superare.

Bonus: Calexit

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In un futuro prossimo la California ha votato la secessione dal governo federale degli States, che però non l’ha presa affatto bene e cerca di riannettere a forza il territorio. In tutto questo c’è una particolare ragazza militante, cui un losco burocrate dai capelli viola e dagli atteggiamenti da psicopatico dà la caccia, insieme a truppe armate fino ai denti. Nella vicenda finisce coinvolto un “corriere”, che si occupa di consegnare pacchi di qualunque tipo a patto che non siano armi.

Più che una distopia, Calexit, pubblicato da Black Mask, è una satira scritta con un gusto piuttosto brillante e molto attuale, con battute che vanno da Trump alla confusione di Capitan America riguardo il fascismo (un riferimento a Secret Empire), il tutto da una prospettiva politica che lascia ben poco spazio alle sfumature. Ne risulta una lettura piuttosto densa per lo scenario immaginato nel dettaglio e divertente nel tono, anche se non certo profonda, dove il principale problema sono i disegni di Amancay Nahuelpan.

CalExit black mask

Nella sua precedente serie, Clandestino, sempre per Black Mask, Nahuelpan scriveva e disegnava, dunque era in pieno controllo dello storytelling e compensava i propri limiti figurativi con una straordinaria energia nelle invenzioni narrative e compositive. Cosa che qui invece non riesce a fare, incastrato da una sceneggiatura molto verbosa, in cui testi e disegni non si aiutano a vicenda.

Decisamente un peccato, anche perché l’albo è arricchito in appendice da tre interviste con una militante di Reclaim Chicago, con la regista Lexi Alexander (nota per Punisher: War Zone oltre che per le sue opere più indie) e con Bill Ayers, l’autore del saggio Demand the Impossible: A Radical Manifesto.

Bonus 2: Last song

last song black mask

Altra serie Black Mask iniziata questa settimana, Last Song è una mini in quattro parti da 60 pagine l’una, dedicata a una immaginaria rock band e disegnata da Sally Cantirino. La sceneggiatrice Holly Interlandi spiega nella postfazione che tutto nasce da un romanzo in quattro capitoli, che aveva scritto diversi anni fa e mai pubblicato, decidendo a un certo punto che sarebbe stato «perfetto per un fumetto in bianco e nero».

Si racconta della formazione di una rock band, che nasce da una coppia di amici molto legati, uno dei quali decide di avere una vita diversa da quella del padre morto suicida. Si vedono in lui già i semi dell’autodistruzione ed è abbastanza facile immaginare alcuni sviluppi futuri, così come il tema del genio dannato non è particolarmente brillante. L’amicizia al centro di tutto però è ben raccontata, con dialoghi sinceri e scene credibili, così come l’impianto grafico non underground ma neppure troppo elegante ben si presta a una storia acerba di rock. Insomma niente di originale, ma svolto con una certa grazia e una genuinità non così comune nel mainstream americano.

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