Recensioni Novità "Diario di un fantasma" di De Crécy: il viaggio come autoanalisi artistica

“Diario di un fantasma” di De Crécy: il viaggio come autoanalisi artistica

L’artista che voglia creare un carnet de voyage sa che, probabilmente, la scrittura del diario illustrato del proprio viaggio in giro per il mondo si fonderà – in modo più o meno evidente per i lettori – con la cronaca del proprio stato d’animo più intimo e personale. Anche l’autore francese Nicolas de Crécy – di cui in Italia sono usciti in anni recenti Il Celestiale BibendumLa Repubblica del Catch e Salvatore – si è cimentato nel genere dei carnet de voyage con il suo Diario di un fantasma, pubblicato nel 2007 in Francia e ora tradotto in italiano da Eris Edizioni.

de crecy diario di un fantasma

De Crécy – che negli anni seguenti ha creato altri carnet de voyage, su commissione, per luoghi come FirenzeKyoto e il Messico – in Diario di un fantasma ha colto l’occasione di alcuni suoi viaggi all’estero – Nagoya in Giappone e Recife in Brasile – per mostrare ai lettori il complesso discorso interiore che accompagna il suo personale processo creativo.

La prima parte di Diario di un fantasma è dedicata all’esplorazione dell’estetica del quotidiano in Giappone: un piccolo disegno fantasmacomposto solo da poche linee di matita e penna, in compagnia del suo manager francese, visita da turista i templi e le case dei cittadini di Nagoya. L’ectoplasma ha la forma di un batuffolo di cotone ed è molto timido e sensibile. Il suo manager, invece, è un uomo senza scrupoli che freme per trasformare le poche linee appena abbozzate del fantasma in un marchio pubblicitario ben identificabile per vendere prodotti di massa.

Leggi anche: Nicolas De Crécy, il fumetto come ricerca e sfida personale

de crecy diario di un fantasma

Un disegno fantasma in cerca d’autore

In Giappone il manager francese esibisce spesso in pubblico l’ectoplasma illustrato come un fenomeno da baraccone: grazie alla sua straordinaria capacità mimetica, il piccolo disegno fantasma infatti può assorbire istantaneamente nella propria forma corporea le influenze stilistiche e culturali di un luogo e riprodurre in modo artistico le esperienze personali e più intime delle persone incontrate. Come il piccolo ectoplasma, anche De Crécy riesce ad assimilare costantemente i contenuti visivi ed emotivi dell’ambiente circostante e, in modo quasi simbiotico, sa trasformarli in disegno rispecchiando di volta in volta l’anima profonda dei luoghi che visita.

Raccontando di un disegno fantasma in cerca di personalità, De Crécy rappresenta in maniera allegorica il difficile processo di creazione artistica che va dalla formulazione originaria dell’idea alla stesura definitiva su carta. La paura del foglio bianco, i continui ripensamenti, la costante ricerca di una maggiore espressività visiva: tutti ingredienti che l’autore francese riesce a mettere in questa prima parte del libro ambientata in Giappone. Un’allegoria visiva della progettazione artistica in cui anche il manager spietato dell’ectoplasma ha un suo ruolo, quello di un Super-io freudiano che tenta di deviare gli sforzi artistici del piccolo disegno fantasma invitandolo costantemente a lasciar perdere le sue aspirazioni estetiche in favore di una ben più produttiva logica pubblicitaria.

Leggi anche: La Repubblica del catch di De Crécy. L’incontro tra bédé e manga

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Il piccolo disegno fantasma, accompagnato dal suo manager, decide di lasciare Nagoya in aereo alla volta della regione di Recife, nel nordest del Brasile. A bordo, in un momento chiaramente metanarrativo, il fantasma incontra il suo stesso autore, Nicolas De Crécy, che durante la trasvolata oceanica gli racconta il proprio universo creativo fatto di difficoltà, abitudini lavorative, angosce (la fobia del volo) e dubbi estetici. Durante la sua lunga confessione con il disegno fantasma, De Crécy si serve delle incredibili capacità mimetiche dell’ectoplasma per introdurre la seconda parte del libro e mostrarci il suo viaggio in Brasile, evento autobiografico realmente accaduto.

Inviato per conto della rivista di viaggi Geo, l’autore francese ha dovuto passare due settimane nei sobborghi tropicali di Recife ospitato e pagato dall’ente del turismo locale. De Crécy ha scoperto che sia la rivista che gli aveva commissionato il lavoro sia l’ente turistico locale che lo ospitava avevano alcune aspettative ben precise riguardo al suo incarico: avrebbe dovuto concentrarsi il più possibile sugli aspetti pittoreschi e folkloristici dell’ambiente locale, a scapito di una rappresentazione realistica della realtà.

Il problema della rappresentazione del reale

de crecy diario di un fantasma

Posto di fronte a questa scelta, l’autore francese ci mostra i propri dilemmi etici interiori sulla reale sincerità di unarte che spesso addomestica la realtà e la rende un cliché, un prodotto turistico consumabile dal pubblico di massa.

Un disegno che appiattisce la complessità della realtà altrui può ancora definirsi arte? La soluzione che l’autore francese propone nella sezione brasiliana di Diario di un fantasma è evitare gli elementi turistici locali più superficiali e folkloristici e ricercare la fatiscenza, l’obsoletotutto ciò che è stato abbandonato e dimenticato nel contesto tropicale (le vecchie ville coloniali, gli impianti industriali dismessi) e che è stato poi rapidamente riconquistato dalla rigogliosa natura locale.

In Diario di un fantasma De Crécy riflette in modo molto attento sul suo personale processo creativo (Giappone) e sull’etica della rappresentazione della realtà (Brasile). In questo suo carnet de voyage l’ambiente esterno è spesso un mero riflesso di un complesso mondo interiore che si interroga, di volta in volta, sul modo migliore per sperimentare nuovi stili artistici. L’autore si mette direttamente in scena parlando di se stesso in modo indiretto attraverso un personaggio inventato (l’ectoplasma giapponese) o usando il paravento della finzione per raccontarci episodi autobiografici realmente accaduti (il reportage brasiliano).

I due generi letterari scelti dall’autore francese, il carnet de voyage e l’autobiografia, ben si prestano a un’esplorazione introspettiva dei propri demoni artistici; a volte però De Crécy tira troppo la corda verso l’interiorità narcisistica e finisce così per alienarsi, non senza paradossi, da quella stessa realtà esterna che vorrebbe rappresentare in modo sincero con la propria arte.

Il rischio di raccontare se stessi dimenticando gli altri

de crecy diario di un fantasma

La sezione giapponese del libro contiene riflessioni personali spesso oscure e confuse a causa della loro natura eccessivamente onirica, mentre il reportage ambientato in Brasile spesso affatica la narrazione accumulando fitti riquadri di testo che raccontano problemi personali dell’autore spesso non rilevanti per i lettori. L’impressione sgradevole è che la funzione indubbiamente terapeutica che questo libro ha avuto per la ricerca artistica personale di De Crécy si sia svolta però a scapito della ricerca dell’interesse e del coinvolgimento narrativo dei lettori, ridotti spesso a meri spettatori passivi di convolute riflessioni artistiche dell’autore.

Diario di un fantasma è allora un libro strano, lontano dalle vette surreali e innovative del Celestiale Bibendum e senza la malinconica leggerezza della Repubblica del Catch o la tenera ironia di Salvatore. Forse non resterà come un libro fondamentale di De Crécy, ma con ogni probabilità la potremo ricordare come l’opera più personale e intima dell’autore francese.

Diario di un fantasma
di Nicolas De Crécy
traduzione di Fay R. Ledvinka
Eris Edizioni, 2017
224 pp.
18 €

Leggi anche: La vastità del resto. Il Celestiale Bibendum di Nicolas De Crécy

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