Da Agota Kristof alle periferie romane. Intervista a Roberto Grossi

Con Il grande prato, Roberto Grossi ha presentato un fumetto con una spiccata propensione a mettere all’angolo il lettore. Gli occhi e la mente si ritrovano, rapidi, a guizzare negli spazi vuoti e periferici, e a seguire, quasi spiando, i suoi personaggi. Luoghi e figure ai margini della città, dove ritrovare quanto di meglio e di peggio la specie umana ha in serbo per se stessa. Ambienti che hanno interessato filosofi militanti e apologeti o critici delle nozioni di periferia e provincia.

Già disegnatore e fumettista per diverse testate ed editori (Blue, il Manifesto, Derive e Approdi, Liberazione) e autore di 3 boschi, raccolta autoprodotta di tre affilate storie brevi, con il libro uscito per Coconino Press Grossi si dimostra un narratore partecipe. Delle vicende dell’umanità che descrive, dei propri personaggi e degli spazi che questi attraversano, abitano, appartengono. Il suo libro ci è sembrato una specie di sorpresa inaspettata, e abbiamo voluto conversarne un po’ con lui.

Leggi un po’ di pagine in anteprima da Il grande prato

roberto grossi intervista

Quali sono le fondamenta del libro e della sua struttura?

Il grande prato è nato da una folgorazione: la lettura de Il grande quaderno di Agota Kristof, uno dei libri più potenti che abbia mai letto in vita mia. Ho subito pensato che la vicenda si poteva trasporre in una periferia urbana, con un’ambientazione più cattiva per compensare la mia immensa inadeguatezza rispetto alla Kristof. Così l’isolamento della casa di campagna si è trasformato in quello di una baracca in un prato urbano e la storia ha cominciato a nascere da sé.

Inizialmente ho scritto una serie di episodi, di micro capitoli, come l’inizio del libro (senza gli skater) e ho cominciato a disegnarli freneticamente con tavole da due sole vignette, che hanno subito dato alla stesura un ritmo narrativo meno fumettistico e più letterario. Inoltre si potevano montare anche in verticale, così ho immaginato di pubblicarne una selezione sul mio blog, a mo’ di webcomic, mentre lo realizzavo.

Mi sembrava potentissimo e immaginavo di finirlo molto in fretta. Mi sbagliavo di brutto. Tramontata l’ipotesi dei microepisodi che avrebbero dovuto comporre un racconto, ho riscritto tutto mille volte, accorpando gli elementi comuni. Le pause dei capitoli sono diventate importanti per scandire l’azione e permettere i cambi di scena. I titoli dei capitoli aggiungono poi un’ulteriore, inquietante descrizione dell’ambiente in cui ci troviamo.

Ci racconti qualcosa dei protagonisti, i Siamesi? Mi hanno fatto pensare a John Carpenter…

I Siamesi sono nati dalla gelida ferocia di Klaus e Lukas, i gemelli della Kristof, e dal successivo, tremendo sforzo di liberarmi di loro. Per farlo ho letto e ri-letto una serie di libri con protagonisti i bambini, da Il signore delle mosche di William Golding, mio vecchio pallino, a Huckleberry Finn di Mark Twain, a La strada di Cormac McCarthy, fino a La vita davanti a sé di Romain Gary, per imparare a ragionare come loro.

Vivono in una condizione terribile, quindi chiudersi, anche affettivamente, è la prima forma di difesa naturale. Ma loro sono gemelli, il loro rapporto è inscindibile, quindi per sopravvivere adottano un’identità comune, unica. Il villaggio dei dannati di Carpenter potrebbe essere una citazione involontaria, ma plausibile. Fondamentalmente volevo che fossero oggetti di discriminazione anche se biondi e belli. Oggi non è più nemmeno questione di non riconoscersi nel diverso, basta essere straccioni per essere disprezzati, perché si sta perdendo qualsiasi forma di empatia.

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Parliamo di narrazione e di narratori. Mi sembra che il lavoro sul punto di vista sia stato un aspetto determinante.

La storia de Il grande prato è volutamente semplice, e se letta per sommi capi sembra mutuata dalla cronaca quotidiana, in un modo che temevo potesse quasi sembrare populista. Ho cercato quindi di lavorare al contrario, senza spiegare nulla, visto che i narratori sono i due gemelli, due bambini molto piccoli, che non possiedono alcuna struttura interpretativa del mondo.

Ne percepiscono solo dei frammenti, per cui è il lettore che deve fare uno sforzo per ricomporre i tasselli mancanti della storia. Le inquadrature talvolta risentono di questa visione parziale del mondo: la loro visuale è poco più alta delle nostre ginocchia. Bisogna saper guardare da punti di vista differenti, è un ottimo esercizio mentale.

E rispetto alla loro voce, a frasi come «La felicità è roba da fessi» o «Questo è un grande tappeto, e noi siamo la spazzatura nascosta sotto», qual è la tua posizione di Roberto Grossi?

Roberto Grossi non vede come si possa dar loro torto.

Nella storia è centrale il rapporto dei due gemelli con lo zio, che pare ricordare William Burroughs. Qual è la sua origine?

Si, lo zio è proprio zio Bill. Mi piace immaginare di “dare la parte” ad un attore o a qualcuno che conosco, quando disegno un personaggio. Mi aiuta a capire come si muove, come può recitare.

Il loro è un rapporto conflittuale, come la gran parte dei rapporti genitori-figli, a cui i Siamesi reagiscono con la chiusura in se stessi. Prendono il minimo di cui hanno bisogno e del resto fanno a meno. Al tempo stesso, l’alcolismo dello zio lo rende egoista e inaffidabile, rovesciando alle volte il rapporto tra di loro. Chi è davvero il genitore? Chi si prende cura di chi? Le informazioni sui personaggi sono tutte volutamente scarne, sia perché aumenta l’effetto disturbante, sia perché i narratori sono due bambini, a cui i dettagli tutto sommato non interessano.

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Per quanto riguarda invece l’ambientazione, da dove viene la scelta e qual è il senso che volevi darle?

La città e in particolar modo la periferia è co-protagonista del libro. Mi hanno sempre affascinato i margini, gli spazi residuali della metropoli. A metà degli anni Novanta scrivemmo con Valerio Bindi delle storie brevi ambientate nelle Z.T.M., le Zone Temporaneamente Mutanti. Mutuate dalle T.A.Z di Hakim Bey, erano spazi il cui utilizzo distorto rappresentava non necessariamente una liberazione, ma una mutazione, un’alterazione della realtà quotidiana.

Credo che tutti questi ragionamenti siano confluiti più o meno consapevolmente ne Il grande prato. Un prato nei cui cespugli si nascondono baracche, o una pista ciclabile che diviene l’arteria di scorrimento dei “miserabili”, per raggiungere la città senza essere visti, sono tutte zone mutanti. Roma è piena di questi luoghi e di grandi prati, di vuoti rimasti casualmente tali, opposti a zone spesso densamente urbanizzate, ma io non volevo che nella storia fosse riconoscibile un qualche posto reale.

Disegno da sempre le periferie. Le fotografo per avere un archivio di situazioni, anche se poi magari monto insieme elementi diversi per creare scenari unici.

Hai mai avuto modo di vedere la pagina di Facebook dedicata alle “Case popolari“? Cosa pensi di simili architetture?

Non la conosco. Conosco però parecchi degli interventi realizzati (in particolar modo romani) perché nella vita faccio anche l’architetto. Purtroppo, soprattutto riguardo agli interventi realizzati tra i ’60 e gli ’80, parliamo della storia di un grande fallimento, che ora sarebbe lungo approfondire. Posso dire che è in egual misura un fallimento politico, un deliberato atto di progressivo abbandono da parte delle amministrazioni, di qualsiasi politica di controllo della rendita fondiaria in favore della speculazione e un eccesso di fiducia degli architetti sulla tenuta delle loro opere.

Su tutti l’esempio di Corviale che, comunque lo si giudichi, è stato abbandonato da anni all’incuria perché ha salvato dalla cementificazione selvaggia una fetta enorme di agro romano. Il risultato è spesso quello di una sublime bellezza, spaventosa e inquietante nel suo essere già rovina.

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Il contrasto tra etnie, minoranze anche culturali, dinamiche economico-lavorative, la politica, la violenza minorile, l’indifferenza, la convergenza tra le nuove vecchie destre e il razzismo: tutti temi che attraversano il libro. Quanto tutto ciò tocca il tuo vissuto e in che misura l’impegno o la cronaca hanno modellato la storia? Ci sono fumetti con temi simili, anche italiani, a cui senti di essere vicino?

La periferia moderna è il luogo delle contraddizioni e dei conflitti. Trovo incredibile che nel paese che ha inventato il Neorealismo, non si riesca quasi più a raccontare questo immenso serbatoio di storie. Questo è sicuramente anche un libro politico: cerco sempre di raccontare storie che in qualche misura lo siano, anche se preferisco che non sia evidente. Nella scrittura de Il grande prato ha poi sicuramente influito la cronaca, ma ho cercato di non essere didascalico.

Il personaggio più figlio della cronaca è sicuramente il proprietario della fabbrica. Anni fa, divenne famoso quel simpatico sindaco leghista che, non contento di esporre il suo simbolo di partito sulla locale scuola, che evidentemente riteneva di sua proprietà, si rifiutò di fornire pasti ai bambini che non erano in grado di pagarsi la mensa. Poi, dopo questa meritata notorietà, venne fuori che possedeva una fabbrichetta che da tempo sversava illegalmente veleni nel fiume locale. Finì sotto processo e venne poi assolto, ovviamente per prescrizione dei reati.

Ultimamente ho letto Sputa tre volte di Davide Reviati. L’ho voluto leggere però a libro consegnato, perché affronta il tema della convivenza con la comunità Rom e non volevo essere intimorito da qualcuno più preparato di me. Ho fatto bene. È un gran fumetto. Mi avrebbe intimorito.

Hai vissuto tu stesso in una qualche periferia o senti una vicinanza di qualche tipo in questo senso?

Non vivo in periferia ma, ormai da molti anni, in un quartiere popolare di Roma, San Lorenzo, dove ritrovo parecchie delle dinamiche “dei palazzi” sotto casa. È un quartiere che amo molto, ma dove puoi toccare con mano gli effetti della disgregazione della sinistra, radicale e non. Oggi anche qui ti capita di sentire e percepire gli sfoghi di pancia verso gli ultimi, una sorta di fallo di frustrazione ormai generalizzato. Sentirlo sotto le targhe di antifascisti e partigiani è molto triste.

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Quali sono le tue influenze o gli autori che ammiri? E il rapporto con la tua casa editrice?

Uno dei miei autori di riferimento è sicuramente Charles Burns e il suo segno straniante; soprattutto quello di Black Hole. Ma mi piace molto tutto il fumetto autoriale americano: la perfezione glaciale di Chris Ware, Daniel Clowes, Adrian Tomine, David Mazzucchelli. Ammiro anche i neri densi di Mike Mignola e sicuramente i cieli alti di Gipi. Ma non so se poi tutto questo si vede nei miei disegni. Si fa quel che si può.

Coconino è stata sempre la mia prima scelta, la casa editrice dove avrei voluto pubblicare, quindi ho subito mandato questa prima bozza di lavoro a Igort, convinto di avere una bomba tra le mani. Mi sbagliavo ancora di brutto. Igort, che aveva apprezzato il mio lavoro precedente, mi ha stroncato in maniera clamorosa e per me inaspettata, perché, giustamente, trovava che si vedesse lontano un miglio che fossi partito dalla Kristof. Aveva ragione. C’ero partito ma non mi ero mosso da lì. Ho dovuto faticare tanto per togliermela dalla testa.

Mi ha molto colpito il tratto spesso, nero, profondo. Come pensi si sia sviluppato il tuo segno e come lavori di solito?

Sono sempre stato attratto dalla linea chiara (o scura) netta. Ho sempre disegnato così, solo un po’ peggio, perché non sono uno di quei disegnatori che hanno in continuazione una matita in mano. È che proprio non ci riesco, se non ho qualcosa di importante da disegnare. È un mio difetto, per carità. Quindi penso di avere molto da recuperare in fatto di tecnica.

Di solito disegno col pennello, ma il capitolo 8 si apre con un sogno, per questo è disegnato diversamente dal resto del libro. È disegnato a penna Bic e poi abbassato di tono. È una strada che percorro da diversi anni per avere uno stile più rapido e immediato. Mi piacerebbe esserlo da grande, chissà.

Curiosità: hai mai visto Brutti, sporchi e cattivi, di Ettore Scola?

Un film meraviglioso, un vero capolavoro, ma da cui mi sono tenuto alla larga. E poi il grottesco non è esattamente nelle mie corde. Però è un ricordo d’infanzia. Ricordo quando i miei mi accompagnavano a scuola, alle elementari, e passavamo con la macchina sotto a quelle baracche. Oggi sembrano averlo scordato tutti che in quelle condizioni ci stavamo anche noi itagliani (“la g è muta”, come dice Django).

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Quali sono stati i tuoi esordi nel fumetto?

La mia vita è cambiata con l’esperienza della Pantera. All’epoca ero un pischello di vent’anni senza nessuna esperienza politica. Quindi inizialmente sono andato ad intuito. Sentivo che stava succedendo qualcosa. Lì ho avuto la fortuna di incontrare le persone giuste. Ad Architettura nacquero i Graforibelli, facevamo vignette tutto il giorno raccontando la vita quotidiana nell’occupazione.

Io ero una pippa assoluta senza alcuna esperienza, ma imparai a raccontare storie quando ci trovammo a selezionare tra migliaia di vignette quelle che finirono in un enorme libro collettivo (la mia prima pubblicazione), oggi introvabile. Quel movimento non si disperse, ma produsse un’ondata di occupazioni di spazi abbandonati in tutta Italia: i centri sociali, che hanno prodotto una influenza enorme sulla cultura di questo paese, dalla musica, al cinema, al teatro. È stato un decennio fantastico, stroncato dalla repressione del G8 di Genova nel 2001.

Hai due figli gemelli. Come è stato il confronto con i Siamesi?

Quando ho cominciato a lavorare a Il grande prato, non avevo alcuna idea che avrei avuto due gemelli in carne ed ossa. È stata una di quelle occasioni in cui la vita ti batte sulla spalla dicendo «Smettila, lo sceneggiatore sono io!». Sono stato fermo quasi un anno per la paternità, poi ho capito che non avrei mai più avuto del tempo libero e, grazie all’aiuto immane della mia compagna, ho chiuso il libro.

Quindi i miei figli sono nati quando ero già un bel pezzo avanti con il libro, e non c’è stato modo di farmi influenzare da loro, erano troppo piccoli. Ora cominciano ad offrire spunti. I Siamesi li hanno conosciuti, li chiamano “i bimbi di papà”.

L’olocausto finale, la “primavera” e il viaggio in zattera: una chiusura che avevi in mente sin dall’inizio o si è imposta in corso d’opera?

La fine di una storia dovrebbe, in genere, essere chiara fin dall’inizio. O almeno fino da quando ti si chiarisce la storia. Riguardo alla zattera sì, ho pensato che potrebbe far pensare ad un seguito. Ma al momento l’intenzione non c’è. Non sono molto ottimista riguardo al futuro, ma bisogna in qualche modo andare avanti, resistere. Ogni generazione lo fa, o dovrebbe farlo. Serve a diventare adulti.