Da Hiroshima a Fukushima. Il Godzilla anti-establishment di Hideaki Anno

Godzilla ritorna – lo abbiamo sentito spesso. L’ultima volta lo abbiamo visto nel 2014, con un film big budget che, tuttavia, non era certo stato memorabile. Questa volta, però, è diverso. Non tanto perché il nuovo lungometraggio, nelle sale italiane dal 3 al 5 luglio, è stato tradotto come Godzilla – Il ritorno (l’originale Shin Godzilla aveva ben altro significato), ma per due ragioni.

La prima è che si tratta di una produzione giapponese, dopo ben 12 anni dall’ultima, Godzilla: Final Wars. La seconda è che gli autori coinvolti provengono dal meglio dell’industria degli anime, di cui sono crème de la crème: Hideaki Anno (Evangelion) e Shinji Higuchi (L’Attacco dei Giganti). Risultato? Un film riuscito e divertente, con un Godzilla antisistema.

Chiamatelo Kaijū oppure “il re dei mostri”. Godzilla è molto più di una mera calamità: è un simbolo. Simbolo del peccato, della paura e dell’identità stessa giapponese. E Hideaki Anno sa bene come esprimere tutto ciò, nel bene e nel male. Eh sì, perché quando affidi un film del genere al regista di Neon Genesis Evangelion, l’anime più cervellotico, introspettivo e simbolico che abbia segnato il (tardo) XX secolo, sicuramente non ne arriverà un messaggio rassicurante.

La trama di per sé è quella che ci aspetteremmo: Godzilla compare per la prima volta nella baia Tokyo, inizialmente in una forma incompleta che lascia dubbiosi, per poi trasformarsi nella classica creatura che conosciamo. Spacca un po’ di tutto (in fondo è grosso – il più grosso – e si limita a muoversi) e i giapponesi rispondono a tono. Ma rivederlo così, “fatto in casa”, dà quel nonsoché di fresco e familiare, quasi non stessimo aspettando altro. Le peculiarità del cinema nipponico infatti ci sono tutte, dalla comica teatralità degli attori al contesto apocalittico, passando per il senso del dovere. Fa persino il verso alla cultura americana in pieno stile anime attraverso la figura di Kayoko Patterson, ambiziosa inviata speciale del governo statunitense che si presenta a una riunione con i principali funzionari giapponesi con atteggiamenti provocanti e un giubbotto di pelle.

Shin Godzilla

A cambiare, certamente, è il contesto: quella che in origine era la paura – il ricordo – dell’attacco nucleare, si trasforma ora nella paura per gli eventi di Fukushima del 2011. Ma Anno si spinge oltre. Riporta sul grande schermo un mostro dalle sembianze e movenze chiaramente evocative del suo progenitore degli anni Cinquanta, ma invece di concentrarsi sulla morte e desolazione che semina porta l’attenzione dello spettatore verso la politica e l’economia.

Usando piani sequenza di oggetti ordinati maniacalmente e un montaggio di scene così rapido e confusionario da far venire il capogiro, la regia esprime magistralmente la meticolosa organizzazione di un paese esperto in calamità naturali contrapponendola alla frenesia della burocrazia.

Il film offre infatti ampio spazio a temi come la contaminazione, il sacrificio umano degli operatori e le difficoltà della classe dirigente nella gestione della crisi. Uno spettacolo tragicomico per un occhio inesperto di cinema giapponese, ma che mostra uno spaccato e una riflessione illuminante sulle concrete, per quanto immaginarie, dinamiche politiche e sociali implicate in una simile emergenza – specialmente se stai guardando un film con un mostro che “spara” radiazioni dal dorso. In mezzo a tutto questo infatti non poteva mancare il raggio atomico, marchio di fabbrica del mostro nipponico che non mancherà di sfoderare verso metà del film, col risultato di radere al suolo una grossa fetta di Tokyo e troneggiare fra le fiamme della città distrutta durante un combattimento in notturna da brividi.

Shin Godzilla

La ciliegina sulla torta è la colonna sonora. Giusto per non farsi mancare nulla con un budget di soli 10 milioni, Anno l’ha affidata a Shirō Sagisu, il quale non solo ha fatto un ottimo lavoro nel riproporre il classico tema musicale anni Cinquanta di Godzilla, ma ha anche inserito qua e là frammenti della colonna sonora di Evangelion. Guarda caso, anch’essa un suo lavoro.

In questo modo Gojira, come lo chiamerà la stessa Patterson in un piccolo lapsus tanto apprezzato dai fan, appare in tutta la sua bellezza: apocalittico, inesorabile, inconcepibile. Un mostro degno del suo primo “ritorno a casa” dopo oltre un decennio e dopo l’investitura ufficiale, nel 2015, in qualità di – paradossale – residente e ambasciatore (al turismo) di Tokyo.

  • Edi Guerzoni

    Ottima recensione, bravo 🙂