“The War – Il pianeta delle scimmie” è un film esistenzialista e cupo

Uno dei più grandi terrori per un recensore è che succeda qualcosa tra il momento in cui lo spettacolo finisce e l’articolo viene consegnato per la pubblicazione: dall’inondazione all’invasione dei marziani, dall’avvelenamento alimentare a un improvviso incendio che distrugga tutti i mezzi di comunicazione dello sventurato cronista.

Ecco dunque che potrete capire l’orrore che mi si è materializzato davanti agli occhi poco dopo essere uscito da un cinema milanese e aver assistito alla prima per la stampa di War for the Planet of the Apes (da noi The War – Il pianeta delle scimmie), terzo capitolo del reboot del Pianeta delle scimmie di charltonhestoniana memoria. Perché appena arrivato a casa, complice un fastidioso mal di testa e un senso di caldo oppressivo, superiore a quello che ci si poteva aspettare dalla torrida giornata estiva nel capoluogo meneghino, ho misurato la temperatura e ciao: 39,2. Ne esco oggi, cinque giorni dopo, ancora traumatizzato.

Il film merita tre brevi premesse. Una storica, così vi risparmio un viaggio su Wikipedia. Si tratta del nono film che tra le sue origini dal romanzo La Planète des Singes (1963) del francese Pierre Boulle (autore anche di Il ponte sul fiume Kwai). La versione cinematografica e televisiva venne fuori nel 1968 diretto da Franklin J. Schaffner e con Charlton Heston. Grazie anche a una notevole sceneggiatura (c’era dietro la zampona di Rod Sterling) il film ha segnato un’epoca e aperto la via a una serie di sequel: L’altra faccia del pianeta delle scimmie (di Ted Post, 1970), Fuga dal pianeta delle scimmie (di Don Taylor, 1971), 1999 – Conquista della Terra (di J. Lee Thompson, 1972) e Anno 2670 – Ultimo atto (di J. Lee Thompson, 1973).

Poi ci sono state due serie tv: Il pianeta delle scimmie (Planet of the Apes, 1974) un live action nella continuity del primo ciclo di film, e una serie animata fuori continuity intitolata Ritorno al pianeta delle scimmie (Return to the Planet of the Apes, del 1975) che chiude il primo ciclo.

Nel 2001 il regista Tim Burton firma un remake intitolato Planet of the Apes – Il pianeta delle scimmie. È un assolo più autoriale, cupo, ancora più fantascientifico. La premessa del romanzo (e dei primi film) è che il pianeta venga scoperto da astronauti in viaggio, i quali ritengono di essere arrivati su un altro pianeta per poi accorgersi con orrore che in realtà è la Terra. Un dimenticabile Mark Wahlberg interpreta il capitano Leo Davidson e viene rimbalzato avanti e indietro tra realtà alternative e tempi diversi in cui al centro c’è sempre la “sorpresona” della Terra governata dalle scimmie. Neanche stessimo guardando un episodio di Ai confini della realtà (appunto: Sterling).

Nel 2011 i film supereroistici ci hanno abituato non ai remake ma ai reboot e quindi il regista Rupert Wyatt ci si mette d’impegno per far ripartire la storia di Boulle, prendendosi però parecchie libertà, e facendone quasi una “Planet of the Apes gaiden”. Il primo film è appunto del 2011, fa parte della continuity del terzo appena uscito al cinema e si intitolava L’alba del pianeta delle scimmie. Un bel film, sorprendente e visivamente potente, come era stato il primo, del resto, con l’indimenticabile cavalcata delle scimmie e degli astronauti sul bagnasciuga di quella che poi risulterà essere la baia di New York e dove fa capolino, quasi completamente insabbiata, la Statua della libertà. È il momento dell’epifania e tutti all’epoca capivano che forse quel pianeta alieno era in realtà la Terra.

L’alba invece è il capitolo iniziale di una trilogia (per ora) che segue sostanzialmente le vicende della scimmia Cesare. Anzi, chiariamo, così sistemiamo rapidamente anche la seconda premessa: Cesare è uno scimpanzé e l’inglese “ape” rende diversamente dall’italiano “scimmia”, perché c’è anche la concorrenza di “monkey”. Un po’ di tempo fa una testata online italiana spiegava che:

Secondo gli esperti, “monkey” è riferito a scimmie di dimensioni ridotte, con la coda (e che la usano come strumento per mantenere l’equilibrio mentre si arrampicano), e che vivono sia sugli alberi che sulla terra. “Ape” invece sono scimmie di grosse dimensioni, senza coda, il cui habitat è sulla terra e non sulle piante. Attenzione, però: ci sono eccezioni. I macachi non hanno la coda, ma sono “monkey”, e i gibboni sono di piccole dimensioni, ma sono “ape”.

La differenza profonda è nella parentela con noi: sono più vicini a noi le “apes” che non le “monkeys”. Ed è per questo che le traduzioni dal francese di “singe” (e con le distinzioni come quella delle “grands singes”, le grandi scimmie, e tutto il resto), il primate che anche noi chiamiamo semplicemente scimmia, hanno scelto in inglese la versione “ape”.

Torniamo al reboot. Il primo film si discosta fortemente dal romanzo. Niente astronauti supereroi in orbita. Qui si tratta di ricerca farmacologica e della cura sintetica che, saltando di specie, “esplode” sul pianeta massacrando gli esseri umani e rendendo intelligenti le scimmie. Il protagonista “umano” è James Franco ma Cesare viene interpretato (travestito digitalmente e non) da un notevole Andy Serkis (ve lo ricordate? Aveva già fatto Gollum per Il Signore degli anelli).

Si tratta di un buon successo, con una storia costruita bene a partire dal percorso di crescita di Cesare, la sua natura in conflitto, i sentimenti “umanoidi” e quelli “primordiali” che si toccano, un certo sapore da “richiamo della foresta” che porta in effetti e decisamente a un letterale “richiamo della foresta”. Si usciva dal cinema stupiti dalla buona regia, dalla potenza visiva, dagli effetti speciali soverchianti e da una felice complessità della trama (in cui Cesare ha imparato a parlare, il cattivo muore dopo il sacrificio di un comprimario peloso, e soprattutto il virus si propaga grazie agli aeroplani in tutto il pianeta partendo dalla San Francisco del film e in breve mieterà la maggior parte delle anime umane del pianeta. Scena memorabile: la battaglia sul Golden Gate tra le scimmie e gli umani.

Passiamo al secondo capitolo, del quale vi è un ricordo meno netto. Diretto da Matt Reeves nel 2014 è andato meno bene del primo ed è ambientato nel Muir Woods, una gigantesca foresta di sequoie monumentali sempre vicino a San Francisco che fanno da titanico sfondo per la comunità delle scimmie liberate da Cesare, mentre la razza umana è quasi scomparsa dal pianeta. C’è un traditore, il perfido Koba (un bonobo sfregiato dagli umani che li odia follemente e perfidamente) e una storia di uomini “forte” in parallelo a quella delle scimmie, ambientata nella città californiana. Una storia che però finirà maluccio, almeno in prospettiva, perché anche il secondo capitolo è sostanzialmente una storia dura ma con il lieto fine di speranza per i nostri pelosi cugini e mica tanto bella per gli esseri umani. Cioè: Cesare riprende il controllo del suo gruppo di scimmie e torna a nascondersi nella foresta per sfuggire all’arrivo dei militari dal Nord mentre i cattivi (sia l’umano che la scimmia) vengono sconfitti e sostanzialmente tutti i cliffhanger si risolvono in maniera più o meno spettacolare ma con l’idea che siano le scimmie le protagoniste.

E qui c’è la terza premessa. A me i film con gli attori travestiti con mock-up o con la computer grafica, oppure totalmente sintetici, mi piacciono. Mi piacquero due tra i protagonisti di Final Fantasy The movie (ve lo ricordate?), mi hanno fatto simpatia un po’ di orchi qua, draghi là, e tutto l’apparato che popola il caravanserraglio di questi ultimi quindici anni di fantasia digitale post-moderna. Preferisco le narrazioni tolkeniane, dove i contrasti morali sono ben presenti (checché ne dica Alessandro Dal Lago) e però vengono sciolti in un verso o in un altro, per il bene o per il male, ma senza ambiguità di fondo.

Però le bestie mi piacciono fino a un certo punto. Voglio dire, da bambino guardavo Furia, Rin Tin Tin, Lassie. Adoro la fantascienza e quindi l’alieno. Accetto l’idea del mutato, del x-beast. Tutto quel che volete. Anche Gli amanti di Siddo di Philip Jose Farmer, che rimane uno dei miei romanzi preferiti sull’amore sentimentale e sessuale tra un uomo e una specie di donna aliena (“specie” perché Jeannette fa parte di una razza con sessualità diversa e piuttosto sorprendente, epica direi) va benissimo. Però basta con le scimmie. Cioè, va tutto bene, ma il film pieno di conflitti morali e sentimenti delicati o torturati, tutti religiosamente annodati dentro la psiche tormentata dello scimmione peloso, magari anche no. Ecco, l’ho detto.

pianeta scimmie the war

Fine delle premesse e arriviamo al terzo capitolo, diretto sempre da Matt Reeves, che sbarca nelle sale in questi giorni. È un film sontuoso e impattante, che immerge nella foresta simil-pluviale di un Nord America tornato selvaggio in pochissimo tempo. Rimaniamo sempre attorno a San Francisco e alla California e salutiamo l’arrivo dell’attore che rimette al centro la tensione recitativa, cioè Woody Harrelson. Una garanzia nella parte del colonnello psicopatico votato allo sterminio delle scimmie infette e di chiunque sia a sua volta infetto.

Nel film però c’è un tono esistenzialista, cupo, centrato sull’idea del conflitto interiore tra la rabbia e la responsabilità che agita Cesare, che rende la parte escapista di questa pellicola praticamente inesistente (oltre al mio personale fastidio per l’antropomorfizzazione delle scimmie mutanti, ma sono dettagli). Ci sarà solo una vecchia scimmietta pelata e piuttosto vigliacca ma divertente a prendere la parte della spalla comica in un dramma invece dalle tinte forti. Una tragedia shakespeariana, si sarebbe detto una volta.

Scene spettacolari ce ne sono, anche se pure qui, come nel precedente capitolo scimmiesco di Reeves (che ha alternato la commedia sentimentale-noir di Tre amici, un matrimonio e un funerale a monster movie Coverfield ed ha un certo talento per le inquadrature, i pesi della composizione e i lunghi movimenti di macchina, anche quando gli attori sono tutti generati dal computer), però i combattimenti diventano imprecisi, non tornano, sono surreali e vengono tirati troppo in lungo, come negli western degli anni Quaranta. Sono simboli del conflitto e della tensione, certo, ma che continua a montare in maniera irrealistica. L’equivalente delle cavalcate per chilometri sul campo di calcio con addirittura la curvatura terrestre di Holly e Benji.

war pianeta scimmie recensione

Il film per molti versi, poi, richiama i canoni delle pellicole western classiche, alla Ombre rosse, per intendersi. Sia per la presenza dell’Ovest americano che per per quella delle scimmie a cavallo, pioniere di un mondo diverso, certo, ma che quando sono unite però riescono ad essere potenti e grandi. Lo fa anche dal punto di vista morale, rendendo aridi e torridi i conflitti morali dei protagonisti, che sono sostanzialmente basati su una interpretazione freudiana della psiche (il dolore e la rabbia, la nevrosi come manifestazione attuale dei traumi infantili) e della incomunicabilità assoluta. Sono tutti pazzi marci e se si fermassero a pensare, non dico a parlarsi, il film andrebbe completamente da un’altra parte. Ma tant’è.

È un bel film? Decisamente. Vale la pena immergersi nella sua visione? Se amate il genere, qui c’è la profondità e ricchezza di temi che ci si può aspettare. Però occhio, fate attenzione che non è un film leggero, da vedere con gli amici per poi uscire più felici e pronti a passare il resto della serata al bowling. Il rischio è di andare a giocare a bowling da soli con i teschi degli amici scomparsi in guerra. L’America che il film racconta, infatti, è un’America profondamente mutata, in cui noi siamo diventati loro, le scimmie (ma va? non ve l’aspettavate vero?) e viviamo perennemente sospesi tra conflitti interiori e conflitti esterni. Tra violenza subita e violenza perpetrata, fra tradimento e follia, tra semplici sbagli e narcisismo omicida. Un po’ deprime, anche se forse l’effetto complessivo è più catartico che altro. Detto questo, se per voi il cilicio è un utile accessorio della stagione 2016-2017, correte al cinema prima che ve lo tolgano. La vista della valle miracolata vale il prezzo del biglietto da sola.