20 grandi storie Disney di Giorgio Cavazzano, secondo noi

Il fumettista veneziano Giorgio Cavazzano ha tagliato il traguardo dei 50 anni di carriera in Disney. Era il 13 agosto del 1967 quando, sulle pagine di Topolino n. 611, veniva pubblicata Paperino e il singhiozzo a martello, la prima storia Disney disegnata dall’autore, che all’epoca aveva solo 20 anni. Da quel momento Cavazzano non si è più fermato e, negli anni, il suo stile e il suo lavoro hanno contribuito a cambiare l’immaginario di Paperi e Topi, fino a diventare un modello da seguire e imitare.

Sono centinaia i fumetti Disney firmati da Cavazzano nel corso di cinque decadi. Vista la grande quantità di materiale, diventerebbe difficile scegliere le storie migliori in senso assoluto. Per celebrare l’importante traguardo di uno dei più grandi fumettisti italiani contemporanei, abbiamo quindi scelto di selezionare 20 racconti in base alle sensazioni, ai ricordi e ai gusti personali, mettendo un po’ da parte la ragione e preferendo lasciarci trasportare dai sentimenti.

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Zio paperone e i tapirlonghi fiutatori

tapirlonghi giorgio cavazzano cimino
Testi di Rodolfo Cimino, da Topolino n. 1703 (17 luglio 1988)

Senza questo fumetto, Striscia la Notizia – e quindi l’Italia – non sarebbe la stessa. Vi si racconta, in una commedia avventurosa, la ricerca e l’esplorazione di un remoto angolo del pianeta dove imperversa una speciale razza di tapiri: i tapirlonghi, esperti cacciatori (e mangiatori) di preziosi tartufi.

Topolino (cui ero abbonato da qualche tempo) era passato di proprietà poche settimane prima, da Mondadori a Disney Italia. Dopo qualche anno di allontanamento dal giornale e dissidi con Romano Scarpa, insofferente per le simpatie socialiste e per il sodalizio crescente con Cavazzano, Rodolfo Cimino era rientrato in squadra e offriva qui un saggio dei suoi temi ricorrenti: ecologia, cucina e caccia al tesoro.

Detto anche “l’uomo dei tapiri” (come testimonia, con dovizia teoretica, la nonautorevole Nonciclopedia), Cimino aveva nei tapiri uno dei suoi leitmotiv più insulsi e al contempo ragionati, metafora di una spudorata giocosità. Animale co-protagonista di numerose storie – ma utilizzato anche come insulto surreale – il tapiro era per il mio io quasi-adolescente una bestiola immaginaria, vera quanto un’invenzione grafica.

Cavazzano qui (mi) si rivelò come il più geniale disegnatore di animali: niente anatomie precise da sussidiario ma nemmeno semplificazioni da peluche, creature saltellanti e simpatiche ma anche un po’ anarcoidi, forse nevrotiche, morbide eppure sfilacciate, forse puzzolenti ma di una sporcizia accettabile e, in sostanza, condivisibile. Difficile dirlo a parole e a distanza di decenni, ma quella storia mi rivelò una possibilità o, forse, un sogno. Una illusione futile eppure solidissima, per una mente ancora bambina: pupazzi viventi che sarebbe stato bello frequentare, in qualche mo(n)do.

Quando Striscia la Notizia lanciò nel 1996 il suo tapiro tra le celebrity della fantasia italiana, le divertenti forme e movenze cavazzaniane – orecchie e proboscide da elefante, linguaccia penzoloni – che gli avevo associato, si dissolsero con la forza delle delusioni post-adolescenziali.

Ma la verità è che a inchiodarsi nella memoria – la mia, almeno – fu soprattutto quella parola: tapirlonghi. Assurda, lunga, rotolante, insomma tanto insulsa quanto spassosa. Noi lettori Disney sappiamo quanto Cimino abbia contribuito a rendere la ‘nostra’ lingua italiana, così spesso rigida rispetto ad altre (penso al francese, oltre che all’inglese), un potenziale parco dei divertimenti sonori e semantici. Un parco cui tornare periodicamente in visita – con i ricordi – anche perché, in questo caso, arredato con la veemente allegria visiva di Cavazzano, maestro di design delle forme pupazzettistiche.

– Matteo Stefanelli

Zio Paperone e il Terzo Nilo

cavazzano terzo nilo
Testi di François Corteggiani, su Topolino n. 2281 e 2282 (17 e 24 agosto 1999)

Ecco com’era il periodo della mia vita da lettore di fumetti quando usciva Zio Paperone e il Terzo Nilo: stavo in fissa con PK – di cui ho ancora imballate le agendine estive – avevo una strana ossessione per Mouse, la rivista sul mondo digitale che davano in allegato a Topolino, custodivo ogni uscita del Papersera, e ancora non sapevo che mi sarei lasciato scivolare nell’ossessione per MMMM X-Mickey.

A fare effetto su di me furono, poco dopo, i recuperi dei classici Casablanca, La strada, Paperino e l’insolito Remake. Erano così diversi da tutto il resto. A posteriori, però, Zio Paperone e il Terzo Nilo era la prima o la seconda storia disegnata da Cavazzano che leggevo e sui cui potevo aver cronologicamente e fisicamente messo gli occhi.

Storia in due parti che ho sicuramente letto da bambino (era neanche un anno che avevo iniziato a farmi comprare regolarmente Topolino – per i miei biografi: tutto ebbe inizio con il n. 2241) ma di cui ho ricordi soltanto grazie a I Giganti di Topolino, una serie di ristampe che imitava le moderne Artist Edition e presentava le tavole in bianco e nero, nel loro formato originale.

Mi sono rimaste impresse le due pagine che aprivano le rispettive parti, in cui Cavazzano disegnava due splash indianajonesiane, per gusto compositivo e resa, piene di tratteggi ombrosi in questa rappresentazione dell’Egitto che stava più dalle parti del Messico che dell’Africa settentrionale.

Lo spunto di François Corteggiani è il classico dei classici (una spedizione per trovare il fantomatico Terzo Nilo, dopo il Nilo bianco e Nilo azzurro) ma è mischiato con elementi moderni, come la civiltà egizia proto-luddista che, quando scopre la decadenza del nostri tempi, preferisce vivere nell’irrealtà che si sono costruiti attorno, o l’accento marcato sulle (allora) nuove tecnologie. Quest’ultimo dettaglio mi manda particolarmente su di giri («Mandandogli un’e-mail è come se gli telefonassimo») ma mi affascinano anche i piccoli e grandi segni di stile di Cavazzano, dalle evocative ambientazioni fusion indio-egiziane al modo buffissimo in cui disegna il computer di Battista sopra un sacco panciuto.

– Andrea Fiamma

Paperino e l’eroico smemorato

giorgio Cavazzano Paperino Eroico smemorato
Testi di Giorgio Pezzin, Topolino n. 1059 (14 marzo 1976)

Siamo nel periodo più sperimentale di Giorgio Cavazzano, quando fonde nelle sue tavole influenze diversissime: per disegnare i protagonisti disneyani utilizza un segno canonico mutuato dal suo maestro Romano Scarpa, ma reso più guizzante e schizzato; i comprimari umanoidi discendono dal fumetto franco-belga della scuola di Marcinelle, Uderzo e Franquin su tutti; fondali, ambienti e mezzi di trasporto sono invece quasi realistici, tridimensionali e molto particolareggiati. Il risultato è fenomenale, preferito da molti (tra cui il sottoscritto) allo stile definitivo e maturo che si normalizzerà a partire dagli anni Novanta.

Questo Cavazzano si presta moltissimo a storie molto dinamiche, con situazioni demenziali e spettacolari al tempo stesso. Il principale “complice” è lo sceneggiatore Giorgio Pezzin, con un corpus di circa 40 storie realizzate insieme tra la metà degli anni Sessanta e gli anni Ottanta.

L’eroico smemorato ne è un esempio perfetto. Paperino e Paperoga cercano personaggi famosi da intervistare per una nuova linea di biografie PdP, ma l’unico che riescono a coinvolgere è un eroico pilota bellico che ha perso la memoria. Per fargliela tornare è necessario insegnargli di nuovo a pilotare un bombardiere d’epoca e ricostruire l’incidente che gli ha causato l’amnesia: un tuffo da kamikaze per affondare una corazzata! La storia è una continua sequenza di gag, distruzioni e ricostruzioni dell’aeroplano e scene di volo, disegnate da Cavazzano come una parodia dei fumetti di guerra che spopolavano in Italia nel decennio precedente.

Alberto Brambilla

Zio Paperone e l’avventura in Formula 1

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Testi di Giorgio Pezzin, Topolino n. 1501 e 1502 (2 e 9 settembre 1984)

Ancora la coppia Pezzin/Cavazzano per una storia più lunga ma altrettanto demenziale. Paperone fonda una propria scuderia di Formula 1 per poter fare pubblicità ai suoi prodotti durante i Gran Premi e assolda i nipotini come meccanici e Paperino come unico pilota. La macchina, la Turbopaper MK 1, è costruita con pezzi di vetture recuperati in discarica e deve essere rimessa insieme (anche con l’attaccatutto!) al termine di ogni gara, dopo che Paperino l’ha immancabilmente distrutta.

Pezzin farcisce la storia di parodie di case automobilistiche e piloti dell’epoca: Perrari, McLallen, Alfa Marameo, Plotus, Alain Crost, Emerson Fitticaldi, Niki Bagnacauda. Memorabile la scena in cui a Paperone vengono mostrate sezioni della tuta da pilota in cui si può inserire la pubblicità utilizzando un pannello che ricorda gli schemi dei tagli di carne degli animali.

Cavazzano realizza dei disegni perfetti per questa sceneggiatura comica. I paperi sono un po’ più tondeggianti rispetto a quelli schizzatissimi di una decina d’anni prima ma ugualmente espressivi. Conserva il segno realistico per mezzi e ambienti tranne che per le auto da corsa, che deforma in modo efficacissimo (soprattutto quella di Paperino), facendole somigliare più a automobiline giocattolo; si muovono sulla pista in modo irreale, quasi come esseri viventi, saltano, sbandano… si schiantano.

– Alberto Brambilla

Zio Paperone alla conquista del Leone d’oro

cavazzano zio paperone leone d'oro
Testi di Giorgio Cavazzano, Topolino n. 1695 (31 agosto 1986)

Alla conquista del leone d’oro contiene quasi tutti gli elementi della poetica di Cavazzano: la metanarrazione, grande presenza dei corpi, l’ironia da quarta parete, scorci di Venezia.

L’autore mette in scena il tentativo di Paperone per conquistare il premio più ambito della Mostra del Cinema di Venezia. Per raggiungere lo scopo, il miliardario coinvolge il parentado nella realizzazione di un film che possa gareggiare al Lido, in questo caso un adattamento di una storia di Romano Scarpa, che i paperi definiscono «Uno dei più bravi». In pratica è la puntata Il film festival di Springfield de I Simpson, nove anni prima (con gag paurosamente simili).

Come per tutte le storie collocabili temporalmente, lo svolgimento ha quel gusto vagamente stantio dato dai riferimenti demodé (alcuni li ho dovuti googlare) e da un certo modo di pensare alle storie Disney che adesso non usa più.

– Andrea Fiamma

Topolino e il segreto del castello

cavazzano segreto castello
Testi di Bruno Concina, Topolino n. 1565 (24 novembre 1985)

Ho letto questa storia per la prima volta su Toporecord, una ristampa di alcune storie primatiste. Il suo fascino sta più nel meccanismo sotteso al gioco che nell’effettiva bontà della storia. Un Cavazzano ancora sketchettoso ha però l’onore di battezzare il primo fumetto a bivi in stile Choose Your Own Adventure, la serie di librigioco americana che all’epoca era già diventata effige degli anni Ottanta.

Il mistero di un castello che sembra animato da forze oscure porta Topolino e Pippo a indagare le stanze della roccaforte. A ogni biforcazione (andiamo a destra o a sinistra? Torniamo domani mattina o continuiamo la ricerca?) il lettore è chiamato in causa e le decisioni modellano lo scorrere degli eventi. La sensazione di interattività data da quei bottoni, quelle icone rappresentanti le scelte da compiere, era simile ai primi approcci con il mondo videoludico che mi sarebbe capitato di fare da lì a poco.

Finale preferito: quello col fantasma.

– Andrea Fiamma

La vera storia di Novecento

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Testi di Tito Faraci, Topolino n. 2737 (13 maggio 2008)

Novecento di Alessandro Baricco ha avuto tante vite. È nato come monologo teatrale, è diventato un libro, è stato in seguito adattato al cinema da Tornatore nel film La leggenda del pianista sull’oceano e, infine, ha subìto il trattamento Parodia Disney per mano di Tito Faraci e Giorgio Cavazzano.

La storia la conoscete: è bella e toccante. Nella sua versione Disney, intitolata La vera storia di Novecento, Faraci restituisce molto delle atmosfere e delle emozioni del film, facendo raccontare a Topolino la leggenda di Novecento, il miglior pianista del mondo che ha sempre vissuto su una nave.

Una delle scene più memorabili del racconto messe su carta da Cavazzano è senza dubbio lo scontro musicale tra Ferdinand “Jelly” Blackspot-Macchia Nera e Novecento-Pippo, che riprende l’omonima e famosa scena del film di Tornatore.

Guardate ad esempio la prima vignetta della pagina che ho selezionato per presentare questo testo, che raffigura Pippo di spalle mentre suona. Rendere il personaggio di schiena è una scelta insolita ma stilisticamente calcolata e rappresenta una variazione intelligente, atta a non ripetere in maniera uguale le molte scene al pianoforte presenti nella storia. Con questa inquadratura magistrale Cavazzano catapulta il lettore direttamente dentro la vignetta, facendolo diventare spettatore attivo, come se stesse assistendo alla scena in diretta, seduto dietro il suonatore. Con una moltiplicazione delle braccia, rende il movimento frenetico di Pippo sui tasti del piano in modo cartoonesco ed esagerato, e così facendo restituisce – in maniera comica – la grande enfasi di un momento assolutamente centrale del racconto.

Ma questa storia è piena di grandissime scelte e soluzioni. Le scene di danza, con il close-up sui piedi sollevati in aria dei passeggeri, a simulare il movimento del ballo; le note musicali che saturano le tavole; i tagli obliqui e le inquadrature sghembe delle vignette che simulano il rollio della nave, o la rappresentazione di quest’ultima: gigante, granitica in mezzo all’oceano. Ci sono pochissime scene in cui la si vede per intero. Cavazzano la disegna invadente e incontenibile, quasi straripante e strizzata nelle vignette, facendola diventare essa stessa protagonista.

– Andrea Queirolo

Topolino e il mistero della voce spezzata

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Testi di Silvano Mezzavilla, Topolino n. 1835 e 1835 (20 e 27 gennaio 1991)

Una telefonata misteriosa raggiunge diverse persone in città, tra cui Topolino, dando inizio a un indagine che ruota attorno alla scomparsa, avvenuta un anno prima, del professor Norton. Scritta da Silvano Mezzavilla, Topolino e il mistero della voce spezzata è un giallo pesantissimo per i canoni del settimanale, in cui il Nostro è il protagonista unico di una vicenda asciutta, che si muove rapida tra i luoghi umidi di Topolino e lascia pochissimo spazio alla comicità.

Ho un ricordo inquietante e inquieto di questa storia che non dà sollievo nemmeno nel finale e non concede mai, al lettore bambino qual ero, catarsi. Tante sono le vignette di ambientazione, che non muovono la trama ma raccontano un umore (le prime cinque pagine sono dedicate a dipingere una città che non sfigurerebbe in una short story di Raymond Chandler). Il vuoto, l’oscurità e la pioggia vengono disegnati come poche volte gli capiterà di fare in Disney.

I temporali, il rabbuiarsi del cielo e l’acqua che cade a scrosci diventano il personaggio principale della storia, accompagnando le ricerche di Topolino fino a un finale amarotico, con una splash page della città affogata tra la notte e le luci artificiali che sembra uscita da un noir giapponese.

– Andrea Fiamma

Paperino e l’insolito remake

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Testi di Giorgio Cavazzano, Topolino n. 1672 (13 dicembre 1987)

Quando fu pubblicata per la prima volta su Topolino nel 1987, questa storia aveva tutto per entusiasmare un bambino di 7 anni curioso e appassionato come me: era fantasiosa e giocosa, richiamava qualcosa di più grande che era evidente dietro le quinte (e all’epoca da me solo intuibile), presentava un Paperino simpaticamente caciarone ed era “disegnata bene”.

L’insolito remake vede Topolino, Pippo e Paperino (insieme a Gambadilegno e a tutti gli altri) nei panni di attori per un film basato su Topolino giornalista, una delle storie più celebri di Floyd Gottfredson. Per l’occasione, i personaggi sono tenuti a indossare particolari costumi di scena che li rendono simili alle loro versioni anni Trenta: Topolino ha i pantaloni corti con i distintivi bottoni gialli, Pippo gilet rosso e niente pantaloni, Gambadilegno ha… una gamba di legno e Paperino un becco più allungato e una blusa blu anziché nera.

Il pesante gioco meta-narrativo è mitigato da una serie di gag che a distanza di 30 anni funzionano ancora molto bene (con un Paperino egomaniaco che cerca di sovvertire in tutti modi i ruoli per diventare protagonista della pellicola), a dimostrazione di come Cavazzano sia riuscito a creare un piccolo classico disneyano. Un classico che forse oggi funziona ancor più di ieri, grazie a una maggiore consapevolezza dei lettori (e alla facile reperibilità di informazioni su tutto quello che c’è dietro).

– Andrea Antonazzo

Topolino e il passaggio a Tor Korgat

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Testi di Roberto Gagnor, Topolino n. 3013 (27 agosto 2013)

Scritto da Roberto Gagnor, Passaggio a Tor Korgat è un racconto d’avventura con dei (forse fin troppo marcati) rivoli sentimentali riguardanti il rapporto amore-odio tra Topolino e Gambadilegno che innervano la trama.

Cavazzano sostiene la storia con le migliori pagine delle sua produzione recente: la doppia splash in cui i fianchi delle montagne scavate dal vento e dalla matita si muovono verso l’alto, le vignette con prospettive marcatissime, le lingue di ghiaccio, i giochi di linee con le corde da scalata, le vedute silenziose che sembrano realizzate da un membro dell’ashcan school che è scappato dalla città ed è andato a vivere sulle Dolomiti.

Passaggio a Tor Korgat è una delle storie recenti (2013) di Cavazzano, che dimostrano la sua incredibile solidità, financo una maturazione artistica che gli ha affinato il segno. Come Hokusai, che a forza di dipingere la stessa cosa per anni alla fine è riuscito a farlo con un unico gesto perfetto, il disegnatore tira fuori dalla pagina tavole evocative dove il lato comico, anche nei momenti leggeri, è messo da parte per massimizzare l’impatto visivo della storia.

– Andrea Fiamma

Zio Paperone e l’invasione dei Ki-Kongi

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Testi di Rodolfo Cimino, Topolino n. 934 e 935 (21 ottobre 1973 e 28 ottobre 1973)

A un piccolo me quei giganti rosa colpirono subito, per la loro minacciosità e gigantosità. Da una vignetta Disney di apertura, probabilmente, non mi attendevo una panoramica con in primo piano esseri non topeschi o papereschi, per giunta mostruosi e sovradimensionati rispetto alle consuete rotondità di paesaggi e persone note. Inoltre i toni apocalittici, per un bimbo alle prime letture autonome (non so quando la scoprii – primissimi ’80? – ma so che nei miei ricordi è tra i primi fumetti memorabili della mia infanzia), suonarono piuttosto spaventosi.

La trama era sci-fi: gli scienziati del pianeta Piramidonia, la scoperta della “sostanza base universale”, ed enormi creature diventate da produttrici a distruttrici (e spedite sulla Terra). Il suo sviluppo era però cupo, con tanto di panico internazionale (scaricabarile tra nazioni ‘invase’), crisi militare ed economica (eserciti sconfitti, impiego di riserve aurifere pubbliche e private), satira geopolitica (l’ONU ritratta come litigiosa ‘Assemblea delle Associazioni Sparpagliate’). Poco allegro, in anni di Guerra Fredda.

Per fortuna il clima da catastrofe imminente di quel racconto era temperato da un afflato etico familiare e rassicurante – il buon senso ‘buonista’ che prevarrà nel finale. Non per questo il senso di tragedia – bislacca, certo – incombente sui paperi suonava meno elettrizzante, in un immaginario personale forse già esposto a qualche robottone giapponese, senza però il vero modello del mega-mostro antropoide (King Kong) né l’alfabetizzazione alla distruzione di quei Godzilla & C. che avrei incontrato – poco più tardi, presumo – in tv.

C’era poi quel rosa dal gusto camp, come potremmo dire oggi, che non si addiceva alla (mia) estetica Disney. Ma la scelta cromatica – che non saprei a chi attribuire – fece la sua parte soprattutto perché, in anni di Big Babol, per un maschietto significava, essenzialmente, elasticità masticabile. La ‘gommosità’ tipica delle forme cavazzaniane, in questo senso, trovò in quel colore la concausa di un effetto paradossale: terrore morbido, più che ammorbidito. Mostri tra il petroso e il cingommoso, in grado di sradicare, disintegrare e distruggere ma emettendo un rumore – o così immaginavo – silenzioso; colossi capaci di deglutire enormità, certo, ma con dolce, fantascientifica fluidità.

Quel giganteggiare elastico, inumano e in definitiva enigmatico, popolò allora anche qualche mio sogno infantile. Oggi che non posso più ricostruirli li immagino bizzarri, pieni di suoni roboanti, goduriosi come esplorazioni sfrenate di un mondo fantastico, noto forse solo a me e a pochi fortunati (lettori di Cimino/Cavazzano). Ne L’invasione dei Ki-Kongi c’era tutto ciò che avrei cercato, più avanti, in un fumetto “di intrattenimento”: commedia e tragedia, il cosmo e la cameretta, paroloni precisi e parolette inventate, forme e deformazioni, linee chiare e linee confuse, grandi idee e grandi stramberie. O forse questo è ciò che riesco a vederci oggi.

All’epoca, in quella stanzetta di amici in cui la scoprii per caso, passai a setaccio ogni scaffale per trovare il Topolino che ospitava la puntata successiva. La avrei cercata per anni, o mesi, o forse solo settimane – so solo quanto intensamente la cercai, e quanto ancora la mia memoria sia lì, tesa, alla spasmodica ricerca di una lettura incredibile.

– Matteo Stefanelli

Topolino presenta: La strada

cavazzano topolino la strada
Testi di Massimo Marconi (su Topolino n. 1866 del 1 settembre 1991)

La strada è una parodia atipica, non pienamente aderente ai canoni disneyani. Ispirata all’omonimo film del 1954 di Federico Fellini con Giulietta Masina (premio Oscar nel 1957 come miglior film straniero), la storia vede la partecipazione dello stesso regista e della sua consorte come protagonisti. A differenza dal solito, i due però non sono trasformati in topi, cani o paperi, ma sono loro stessi, ben rappresentati in forma umoristica da Giorgio Cavazzano (che del resto all’epoca aveva già molta esperienza con personaggi non disneyani o antropomorfi, come Altai e Jonson).

L’altra singolarità sta nel fatto che Topolino e soci appaiono qui nel loro look classico: il Topo ha i pantaloni corti e rossi e occhi completamente neri, mentre Minnie è raffigurata con il gonnellino a pois, dando alla storia una nota vintage che accompagna la scelta di una colorazione che ricorda quella delle sunday page americane. E Gambadilegno nei panni di Zampanò/Anthony Quinn risulta davvero irresistibile.

La messa in scena de La strada segue la trama del film in maniera quasi pedissequa, anche se la malinconia neorealistica lascia qui spazio a gag e umorismo (e a un minimo di azione). L’epilogo, poi, racconta in forma leggermente romanzata lo storico incontro a Disneyland tra Fellini e Walt Disney in persona, trasformandolo in leggenda.

– Andrea Antonazzo

Anderville

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Testi di Tito Faraci, Mickey Mouse Mystery Magazine n. 0, (1 maggio 1999)

Nato sull’onda del successo di PKNA, Mickey Mouse Mystery Magazine presenta una versione alternativa, più noir, dei classici gialli di Topolino, che si trasferisce da Topolinia a Anderville, metropoli ultramoderna, popolosa e pericolosa, per andare alla ricerca del suo amico Sonny Mitchell misteriosamente scomparso. Gli sceneggiatori della serie, principalmente Tito Faraci e Francesco Artibani, giocano sugli stereotipi del genere hard boiled precipitandoci dentro Topolino, che si ritrova spiazzato dalla situazione molto diversa da quella a cui è abituato: ad Anderville non ci sono poliziotti compiacenti che chiedono aiuto ai detective dilettanti, né criminali pasticcioni e sovrappeso, bensì terroristi, politici corrotti, gangster.

Il numero pilota è disegnato da Giorgio Cavazzano, che approfitta del formato maggiore rispetto a quello di Topolino e della gabbia libera per lasciarsi andare a virtuosismi grafici, soprattutto per inquadrature, impaginazione e taglio delle vignette. Ci sono pagine disegnate esclusivamente a strisce “widescreen”, altre spezzettate in una moltitudine di quadretti e una (quasi) splash page; una doppia pagina rappresenta la pianta di Anderville su cui si sovrappongono sette vignette, una per ogni luogo che Topolino visita durante l’indagine; due pagine mute sono dedicate al sopralluogo dello studio di Sonny, tutto giocato sugli oggetti e sugli sguardi del protagonista.

La sequenza migliore dell’albo è il tentativo pestaggio da parte di due scagnozzi, intervallato con le sequenze della partita di baseball trasmesse dal televisore di un bar, una scena di un’efficacia raramente eguagliata in un fumetto Disney.

– Alberto Brambilla

Zio Paperone e l’uomo dei paperi

cavazzano uomo paperi
Testi di Rudy Salvagnini, Topolino n. 1919 (6 settembre 1992)

Se c’è una storia più vicina al concetto di “pornografia nerd” che si possa associare al settimanale, proprio non saprei quale sia. Celebrazione di Carl Barks, Zio Paperone e l’uomo dei paperi mischia metafiction, omaggio e ricreazione filologica delle prime apparizioni dei paperi di Barks, nascondendo a fatica il puro intento giocoso di inserire il fumettista come personaggio di una storia.

Il gusto di vedere Carl Barks, le sue storie e i suoi paperi disegnati da Cavazzano supera ogni possibile apprezzamento per la trama. Attraverso la storia cornice di una giornalista che si reca a casa di Barks per intervistarlo, lo sceneggiatore Rudy Salvagnini snocciola tutte le apparizioni di Paperone, Paperino e il resto del cast piumato e le sistema in un percorso ipotetico in cui Paperopoli tutta sarebbe già esistita e Barks si sarebbe limitato a far conoscere al mondo questi personaggi.

La storia, che si chiude con la presentazione alla mostra del cinema di Venezia di un film fittizio dedicato all’amicizia tra Barks e Paperone (dettaglio inserito, a detta di Salvagnini, solo per contestualizzare temporalmente la vicenda), costituisce un unicum per la presenza diegetica di un autore Disney, omaggio riservato a Walt soltanto, che tanto aveva contributo a formare Cavazzano come disegnatore.

– Andrea Fiamma

Dragon Lords

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Testi di Byron Erickson, Zio Paperone 165-176 (2003-2004); edizione originale Die tollsten Geschichten von Donald Duck 189-200 (2003-2004)

Lo sappiamo che noi italiani lo facciamo meglio. Sto parlando ovviamente di fumetto Disney: secondo la maggior parte dei lettori – e mi conto dentro anch’io – le storie di produzione italiana sono nettamente migliori di quelle estere, a parte quelle della trimurti Gottfredson-Barks-Rosa. C’è sicuramente del vero in questa affermazione, a partire già dal fatto che le storie Made in Italy sono molte di più, ma anche scritte e disegnate da autori tendenzialmente migliori. Ci sono in realtà vari casi di eccellenze estere, che noi conosciamo grazie alla pubblicazioni sulla fu testata Zio Paperone o ora su Tesori International oppure che siamo costretti a leggere decifrando il danese o il tedesco delle pubblicazioni Egmont.

Tra le eccellenze bisogna indicare la saga Dragon Lords, pubblicata inizialmente in Germania, scritta dallo statunitense Byron Erickson e disegnata da Cavazzano tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, epoca in cui stava iniziando quella che sarebbe diventata una lunga e proficua collaborazione con l’editore nordeuropeo. Si tratta di una lunga avventura in 12 episodi che vede protagonisti Qui, Quo e Qua insieme a Paperino e Paperone, per una volta nel ruolo di spalla dei nipotini, catapultati in un mondo fantastico in cui un gruppo di ribelli umani resiste contro i crudeli Morg.

È di una delle poche saghe fantasy disneyane e certamente una delle più riuscite. Aver scelto QQQ come protagonisti fa sì che si tratti di un fantasy “a misura di bambino”, senza la necessità di particolari afflati epici; d’altra parte le maglie più larghe dell’editing Egmont e permette agli autori di parlare (mai mostrare) di morte, uccisioni e torture, mettendo un po’ di brio in più alla trama.

Certamente gran parte della qualità della saga è data dai disegni di Cavazzano, che infatti le è molto affezionato. Si nota subito che si tratta di un lavoro molto sentito, nel quale ha messo se possibile più impegno del solito. È l’artista maturo dei tardi anni Novanta, a suo agio a rappresentare ormai qualsiasi cosa con eleganza e equilibrio, senza risultare mai sforzato e senza “tirare via” nemmeno una volta. Il formato comic book, più grande di Topolino, e la struttura della tavola su quattro strisce gli permettono di giocare con maggiore libertà con la struttura della tavola con soluzioni simili a quelle che i suoi colleghi più giovani stavano sperimentando in quegli anni su PKNA e che lui stesso ha da poco utilizzato per Mickey Mouse Mystery Magazine.

Su tutto spicca il design dei draghi. Come nei suoi lavori degli anni Settanta, Cavazzano sembra guardare ancora una volta al fumetto franco-belga, in particolare a Moebius: i suoi non sono rettili dai tratti disneyani, paciocconi come Elliot o il drago recalcitrante, ma creature simili a pterodattili, ispirati alla cavalcatura volante di Arzak.

– Alberto Brambilla

Topolino e il surreale viaggio del destino

cavazzano Surreale viaggio
Testi di Roberto Gagnor, Topolino n. 2861 (28 settembre 2010)

Nel 1945 Walt Disney chiama Salvador Dalì per proporgli la realizzazione di un cortometraggio intitolato Destino, il cui contenuto è basato sulla versione di Dora Luz dell’omonima canzone. Affiancato dallo story artist John Hench, Dalì scrive disegna e dipinge tantissime versioni diverse della storia. Poi, in fase di storyboard, Destino viene abbandonato. Alla fine degli anni Novanta, Roy Disney, nipote di Walt e parte dei ranghi della dirigenza, riesuma il progetto con l’intento di includerlo in un nuovo film antologico sul modello di Fantasia e Fantasia 2000. L’idea sfuma ma il corto viene comunque ultimato nel 2003.

La lavorazione di Destino è alla base di questa avventura che, ottimizzando le risorse, si inserisce anche nel filone che Topolino ha dedicato ai momenti più importanti della Storia dell’arte. Il Surrealismo viene dunque riletto alla luce del rapporto tra i due artisti e spiegato attraverso le gag di Topolino, Pippo, Paperino e Gambadilegno, qui presentati nella loro versione anni Trenta.

Dato che i motivi dietro all’abbandono non sono chiari (si citano mancanza di fondi, perdita di interesse, incomprensibilità tra Disney e Dalì), lo sceneggiatore Roberto Gagnor riempie i buchi fornendo un’ironica interpretazione del perché ci sia voluto mezzo secolo per completare Destino, cogliendo l’occasione di inserire riferimenti al mondo di Dalì (i quadri celebri ma anche la tuta da sommozzatore o il telefono aragosta).

Cavazzano torna a disegnare i tre personaggi Disney alla vecchia maniera, Pippo dinoccolato, Paperino tarchiatello con il becco appuntito e Topolino in calzoncini, aggiungedovi le pregevoli caricature di Disney e Dalì e la messa in scena, in alcuni punti ammaliante (gli elefanti dalle gambe lunghe), del loro immaginario.

– Andrea Fiamma

Zio Paperone e l’amichevole… con il nemico

amichevole giorgio cavazzano vialli topolino
Testi di Gianluca Vialli e Alessandro Sisti, Topolino n. 2124 (13 agosto 1996)

Uno dei primi fumetti di cui ricordo momento e luogo dell’acquisto è Papergol (per l’anagrafe Super Disney 9), un “vattelapesca Disney” pubblicato per i Mondiali del 1998. Ero in vacanza in colonia in Valtellina e l’ho preso in un’edicola per avere qualcosa da leggere in pullman. Tra le varie storie dedicate al calcio c’era anche questa, una storia che vedeva Paperone mecenate interessato della squadra dei nipotini, che portava in trasferta all’estero nel poverissimo paese sudamericano di Puerto Boletas. L’autore dei testi era strano, un nome che non avevo mai letto su un Topolino e che sembrava molto simile a quello di un giocatore di calcio: Gianluca Vialli.

Solo anni dopo avrei scoperto che L’amichevole… con il nemico faceva parte di un ciclo di storie scritte da vip e che quel Vialli era proprio il calciatore.

La vicenda è abbastanza semplice e incentrata sui valori dell’amicizia e della sportività nonostante sia scritta da un ex juventino. Non una storia che sarà ricordata nelle biografie di Cavazzano o Sisti, ma una storia che è rimasta impressa nella memoria di un giovane lettore per la sua freschezza.

Cavazzano crea un nuovo cast di comprimari, come i compagni di squadra di Qui, Quo e Qua, il capitano della nave cavoliera su cui viaggiano, il proprietario dell’albergo dove alloggiano e soprattutto il presidente di Puerto Boletas, caratterizzato da un paio di indimenticabili baffoni. Si tratta di personaggi che non vivono per più di una manciata di pagine, ma che la matita del disegnatore riesce a caratterizzare immediatamente: basta un’espressione nella vignetta d’esordio e subito è perfettamente chiaro al lettore il carattere del personaggio che ha di fronte.

– Alberto Brambilla

Paperino e il ritorno di Reginella

cavazzano paperino ritorno reginella
di Rodolfo Cimino, Almanacco Topolino n. 213 (1 settembre 1974)

La migliore delle storie di Reginella, o almeno quella in cui si sviluppa di più la storia d’amore tra lei e Paperino. La regina aliena lascia la colonia sottomarina per recarsi sulla terraferma alla ricerca di un apparecchio fondamentale per permettere al suo popoli di tornare su Pacificus, ma per strada incontra per caso Paperino e l’amore tra i due, che erano stati costretti a soffocare in chiusura di Paperino e l’avventura sottomarina, riesplode violentemente. Partono e si isolano dal mondo in una baita in cui passeranno dei momenti di gioia in compagnia esclusivamente l’uno dell’altra.

L’elemento di rottura di questa storia è il comportamento insolito dei due protagonisti. Da un lato Paperino, innamoratissimo di Reginella, sembra dimenticarsi completamente dell’esistenza di Paperina, che invece veniva citata nel capitolo precedente del ciclo. Reginella addirittura per stare con il suo amato  abbandona il suo popolo, che le ha donato parte della propria energia vitale per sopravvivere sulla Terra e solo all’ultimo prenderà la decisione più responsabile e partirà per Pacificus con i suoi.

L’arte di Cavazzano si esprime qui soprattutto nelle espressioni dei protagonisti. Tutti recitano benissimo, dai saggi di Pacificus a Reginella, fino a Paperino. Penso di non aver mai visto in nessun altro fumetto un modo migliore per rappresentare l’amore travolgente e insieme imbarazzato, quasi adolescenziale: l’incredulità da “apparizione della Madonna” della prima vignetta diventa stupore da occhi sgranati e rossore, sorriso ebete di gioia incredibile e suprema (terza vignetta) e infine ginocchia molli e tremolanti. Esattamente le stesse espressioni di quando la nostra prima ragazza ci ha dato il nostro primo bacio, colte perfettamente da Cavazzano nelle espressioni di un tizio con becco, piedi palmati e piume.

– Alberto Brambilla

Topolino e Minni in “Casablanca”

giorgio cavazzano casablanca
Testi di Giorgio Cavazzano, Topolino n. 1657 (30 agosto 1987)

Il fumetto, uno dei primi sceneggiati dallo stesso Cavazzano, rilegge il film omonimo girato da Michael Curtiz nel 1942, con Humphrey Bogart nel ruolo di Rick Blaine. I personaggi Disney si adattano perfettamente a interpretare i ruoli degli attori della pellicola, e questo ha forse facilitato la realizzazione e la riuscita della parodia.

Quello che innalza la storia a vero e proprio capolavoro, però, sono le scelte di regia, le inquadrature e la recitazione dei personaggi. Cavazzano li fa muovere con estrema naturalezza e chiarezza in ambienti che si potrebbero definire angusti e affollati (gran parte delle scene si svolgono all’interno del bar di Mick) e gioca magistralmente con la resa della gestualità e delle espressioni per equilibrare e rendere fluidi i molti dialoghi che infarciscono il racconto.

Non mancano passaggi struggenti sottolineati in particolare dalla faccia sconfortata di Topolino, come ad esempio la splendida scena del treno che potete vedere nella tavola che accompagna questo testo. Eccezionale, inoltre, la caratterizzazione di Pippo, personaggio che Cavazzano sembra davvero saper sfruttare al meglio in ogni occasione, qui nel ruolo di Sam, l’indimenticabile pianista del “suonala ancora”.

Casablanca, quindi, anche grazie all’inedito stile di disegno, una mezzatinta a china che restituisce le atmosfere del bianco e nero del film, può essere considerata una delle opere più importanti e riuscite dell’autore. Sicuramente è una delle opere di Giorgio Cavazzano che indicherei a chiunque mi chiedesse di consigliargli un fumetto Disney da leggere.

– Andrea Queirolo

Paperinik e il festival di Sanromolo

Testi di Bruno Sarda (Topolino 1682, 1988)
Testi di Bruno Sarda, Topolino n. 1682 (21 febbraio 1988)

Paperinik e altri supereroi ristampava tutte le storie di Paperinik più o meno in ordine cronologico. Io ho iniziato intorno al decimo numero, quando impazzavano le storie di impegno sociale o ispirate alla cronaca e al costume, spesso disegnate da Massimo De Vita. Una delle mie preferite era Il festival di Sanromolo, raro paperinik cavazzaniano, parodia, ovviamente, del Festival della Canzone Italiana.

Alla competizione partecipano tre squadre di personaggi noti: i Bassotti in libertà vigilata, il segretario di Rockerduck Lusky e il miglior trio canoro che Paperone possa voglia permettersi per rilanciare la propria casa discografica: Paperino, Paperoga e Gastone. Quando viene rubato il disco d’oro, premio per i vincitori, i sospetti cadono subito sui Bassotti, ma il destino vuole che sia nei paraggi anche Paperinik che indaga e scopre il vero colpevole.

Gran parte dell’umorismo della storia, come accade in questo genere di storie, era legato alle parodie dei cantanti di voga e di pezzi celebri. I tre paperi cantano “Si può guadagnare di più” di De’ Paperoni/Panceri/Bilat e Lusky “O’ sale mio”, mentre compaiono o vengono citati Al Bino e Romana, Toto Mugugno “Paperopolese vero”, Stop Stewart e Princps. Io all’epoca ovviamente ero troppo piccolo per godere dei riferimenti: Paperinik 14 è del 1994, sapevo a malapena leggere. Mi accontentavo però di godere dell’intreccio del giallo, che all’epoca mi sembrava complicatissimo, e soprattutto impazzivo per i costumi di scena di Gastone, Paperoga e Paperino. Il primo al solito fighettino, con una specie di frac. Il secondo con un “look tenebroso”, enormi occhiali scuri e berretto con il pon pon di ordinanza. Il terzo con una gigantesca camicia a scacchi, sformata e trasandata, che gli ho sempre invidiato e che ha condizionato il mio modo di vestire dall’adolescenza a oggi molto più di quanto abbia fatto Kurt Cobain.

– Alberto Brambilla