Qui comincia l’avventura

BANDE A PART(E) [capitolo 13]
Da Hara-Kiri alle Graphic Novel – storie di fumetti e rivoluzioni marginali

Dove il lettore che voglia andare a Parigi scopre un posto in cui si mangia bene e si spende poco; dove scopre che il mondo dell’editoria è sempre stato, in buona parte, un covo di simpatici pirati; e dove, alla fine, tiene in mano il primo numero di Hara-Kiri.

hara kiri

La copertina del primo numero di Hara-Kiri

Risalendo dalla Gare du Nord verso il cuore del 9° arrondissement, si incontra rue de Maugeuge. Dove rue de Maubeuge incrocia rue Roder, si forma un triangolo alberato da sei platani, che ha tutto l’aspetto di una tranquilla piazzetta. Ma in realtà non è una piazza. Nessuna targa la indica come tale. L’unica targa presente dice che quello strano triangolo è l’inizio di una via che, in realtà, comincia al di là di rue Roder e si allunga, anche se non per molto (non è una strada lunga), verso Notre Dame de Lorette. Una via dedicata dalla toponomastica parigina a un oscuro musicologo vissuto a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo. Tale Alexande-Étienne Choron. Se si rivolge lo sguardo verso il Sacro Cuore (maledetto simbolo di repressione che dal 18° arrondissement sovrasta Parigi e che si intravede anche dall’angolo del 9°, in cui ci troviamo a questo punto della storia) sulla destra di questo strano pezzo di rue Choron c’è un tipico bistrot, frequentato solo da dagli abitanti e dei lavoratori del quartiere.

Immagino che il lettore si chiederà cosa ci siamo venuti a fare in questa zona del 9° arrondissement che è assolutamente residenziale, che di solito se uno viene nel 9° è per farsi un giro a Pigalle, al Moulin Rouge, per mangiare una fetta di torta al limone in rue des Martyrs o ravanare nei negozietti di strumenti usati in rue de Douai. Invece no. Siamo qui, in una parte di città silenziosa e operosa. Perché deve sapere, il lettore, che in quel bistrot che ho appena indicato, quello lì sulla destra guardando a Montmartre, che negli anni Sessanta si chiamava Chez Thésée e oggi si chiama Terrasse Choron, narrano le leggende, prendessero sbronze colossali e animassero serate indimenticabili i ragazzi che facevano Hara-Kiri. Ci ho pranzato cercando ricordi di quel gruppo di matti che aveva la redazione al primo piano dello stesso numero civico (il 4) del bistrot, ma i gestori erano troppo giovani e non sapevano nulla di quella storia.

Comunque si mangia bene, costa poco (rispetto agli standard parigini) e non si rischia di incontrare turisti. Se poi qualcuno entra o esce dal civico 4 ci si può intrufolare per buttare un occhio all’architettura che ha visto la nascita di Hara-Kiri. Se le memorie agiografiche dei protagonisti hanno il sapore della leggenda – belli, eroici, poveri – la realtà fu un pochino più prosaica. Non c’è nessuna targa appesa fuori dal portone che ricordi, come avrebbe voluto Cavanna, i fatti in questi termini:

IN QUESTA CASA, AL PRIMO PIANO
DURANTE L’ESTATE DEL 1960
(ANNO INCREDIBILMENTE FECONDO)
FU IDEATO E IMPAGINATO
IL NUMERO UNO DI HARA-KIRI
GIORNALE STUPIDO E CATTIVO.

È una lacuna assurda. Ma purtroppo è così. Al curioso che volesse ricostruire quei fatti non resta che salire le scale di quello stabile, respirare gli odori della cappa del bistrot di sotto che tira male, fermarsi al primo piano e suonare alla porta a sinistra, per vedere se qualcuno gli apre e, magari, scoprire che ormai quei locali sono parte di un appartamento di uso civile. Chissà che non possa aiutare a farsi un’idea di come andarono le cose.

Più o meno così

Dopo la morte di Jean Novi, per tutto il 1959, Cavanna e Fred continuano a lavorare per Le Cordées sotto la direzione di Denis Novi. Ma le cose non funzionano più bene come prima. I rapporti, a causa di divergenze d’idee sulla gestione e sul futuro del giornale, si fanno sempre più tesi.

In una libreria al 170 del Boulevard Saint-Germain, la storica La Hune – purtroppo chiusa definitivamente nel 2014 – a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta arrivano le riviste beat. Roba come la Evergreen Review e altre cose strane. È una libreria che i disegnatori frequentano assiduamente perché specializzata in volume d’arte. Anche solo sfogliarli – che mica se li possono permettere quegli squattrinati! – sai le idee che ti fa venire?

mad 43

Tra quelle altre cose che arrivano sugli scaffali della libreria dagli Stati Uniti c’è anche una rivista umoristica che si chiama Mad. Non è già più il Mad di Kurtzman, quello in cui si era formato Goscinny. Kurtzman se ne era andato nel 1956 perché Gaines, l’editore, rifiutava di cedergli il 51% della proprietà della testata. È il Mad magazine diretto da Al Feldstein. Che se non era un talento umoristico e visivo assoluto come Kurtzman, era un editor decisamente più lungimirante. Sotto la sua guida Mad, che dal 1955 aveva cambiato formato passando dal comic-book al magazine, vira verso un target più giovane. Cambiamento che negli anni Sessanta porterà la rivista a diventare riferimento del movimento giovanile e, in definitiva, un fenomeno di massa.

La scena è questa. Circa alla metà del 1959, Cavanna e Fred fanno il loro giro settimanale da La Hune per sfogliare libri e riviste e tirar su idee per un altro numero di Le Cordées. Cavanna sventola sotto il naso di Fred la copia di Mad che ha appena finito di sfogliare. Il numero 43, quello del dicembre 1958 (ci mettono un po’ ad arrivare a Parigi, i bimestrali americani di fumetti), in cui c’è una incredibile storia di Wallace Wood (The end of Comics) in cui si immagina che i quotidiani, per una nuova politica moralizzatrice del paese, eliminino per sempre i fumetti dalle loro pagine, e si inventa la striscia d’addio di tutti i personaggi più famosi. Da spaccarsi dal ridere.

– Dobbiamo farlo così il giornale. Dobbiamo riuscire a trovare un nostro stile umoristico potente come questo; non siamo americani, è vero, ma dobbiamo farlo proprio così… prima che lo faccia qualcun altro… ho sentito delle voci che qualcuno sta lavorando a una nuova rivista di fumetti, diversa da quello che c’è in giro adesso, Tintin e Spirou…

Mentre Cavanna parla, Fred legge quelle pagine, e (forse) fa: – Veramente grande questo Wally Wood…  ma non la convincerai mai, Denise, a dare una svolta simile a Le Cordées.

– Ma io voglio fare un giornale nuovo.

– Senza Denise?

– Sì, non è Denise il problema. Se ce ne andiamo quelli più bravi che abbiamo pubblicato fino adesso vengono con noi. Il problema è Bernier. Lui controlla i venditori. Senza di lui non si fa niente. Nessuno di noi è in grado di fare il suo lavoro.

– Ma gliene hai parlato?

– Si. È contrario. Dice che il giornale va benissimo, che le vendite crescono a ogni numero, non capisce perché dovremmo correre i rischi di una nuova avventura.

– Dobbiamo lavorarcelo.

Doppio cappotto

Bernier, come racconta nella sua autobiografia (Vous me croirez se vous voulez) non aveva interesse ad abbandonare Denise Novi. In primo luogo perché gli affari andavano bene: poco prima che Novi morisse, aveva deciso con lo stesso Bernier di diversificare l’attività. Così, oltre a una nuova testate per l’infanzia, avevano pensato a una collana intitolata “Les Grands Parfumeurs Parisiens”, che era solo un pretesto per vendere porta a porta flaconi di profumo scadente. Andavano a ruba. In secondo luogo perché lo spaventava l’idea diventare il padrone di sé stesso. Finché Jean Novi era vivo aveva supportato gli investimenti di Bernier per la gestione del ramo vendite, e Bernier spera che Denise continui a fare altrettanto.

choron hara kiri

A convincerlo a fare il passo verso l’impresa di Cavanna e Fred sarà la scoperta che Denise non ha intenzione di coprire le sue perdite. Scoperta che avviene con l’operazione doppio cappotto. Vicenda che merita di essere raccontata.

Dall’inverno del 1956 si registrò in Europa un sensibile calo delle temperature invernali, fino almeno all’inverno del 1965. I venditori del giornale, che devono starsene in strada tutto il giorno, hanno il freddo come primo avversario, prima ancora degli sbirri. Bernier ha avuto questa trovata. Fornisce a sue spese a tutti un doppio cappotto per ripararsi dal freddo. I venditori gli restituiscono il costo poco alla volta, quando possono. Però il turnover dei venditori è continuo, succede spesso che dopo un po’ spariscano e debbano essere sostituiti. La voce doppio cappotto, perciò, è una voce in perdita nel bilancio dell’attività. Fino a che è vivo Jean Novi è una perdita che assorbe l’editore, ma quando Denise prende le redini, la cancella. Ai suoi occhi conta solo il profitto immediato, non crede agli investimenti a lungo termine. Il costo dell’operazione doppio-cappotto resta a carico del solo Bernier. Questo, nel giro di un inverno, quello del ’59/’60, causa la rottura tra i due.

Nel più grande segreto, agli inizi della primavera del 1960, con i soldi che gli restano dopo l’ultima operazione doppio cappotto, Bernier affitta un grande appartamento al primo piano di un immobile popolare al numero 4 di rue Choron, 9° arrondissement.

4, rue Choron

Una sera di fine marzo 1960, Bernier convoca tutti i venditori nel solito bistrot e gli tiene, più o meno, questo discorso: «Da oggi assumo il controllo totale. Mamma Novi ci ha rotto il cazzo, si fotta. Vi propongo lo stesso lavoro alle stesse condizioni. Unica differenza, il padrone sarò io. Niente più Mamma Novi a romperci i coglioni su come vendere cosa. Chi decide di stare con me è il benvenuto, ci vediamo domani mattina nei nostri nuovi uffici, in via Choron al 4. Solita ora. Per chi vuole restare a lavorare per Denise… amici come prima. È tutto. Il primo giro lo pago io».

hara kiri

Dal primo numero di Hara-Kiri

Il giorno dopo in rue Choron c’erano tutti. Proprio tutti. Mancano solo le cose da vendere. Ma Bernier ha un piano. Nel giro di una decina di giorni, si reca da Denise. Lei è incredula davanti agli stock delle nuove uscite di Les Cordées e dei Profumi completamente invendute. Non c’è più mezzo venditore, le dice Bernier contrito, tutti passati alla concorrenza. E si offre di comprarle alla metà del prezzo di costo tutti gli stock. Dopo qualche settimana di esitazione, Denise Novi accetta. A questo punto Bernier abbassa ancora il prezzo. L’affare è fatto. Gli stock vengono trasferiti in rue Choron.

– Ecco qua – dice Bernier a Cavanna mostrandogli con un largo gesto del braccio i bancali di giornali e di profumi – appena venduto tutto, detratto il mio investimento iniziale, avremo i soldi per stampare… penso almeno due numeri del tuo giornale… su, datti da fare a farlo e io c’ho da organizzare la vendita di tutta ‘sta roba.

Alla fine di maggio 1960, attorno a un tavolo di bigliardo, unico arredo negli spogli locali di rue Choron 4, si trovano Bernier, Cavanna, Fred, Jacques Lob (in qualità di disegnatore, presto Charlier lo recluterà come sceneggiatore per Pilote e lascerà subito la banda di rue Choron), Jean Pelissier, Jean Brasier, Pelotsch, Vicq, DeCarlo e Bernard Sampé (giovane promettente critico cinematografico che purtroppo morirà di lì a poco per una malattia cardiaca congenita). Manca solo Reiser, che sta facendo il servizio militare, ma ha lasciato a Cavanna una paccata di disegni. Ognuno ha la sua proposta per il titolo. Ma alla fine Cavanna convince tutti. Un’impresa suicida come la loro non può che avere come testata Hara-Kiri. Unico voto contrario, quello dello scrittore Jean Brasier, che lo trova troppo violento. Non riesce a capire quello spirito dissacratorio. Infatti lascerà il gruppo dopo il secondo numero.

Lavorano tutta l’estate. A settembre del 1960 per le vie delle principali città di Francia gli strilloni di Bernier propongono agli esterrefatti passanti una rivista che non si è mai vista prima. Una copertina rossa cremisi su cui un samurai disegnato da Fred fa harakiri. Il sottotitolo recita, con sottile gioco di cambio vocalico, una parodia del motto anglosassone dell’ordine della giarrettiera: «honni soit qui mal y panse». Male colga non chi pensa male, ma chi veste male. Perché questa è la rivista di chi pensa male. Di chi desidera che le giarrettiere cadano. Costa 4 nuovi franchi. Andrà esaurita in poche settimane.

L’avventura è cominciata.

// Prosegue fra due settimane…

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