Last Man, una delle migliori serie a fumetti sul mercato

In tutta sincerità non ho la minima idea di come ci stiano riuscendo. Quando pretendi di mettere in piedi una serie a fumetti infilandoci tutto quello che ti piace, partendo in maniera apparentemente banale e continuando a mischiare le carte in tavola di uscita in uscita fino a rendere il risultato qualcosa di inclassificabile, il disastro non può che essere inevitabile. Il rischio è quello del pastrocchio fuori controllo, dove vanno a collidere troppi generi e troppi umori diversi tra loro. Meccanico e privo di mordente se va tutto bene, disorganico e confusionario se al timone ci metti qualcuno incapace di distaccarsi dal fan.

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Tanto per farvi capire di cosa si sta parlando immaginatevi una storia ambientata in un mondo fantastico, con un torneo di arti marziali, delle grosse bolle di energia sparate dalle mani e una serie di tecniche di combattimento legate agli elementi della natura. Poi viratelo al post-apocalittico – sempre a base di mazzate –, poi cambiate ancora genere e spostatelo nello sfavillante mondo degli incontri di lotta libera in una caotica megalopoli del futuro sull’orlo della rivolta, sospesa tra culto delle popstar e malavita. Continuate ad aggiungere personaggi, trame, svolte narrative e continui cambi di tono.

Ripeto, difficile che da un simile guazzabuglio ne possa uscire qualcosa di buono. Eppure, a dispetto di tutto il mio pessimismo, Last Man è una delle migliori serie a fumetti che possiate trovare oggi sul mercato. Totalmente fraintesa all’inizio, è arrivata da poco al ottavo volume e col tempo non ha fatto che migliorare. Tanto, oltretutto.

Sono ben lontani i tempi di quella prima uscita che aveva spinto un sacco di gente a parlare di manga francese. C’erano un’ambientazione favolistica e numerosi altri richiami alla classica struttura da shonen, è vero. Ma poi ecco arrivare Richard Aldana, un rude lottatore proveniente da un paese lontanissimo, e le cose hanno cominciato a cambiare alla velocità della luce. In direzioni che nessuno, autori a parte, avrebbe saputo prevedere. Per una volta il citazionismo e il post-modernismo erano stati utilizzati a dovere. Autentici specchietti per le allodole dedicati a tutti quei lettori in cerca dell’ennesima operetta piena di richiami e omaggi a qualcosa che conoscevano già a menadito.

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A conti fatti non ci si poteva fare aspettative più sbagliate, perché se a oggi esiste una serie di cui si può affrontare ogni nuova uscita completamente incapaci di prevedere dove si andrà a parare quella è Last Man. E la cosa più incredibile è che il flusso della trama, seppur torrenziale e imprevedibile, non ha ancora perso un briciolo di coerenza e di compattezza interna. Non abbiamo a che fare con un’enorme puntata dei Simpson di migliaia di pagine, dove ogni snodo narrativo gioca all’equilibrista tra la percezione dello spettatore e le necessità del plot. Qui ogni passaggio ha fondamenta solidissime, e più passano le pagine, più personaggi compaiono, più squarci di mondo visitiamo, più tutto ci appare come concreto e organico.

A ben guardare i segnali di dove si sarebbe arrivati erano già presenti nel primo numero. I tre autori erano riusciti a sbriciolare tutto il castello di giudizi frettolosi che c’eravamo fatti con una sola, potentissima doppia splash page. Quando la madre del protagonista decide di buttarsi all’inseguimento di Aldana – non starò a entrare nei particolari –, scende in cantina e toglie un grosso telo impolverato da una… moto. Per la prima volta all’interno del fumetto vediamo qualcosa che potrebbe esistere anche nel nostro mondo.

Un oggetto comunissimo che tutto d’un tratto, visto come ci avevano immerso in un mondo fatto di spade, armature, antiche arti marziali e guerrieri mascherati, ci appare alieno e straniante. Eppure la moto era lì, nascosta da tempo immemore. Con un solo guizzo di regia il mondo di Last Man incominciava a espandersi, e ogni nostra idea su come si sarebbe potuta evolvere la serie andava in frantumi.

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Come avrete capito, da quel momento in avanti è stato un continuo crescendo, senza mai una sola battuta d’arresto o una caduta nella banalità. Se l’intelaiatura è quella del fumetto d’evasione evanescente e in costante movimento, la profondità della narrazione è tipica del fumetto autoriale nella sua forma più introversa. Vi ricordo che uno dei tre autori è quel Bastien Vivés autore de Il gusto del cloro. Uno di quei titoli che definire divisivi è poco: capolavoro per alcuni, al limite dell’auto-fellatio per un sacco di altri (tra cui io). Last Man riesce a prendere il meglio da questi due mondi e a farne qualcosa di unico.

Mi rendo conto che ragionare per divisioni simili nel 2017 possa risultare antipatico e fuori tempo massimo di almeno tre decadi, ma la verità è che sono pochi i titoli dove la fusione tra le varie influenze funziona in maniera così perfetta. Prendiamo come esempio il Mercurio Loi di casa Bonelli. Le uscite fino a oggi sono buone, ma è evidente che si faccia di tutto per sfuggire a certi cliché della serialità italiana. La voglia di elevarsi è palpabile. Le sceneggiature nervose e piene di ellissi, i dialoghi brillanti e teatrali a ogni costo, i continui parallelismi tra le vicende interiori dei protagonisti e le loro avventure, le copertine affidate a un gigantesco Manuele Fior. Una disposizione di mezzi davvero impressionante, sfruttati in ogni modo per arrivare al risultato. Peccato che il raffinato meccanismo di tanto in tanto si inceppi e riveli qualche debolezza.

Cosa che con Last Man non succede mai. Forse perché sono gli stessi autori a non cercare in maniera così sforzata lo scollinamento da un versante all’altro della narrazione. Anzi, la sensazione è quella che siano loro i primi a non crederci neppure più in simili divisioni.

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L’idea pare quella di prendere solo il meglio da ogni fonte di ispirazione. Dal fumetto popolare il trio prende una gestione dello storytelling ultradinamica e immediatamente leggibile, dove la velocità degli scontri è veicolata dalla rapidità con cui l’occhio scorre la pagina. A questo aggiungiamo un amore sconfinato per il disimpegno, la leggerezza e la potenza dell’evasione. Aspetti preziosissimi e troppo spesso presi sottogamba, alla ricerca di una gravitas didascalica e posticcia che troppo spesso lascia il tempo che trova.

Dal mondo del fumetto meno diretto arriva l’amore per i dialoghi mai forzati, per l’importanza della recitazione dei personaggi, la cura per le sfumature emotive e l’eccellenza della direzione artistica. Perché Last Man sarà anche popolato da lottatori, mostri, cyborg e popstar tettonissime, ma le tavole sono tra le cose più leggere e eleganti che potreste sfogliare in fumetteria. Dal primo al ottavo volume si percepisce un certo ammorbidimento verso soluzioni più piene e meno minimali, ma siamo comunque anni luce avanti rispetto a certo fumetto seriale – italiano, giapponese, francese, americano che sia – schiavo delle proprie stesse convenzioni.

In un contesto simile ci si può permettere di dedicare lunghe pagine mute solo a un gioco di sguardi o ai fluidi movimenti di una sequenza di arti marziali, per poi infilarci un personaggio che pare strappato a forza da un Metal Slug qualsiasi. Il tutto senza il minimo stridio. Certe soluzioni di narrazione dalla raffinatezza esagerata – vedi l’incontro tra Aldana e Adrian del settimo volume, con tanto di doppia splash simmetrica a richiamo alla stessa vignetta nel primo tomo – convivono con lampi di umorismo fulminante e aperture a design quasi super deformed. Il risultato è così moderno e consapevole del proprio tempo da riuscire a infilare questa maturità tra le pieghe di un racconto leggerissimo, dove l’avventura la fa da padrone.

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Basterebbe vedere come viene trattata la figura femminile, finalmente tratteggiata in maniera indifferente rispetto alla classificazione di sesso. Siamo lontani dai continui ammicchi all’inclusività a tutti i costi tipica dell’intrattenimento moderno, qui le tipe sono DAVVERO toste e non hanno certo bisogno di favori da parte di nessuno per prendersi il loro spazio. Non c’è una Rey che si ritrova jedi da un giorno all’altro senza aver mosso un dito, ma una Elorna che si è allenata tutta una vita.

Anche l’aspetto sessuale è ben presente, inserito senza un minimo di malizia o di fanservice. Diciamo che, raccontando di uomini e donne in piena forma, piuttosto bellocci e con qualche anno di arretrati alle spalle, risulta piuttosto logico che qualche pagina sia dedicata alle loro performance. Qualche volta in maniera più emotiva, altre volte in maniera divertita e caciarona. Il tutto sempre coerente alla narrazione e alla direzione di tutto il titolo.

Si potrebbe andare avanti davvero molto a portare esempi di come Last Man sia un gran titolo, capace di travalicare talmente tanti luoghi comuni da correre una gara a sé rispetto a tutto il resto. Forse basterebbe far capire quanto è grandiosa – traboccante luoghi, idee, volti, visioni – l’avventura che questi ragazzi stanno mettendo in piedi. O parlare della loro capacità di cesellare personaggi umanissimi in un contesto che più surreale e stilizzato non potrebbe essere. Tutte ottime idee, ma sicuramente mancherei comunque di farvi capire quanto seriamente stanno prendendo un mondo che di serio non ha proprio nulla. A questo punto non vi rimane che recuperare i volumi e goderveli.